Anche se il livello complessivo dei dazi statunitensi sulle importazioni è cambiato di poco, il nuovo regime sta ridisegnando il panorama competitivo del commercio mondiale. Gli esportatori europei si trovano ora in una posizione sorprendentemente favorevole, mentre Paesi come Brasile, Cina e diversi poli manifatturieri asiatici devono affrontare dazi effettivi più elevati. Tuttavia, gli analisti avvertono che il vantaggio dell’Europa potrebbe rivelarsi temporaneo, poiché Washington si prepara ad avviare nuove indagini commerciali che potrebbero innescare una nuova ondata di dazi.
Le nuove misure illustrano un cambiamento più ampio nella strategia economica degli Stati Uniti: i dazi non sono più semplici strumenti di negoziazione, ma sono diventati un elemento strutturale della politica industriale e geopolitica americana.
Una nuova base giuridica per l’agenda commerciale di Trump
Il nuovo regime tariffario arriva dopo una battuta d’arresto legale per l’amministrazione Trump all’inizio dell’anno, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che i dazi generalizzati introdotti dopo il cosiddetto «Liberation Day» dell’aprile 2025 eccedevano i poteri presidenziali.
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Piuttosto che abbandonare la sua agenda protezionistica, Trump l’ha ricostruita facendo ricorso alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, un consolidato strumento giuridico che consente agli Stati Uniti di imporre misure commerciali in risposta a pratiche commerciali sleali.
Invece di applicare un’unica tariffa universale, Washington ha ora emanato decine di direttive specifiche per singoli Paesi. Questa decisione rende la politica significativamente più difficile da ribaltare in tribunale, poiché qualsiasi ricorso legale dovrebbe riguardare singoli Paesi anziché l’intero quadro tariffario. Dal punto di vista dell’amministrazione, il nuovo approccio offre una certezza giuridica molto maggiore, conservando anche l’obiettivo politico di incentivare la produzione manifatturiera nazionale.
L’Europa riceve una spinta inaspettata
Tra le sorprese più significative figura il miglioramento relativo per diverse economie europee.
Secondo la ricerca condotta da Global Trade Alert sul livello effettivo dei dazi applicati a ciascun Paese, Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito beneficiano tutti di aliquote effettive leggermente inferiori rispetto alle misure temporanee introdotte all’inizio dell’anno. Le ragioni sono in gran parte di natura tecnica. Molte esportazioni europee rientrano infatti in categorie che beneficiano di esenzioni, mentre il nuovo sistema evita, per numerosi prodotti dell’Unione europea, il «cumulo» di più dazi applicati sullo stesso bene.
Sebbene le riduzioni siano modeste, queste migliorano la competitività degli esportatori europei in uno dei loro principali mercati esteri. Il vantaggio non deriva da un trattamento preferenziale, bensì dall’interazione tra esenzioni specifiche per categoria di prodotto e la composizione delle esportazioni europee, con settori come i beni di lusso, le calzature e il tessile che ne beneficiano più di molti concorrenti asiatici e latinoamericani.
Il Brasile diventa il principale sconfitto
Se l’Europa ha motivi per un cauto ottimismo, il Brasile deve invece affrontare prospettive molto meno favorevoli. Il suo livello effettivo dei dazi, secondo la ricerca di Global Trade Alert, è passato da circa l’11% a quasi il 18%, rendendolo il Paese maggiormente penalizzato dalle ultime revisioni. L’aumento delle tariffe coincide con un deterioramento delle relazioni politiche, che si è esteso oltre le tradizionali controversie commerciali fino a comprendere più ampi dissensi geopolitici.
Per gli esportatori brasiliani di prodotti agricoli, metalli e beni industriali, i dazi più elevati rischiano di ridurre la competitività sul mercato statunitense in un momento in cui la domanda globale è già in rallentamento. Anche altre economie emergenti, come Cina, Vietnam, Indonesia, Cile e Colombia, devono affrontare dazi effettivi più elevati, rafforzando una tendenza verso una crescente frammentazione del commercio mondiale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha respinto le pressioni di Washington, sostenendo in un editoriale pubblicato sul Washington Post che «il destino del Brasile spetta solo ai brasiliani». Le sue dichiarazioni evidenziano come le controversie sui dazi stiano sempre più sconfinando in relazioni diplomatiche più ampie.
I dazi diventano politica industriale
L’ultima revisione del sistema tariffario dimostra come i dazi abbiano ormai superato il loro tradizionale ruolo di leva negoziale. L’amministrazione Trump considera sempre più i dazi sulle importazioni come uno strumento permanente di politica industriale, pensato per incoraggiare le imprese a trasferire la produzione negli Stati Uniti e ridurre la dipendenza dai concorrenti strategici.
Resta tuttavia incerto se questa strategia possa rivelarsi sostenibile. Sebbene i dazi possano incentivare alcune imprese a spostare la produzione nel breve periodo, molti economisti sostengono che un protezionismo prolungato potrebbe aumentare i costi per le aziende, ridurre i flussi commerciali e, in ultima analisi, frenare la crescita economica.
Questa strategia si inserisce in un più ampio sforzo volto a rafforzare la manifattura nazionale in settori che spaziano dai semiconduttori e dai veicoli elettrici fino ai prodotti farmaceutici e ai minerali critici, ambiti nei quali gli Stati Uniti dipendono da tempo dalle importazioni estere. Tuttavia, a differenza delle precedenti controversie commerciali, che si concentravano principalmente sulla riduzione dei disavanzi commerciali, le politiche tariffarie odierne sono strettamente collegate alla sicurezza nazionale, alla resilienza delle catene di approvvigionamento e alla competizione tecnologica.
Il fattore Cina resta centrale
Anche se l’Europa beneficia attualmente di dazi effettivi più bassi, la Cina rimane il principale obiettivo della strategia di lungo periodo di Washington. Le successive amministrazioni statunitensi, sia repubblicane sia democratiche, hanno cercato di ridurre la dipendenza dalla manifattura cinese nei settori strategici.
Gli ultimi aggiustamenti tariffari proseguono lungo questa traiettoria, mantenendo la pressione sulle esportazioni cinesi e incoraggiando le multinazionali a diversificare le proprie catene di approvvigionamento.
Per molte imprese, tuttavia, la rilocalizzazione resta costosa e richiede tempo. Piuttosto che abbandonare completamente la Cina, le aziende stanno adottando sempre più una strategia definita «China plus one», espandendo la produzione in Paesi come India, Messico e Sud-est asiatico, pur mantenendo una parte delle proprie attività produttive in Cina.
Un sistema commerciale globale sempre più frammentato
L’ultima revisione del sistema tariffario conferma che il protezionismo sta diventando una caratteristica duratura dell’economia internazionale piuttosto che un fenomeno politico temporaneo. Invece di perseguire un’ampia liberalizzazione degli scambi, le principali economie ricorrono sempre più a dazi, sussidi industriali e restrizioni agli investimenti per conseguire obiettivi strategici. Per le imprese, ciò significa dover operare in un contesto commerciale molto più complesso, in cui l’accesso ai mercati dipende non solo dalla competitività, ma anche dagli equilibri geopolitici.
Sebbene in questa fase l’Europa emerga come una delle relative vincitrici, la tendenza di fondo indica un sistema commerciale globale sempre più frammentato, nel quale la politica commerciale è sempre più plasmata da esigenze di sicurezza, strategia industriale e rivalità geopolitica.
Mentre gli Stati Uniti si preparano ad avviare ulteriori indagini e le altre grandi potenze rispondono con proprie misure difensive, l’era della globalizzazione prevedibile sembra lasciare il posto a un contesto definito da partnership economiche selettive e da una competizione strategica.
Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale. Titolo originale: Trump’s New Tariffs Reshape Global Trade: Why Europe Is Emerging as the Unexpected Winner