Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Isola a parte. I vitigni autoctoni della Sardegna, tra mare e nuraghi

Resilienza sarda nel bicchiere. L’antica tradizione dell’alberello sfida venti e suoli poveri per custodire l’identità unica di uve come Nasco e Vernaccia. Un patrimonio vinicolo senza compromessi.

Isola a parte. I vitigni autoctoni della Sardegna, tra mare e nuraghi

La Sardegna non è semplicemente una regione vinicola: è “quasi un continente” a sé come recita il titolo di un famoso documentario degli anni Sessanta del secolo scorso a firma dello scrittore sardo Marcello Serra.

Isolata geograficamente e modellata da millenni di storia, conserva un patrimonio ampelografico autoctono tra i più autentici del Mediterraneo. Qui il vino non è mai stato solo prodotto agricolo, ma espressione culturale, profondamente legata al paesaggio fatto di coste battute dal vento, altopiani granitici e colline segnate dalla presenza dei nuraghi.

Dal punto di vista morfologico, l’isola è caratterizzata da suoli poveri, sabbiosi o disgregati, spesso granitici o calcarei, con una forte esposizione ai venti, primo fra tutti il maestrale.

Questo elemento, apparentemente ostile, è in realtà un alleato prezioso: limita naturalmente le malattie della vite e consente una viticoltura sostenibile e poco interventista.

In questo contesto si spiega la resistenza dell’allevamento ad alberello, una forma antica ma straordinariamente efficace.

L’alberello basso protegge i grappoli dal vento eccessivo, limita la traspirazione idrica in un ambiente spesso arido e permette alla pianta di svilupparsi in equilibrio con un suolo povero; è quanto si può ammirare, per esempio, nella regione del Mandrolisai nel centro esatto dell’isola i cui vigneti sono sono stati iscritti al Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici.

È una scelta agronomica che non è nostalgia, ma perfetta adattabilità al territorio.

Cannonau e Carignano: i grandi rossi del sole

Nel cuore della Sardegna, tra le zone interne della Barbagia e dell’Ogliastra, il Cannonau rappresenta l’anima più autentica dell’isola. Questo vitigno, geneticamente affine al Grenache spagnolo e al Garnacha francese, ha trovato qui una delle sue espressioni più identitarie. Il clima caldo e ventilato, unito ai suoli poveri, favorisce vini ricchi ma mai opulenti, con note di frutti rossi maturi, macchia mediterranea e spezie.

Spostandosi verso il Sulcis, nel sud-ovest, il Carignano trova un habitat ideale nei terreni sabbiosi, spesso a piede franco. Pare che questo vitigno sia stato introdotto sull’isola grazie alla dominazione aragonese del 1300. Qui l’influenza marina è decisiva: i vini risultano più eleganti, con una trama tannica fine e una sorprendente freschezza.

Il Carignano del Sulcis è uno degli esempi più chiari di come il mare possa scolpire il carattere di un vino. E di questa espressione così forte di mare e terra ne abbiamo avuto prova con le produzioni di Tenuta La Sabbiosa che ci ha omaggiato di tre splendidi esemplari che potete vedere in foto qui sotto:

Tenuta La Sabbiosa Tenuta La Sabbiosa Carignano del Sulcis in varie versioni

Bovale, Monica e Cagnulari: espressioni identitarie di rossi e meno conosciute

Nel Campidano e nelle aree centrali si alleva il Bovale Sardo, spesso associato al Bovale Grande o Bovale di Spagna, ma con caratteristiche autonome.

È un vitigno che dona vini strutturati, con colore intenso e note speziate, spesso utilizzato anche in blend per dare corpo e profondità.

La Monica, diffusa soprattutto nel sud dell’isola, racconta una Sardegna più gentile.

I suoi vini sono morbidi, fragranti, con tannini delicati e un profilo aromatico che richiama la frutta rossa fresca e i fiori.

È un rosso versatile, storicamente legato al consumo quotidiano.

Nel nord-ovest, tra Sassari e Alghero, emerge il Cagnulari, vitigno dalla personalità decisa, probabilmente di origine iberica.

Qui produce vini intensi, con struttura e una spiccata componente minerale, segnata dai suoli calcarei e dall’influenza del mare.

Vermentino e Torbato: i bianchi del vento e della luce

Il Vermentino è il bianco simbolo della Sardegna, in particolare nella Gallura, unica DOCG dell’isola nella versione Superiore, Frizzante, Spumante, Passito e Vendemmia Tardiva.

I suoli granitici e il vento costante danno vita a vini freschi, sapidi, con profumi di agrumi, erbe aromatiche e fiori bianchi. Il Vermentino di Gallura è una sintesi perfetta tra struttura e bevibilità.

Ad Alghero, il Torbato rappresenta un caso quasi unico. Introdotto probabilmente durante la dominazione catalana, ha trovato qui il suo unico vero territorio di elezione in Italia.

I vini sono eleganti, con una trama fine e note che spaziano dalla frutta matura alla macchia mediterranea, con una chiusura spesso salina.

Nasco, Nuragus, Semidano e Arvisionadu: il volto antico dei bianchi sardi

Il Nasco, diffuso nel sud dell’isola, è un vitigno aromatico ma mai eccessivo.

I vini, spesso anche in versione passita, offrono profumi complessi di miele, frutta secca e fiori. Fu Francesco Zedda-Piras nella seconda metà del XIX secolo a valorizzarlo nella cosidetta produzione dei “vini nobili” liquorosi che parteciparono a esposizioni universlai dell’epoca.

Il Nuragus, tra i più antichi vitigni sardi, è coltivato soprattutto nel Campidano.

Dopo il Vermentino, è il vitigno più allevato nell’isola, giunto qui, si dice, grazie ai Fenici.

Dà vini freschi, leggeri, con una piacevole nota amarognola finale che li rende particolarmente gastronomici.

Il Semidano, meno noto ma di grande interesse, trova spazio nella Sardegna centrale. I suoi vini sono eleganti, con una buona struttura e una componente aromatica raffinata, mai invadente.

L’Arvisionadu, rarissimo, è allevato in piccole aree dell’interno. È un vitigno che rappresenta la biodiversità estrema dell’isola, con vini di carattere, spesso segnati da una forte identità territoriale.

E’ degno di nota per la sua storica tecnica di vinificaizone con la flor.

Vernaccia e Nieddera: tradizione, ossidazione e vini bianchi di carattere

Nella valle del Tirso, la Vernaccia di Oristano è una delle espressioni più affascinanti della viticoltura sarda. E’ stata la prima DOC istituita in Sardegna nel 1971.

Anche di questo vitigno la paternità è attribuita ai Fenici a seguito della fondazione del porto di Tharros avvenuta nel VII secolo a.c.

Vinificata spesso con metodi ossidativi e lunghi invecchiamenti, dà vini complessi, con note di mandorla, spezie e sfumature salmastre.

La Nieddera, meno conosciuta, è legata anch’essa a produzioni di nicchia, spesso utilizzata per vini particolari e aromaticamente distintivi.

Un patrimonio da custodire tra storia e contemporaneità

La Sardegna è una delle poche regioni italiane dove la viticoltura mantiene un legame così forte con le pratiche tradizionali.

L’alberello, i suoli poveri, il vento costante e l’isolamento geografico hanno permesso la conservazione di un patrimonio unico.

Oggi, grazie al lavoro di produttori consapevoli e di una nuova generazione di enologi, questi vitigni stanno vivendo una nuova valorizzazione.

Non si tratta solo di preservare il passato, ma di reinterpretarlo con strumenti moderni, mantenendo intatta l’identità.

In un mondo del vino sempre più globalizzato, la Sardegna resta davvero “un’isola a parte”: un luogo dove il vino racconta ancora, senza compromessi, la voce autentica della terra.

E noi quel canto ancestrale, quasi di “pancia” lo ritroviamo nel bicchiere.

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

Per maggiori informazioni su Note di Vino scrivere un'email a [email protected]

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