Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Grenache, Garnacha o Cannonau? Il vitigno mediterraneo che unisce Francia, Spagna e Italia

Antonella Coppotelli

25 settembre 2026

Tre nazioni, un solo vitigno: Cannonau, Garnacha e Grenache si contendono un’origine che nemmeno il DNA riesce a chiarire, tra Italia, Spagna e Rodano

Grenache, Garnacha o Cannonau? Il vitigno mediterraneo che unisce Francia, Spagna e Italia

Tre nazioni, un solo vitigno, e una domanda sull’origine che la scienza, per ora, lascia volutamente aperta dal momento che neppure l’analisi del DNA è riuscita a dare risposte definitive: parliamo del Grenache che con la sua storia affascinante crea un filo rosso tra Francia, Spagna e Italia.

Un nome, molte identità

Il Grenache (Garnacha in spagnolo, Cannonau in Sardegna) è oggi uno dei vitigni a bacca rossa più allevati al mondo, con circa 240mila ettari complessivi, ed è anche uno che conta su una vasta sinonimia: Alicante in Toscana e Sicilia, Tai Rosso in Veneto, Tinto Aragonés in Spagna, Grenache Noir in Francia.

Una tale proliferazione di appellativi tradisce già, da sola, una storia di migrazioni antiche e sovrapposte, difficili da districare con certezza assoluta.

Curiosamente, l’etimologia stessa del nome nasconde una pista fuorviante: per quanto “Garnacha” richiami foneticamente “Grenache”, gli studi filologici più accreditati fanno derivare entrambi i termini non da un’origine spagnola o francese, ma dall’italiano “Vernaccia”, a sua volta deformazione di Vernazza, borgo delle Cinque Terre da cui partivano le navi della Repubblica di Genova cariche di vino, come attesta un documento del 1306.

Un indizio che, paradossalmente, non risolve la disputa ma la complica ulteriormente, legando il nome del vitigno a un porto ligure che non ne è né la patria né la culla.

Sardegna: il Cannonau e la disputa più accesa

È proprio in Sardegna che questa disputa si gioca con gli argomenti più circostanziati. Per gran parte del Novecento si è dato per scontato che il Cannonau fosse arrivato sull’isola a seguito della dominazione aragonese, tra XIV e XVIII secolo, come una sorta di“ colonia enologica” della Garnacha iberica. Negli ultimi vent’anni, però, questa narrazione è stata messa profondamente in discussione da più fronti di ricerca convergenti.

Sul piano storico-filologico, il ricercatore Gianni Lovicu del Cras (oggi Agris Sardegna) ha evidenziato una discrepanza cronologica significativa: mentre il Cannonau compare nei documenti sardi già dal Cinquecento (il primo atto notarile che lo cita risale al 1549), il termine “Garnacha” appare in un dizionario della lingua spagnola solo nel 1714, e per giunta riferito (almeno fino al Seicento) a un vino bianco, non rosso

Lo stesso Cervantes, nel 1613, usa la parola “Garnacha” per indicare dei vini bianchi italiani.

Un secondo filone di prove arriva dall’archeologia: nel sito nuragico di Duos Nuraghes sono stati rinvenuti vinaccioli carbonizzati datati a circa 1200 a.C. (oltre tremila anni fa) che alcune analisi hanno associato a un progenitore del Cannonau, ben prima di qualunque contatto con la penisola iberica.

Ma è sul fronte scientifico, quello genetico, che la questione resta più aperta di quanto certe ricostruzioni giornalistiche lascino intendere.

Un’analisi del DNA pubblicata sulla rivista scientifica Vitis nel 2010 ha confermato senza ambiguità la sinonimia genetica tra Cannonau sardo e diverse accessioni di Garnacha spagnola: si tratta, in altre parole, della stessa identica pianta.

Quello che lo studio non è riuscito a stabilire (ed è il punto più sensibile nella narrazione) è la direzione della migrazione: i marcatori del DNA dimostrano che le due uve sono identiche, non da dove siano partite per prime.

È dunque più corretto parlare di un’origine ancora indeterminata su base genetica, sostenuta però da indizi storici e archeologici che, nel loro insieme, rendono oggi l’ipotesi sarda quella più accreditata tra gli specialisti del settore, pur senza la sicurezza assoluta che una scoperta definitiva richiederebbe.

Quel che è certo, al di là della disputa, è la continuità produttiva: a differenza della Garnacha spagnola, passata più volte di moda e fuori moda nel corso del Novecento, il Cannonau non ha mai smesso di essere allevato in Sardegna, spesso su piante ad alberello che superano gli ottant’anni di età nell’entroterra di Nuoro.

Oggi rappresenta almeno il 30% dell’intero vigneto regionale, con oltre 7.500 ettari coltivati, e le sue zone di elezione (Oliena, Mamoiada e la Barbagia nel Nuorese, Jerzu in Ogliastra, Capo Ferrato nel Sud-Est) ne fanno, a tutti gli effetti, la bandiera enoica dell’isola, al punto da essere considerato, in senso ampelografico-culturale, un vitigno ormai autoctono a prescindere da dove sia germogliata la prima vite.

La Spagna: Priorat e l’ipotesi aragonese

La tesi più tradizionale colloca l’origine del Grenache in Aragona, nella Spagna nord-orientale, da cui il vitigno si sarebbe poi diffuso verso Catalogna, Rodano e, secondo questa lettura, verso la Sardegna al seguito della corona aragonese.

Al di là della disputa sulle origini più remote, è indiscutibile che sia proprio in Spagna che il Garnacha abbia trovato una delle sue espressioni più prestigiose: nella regione del Priorat, in Catalogna, cresce su suoli di llicorella, un particolare scisto nero e friabile che costringe le radici a scavare in profondità, concentrando aromi e mineralità.

Qui il Garnacha, spesso in blend con il Carignan (la stessa uva che in Sardegna si chiama Carignano e cresce a piede franco nelle sabbie del Sulcis), ha costruito negli ultimi trent’anni una reputazione internazionale che ha contribuito a restituire dignità qualitativa a un vitigno per decenni considerato ’minore’.

La Francia: dal vino dei papi al Rodano meridionale

Nel Rodano meridionale, il Grenache raggiunge la sua consacrazione più celebre a Châteauneuf-du-Pape, dove domina, insieme a tredici varietà ammesse dal disciplinare, un vino che deve il proprio nome al fatto che il piccolo borgo divenne residenza estiva del papato nel 1314, sotto Clemente V.

È qui che nasce anche uno dei vini più ricercati al mondo prodotti da questo vitigno, il Château Rayas, tra i Grenache in purezza di più alto livello in assoluto, che secondo i dati di Wine-Searcher figura stabilmente tra i prodotti più cercati sulla piattaforma a livello globale.

Più a sud, verso il confine spagnolo, il Grenache è anche protagonista dei vini dolci naturali di Banyuls, mentre in tutta la Provenza e il Linguadoca-Rossiglione resta ingrediente chiave dei celebri rosé del Sud della Francia.

Le altre zone del mondo

Fuori dal triangolo mediterraneo, l’Australia rappresenta probabilmente il caso più affascinante di “seconda vita” per questo vitigno.

Nella Barossa Valley e nella vicina McLaren Vale, l’assenza storica di fillossera, che non è mai riuscita a diffondersi su questi suoli, ha permesso la sopravvivenza di vigneti di Grenache piantati nell’Ottocento, come quello di Cirillo Estate del 1848, considerato tra i più antichi vigneti di Grenache ancora in produzione al mondo.

Per proteggere questo patrimonio, nel 2009 la regione ha istituito il Barossa Old Vine Charter, nato da un’iniziativa della cantina Yalumba del 2007, che classifica le vigne in quattro categorie di età crescente, da “Old Vine” oltre 35 anni) fino ad “Ancestor Vine” (oltre 125 anni, con l’obiettivo dichiarato di preservare e valorizzare questo patrimonio viticolo unico.

Fuori dall’Australia, il Grenache si è ritagliato spazi crescenti anche in Sudafrica (Swartland, Stellenbosch) e in California, sempre nei climi caldi e asciutti che questo vitigno, a maturazione tardiva, predilige.

Grenache: mercati e numeri

Il mercato globale del Grenache racconta una parabola per certi versi opposta a quella di altri vitigni: un’uva per decenni considerata di scarso pregio, oggi in piena rivalutazione qualitativa su più fronti contemporaneamente.

In Spagna resta la seconda varietà a bacca rossa più allevata della penisola iberica dopo il Tempranillo e proprio i vini di Priorat, insieme a quelli di Campo de Borja, continuano ad attrarre l’interesse dei collezionisti internazionali per il rapporto tra intensità, longevità e prezzo ancora relativamente accessibile rispetto ai grandi nomi di Bordeaux e Borgogna.

Per la Sardegna, invece, la sfida resta duplice: da un lato valorizzare commercialmente un’identità che la scienza non può ancora certificare in modo definitivo, dall’altro competere in un mercato dell’export sempre più condizionato da dazi e contrazione dei consumi internazionali.

Le vigne ad alberello ultraottantenni della Barbagia, in questo senso, rappresentano per il Cannonau lo stesso tipo di capitale identitario e commerciale che il Barossa Old Vine Charter ha saputo codificare e proteggere in Australia: un patrimonio di viticoltura storica che, se comunicato con la stessa efficacia, potrebbe diventare un argomento di marketing tanto quanto lo è già, sul piano scientifico, la disputa sulle origini.