Stipendio molto basso? Hai diritto all’aumento ma non agli arretrati. Ecco cosa può succedere se passano questi emendamenti al decreto del Primo maggio.
In questi giorni in Parlamento, in particolare alla Camera, si sta discutendo della conversione in legge del cosiddetto “decreto Primo maggio”, all’interno del quale non mancano misure volte a favorire i lavoratori dipendenti.
Attenzione, però, perché tra le proposte di modifica ce n’è anche una che rischia invece di andare a svantaggio dei lavoratori, specialmente di quelli che guadagnano meno. Come abbiamo avuto modo di spiegare più volte, infatti, nonostante l’assenza di una disciplina sul salario minimo, la legge tutela coloro che percepiscono una retribuzione inferiore rispetto a quanto stabilito dal Ccnl di riferimento, così come chi, pur essendo in linea con gli importi previsti dalla contrattazione collettiva, riceve comunque uno stipendio insufficiente a garantire una vita dignitosa.
In questi casi è possibile fare ricorso al giudice, il quale valuterà se al lavoratore spetta o meno un aumento di stipendio. In tali occasioni, ovviamente, la valutazione può avere effetti anche retroattivi, con il pagamento degli arretrati relativi al periodo preso in considerazione dal ricalcolo.
Ed è proprio su questo punto che intervengono alcuni emendamenti proposti al Decreto Primo maggio, i quali di fatto bloccherebbero la possibilità per i lavoratori di beneficiare degli arretrati. Proposte che, come denunciato dall’associazione per la tutela dei diritti dei lavoratori Comma 2, hanno poco a che fare con la tutela dei lavoratori, che dovrebbe invece rappresentare la ratio del provvedimento.
Stipendio non dignitoso, si può fare causa al giudice
Lo abbiamo detto più volte, e diverse sentenze lo confermano: il fatto che uno stipendio sia in linea con quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale di riferimento non basta, da solo, a garantirne la legittimità.
Più volte, infatti, il giudice è intervenuto in favore di quei lavoratori per i quali il Ccnl applicato prevedeva una retribuzione non adeguata rispetto a quanto stabilito dalla Costituzione. Il riferimento è in particolare all’articolo 36, dove si legge che il lavoratore ha diritto a una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro” e, in ogni caso, “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Questo significa che anche quando il datore di lavoro applica formalmente un contratto collettivo, non è detto che la retribuzione sia automaticamente corretta. Il giudice, effettuando una valutazione caso per caso, può verificare se lo stipendio rispetta davvero quanto previsto dall’ordinamento italiano e, in caso contrario, riconoscere al lavoratore il diritto a un trattamento economico più alto.
Non solo: quando viene accertata l’inadeguatezza della retribuzione, il datore di lavoro può essere condannato anche al pagamento degli arretrati. Il ricalcolo, su richiesta del lavoratore, può riguardare gli ultimi 5 anni, termine oltre il quale le differenze retributive cadono generalmente in prescrizione.
Si tratta, evidentemente, di una tutela di buon senso. La dignità del lavoratore non può mai essere messa in discussione e ogni dipendente ha diritto a uno stipendio commisurato alle mansioni svolte, indipendentemente da quanto fissato come paga base nell’accordo tra associazioni datoriali e sindacati.
Una tutela che serve soprattutto a contrastare il dumping contrattuale, ossia l’utilizzo di contratti collettivi meno favorevoli, spesso firmati da sigle scarsamente rappresentative, con l’effetto di comprimere il costo del lavoro e abbassare le retribuzioni. In questi casi il lavoratore, pur risultando formalmente coperto da un Ccnl, può trovarsi comunque con uno stipendio non sufficiente a garantirgli una vita dignitosa.
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Da qui nasce la polemica sollevata da Comma 2, associazione che, come già anticipato, è specializzata nella tutela dei diritti dei lavoratori. In queste ore l’associazione ha individuato quattro emendamenti al decreto Primo maggio - tre presentati dalla Lega e uno da Azione - che intervengono proprio su questo punto.
Le proposte stabiliscono infatti che, qualora un lavoratore o una lavoratrice decida di rivolgersi al giudice per chiedere l’accertamento della non conformità della paga ricevuta all’articolo 36 della Costituzione, l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione abbia efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla presentazione della domanda. Stop agli arretrati, quindi.
Basta questo per capire perché la questione stia suscitando preoccupazione. Come spiegato, il lavoratore parte già da una posizione di svantaggio: prima subisce per anni una retribuzione potenzialmente non dignitosa, poi deve farci carico di un’azione giudiziaria per vedersi riconosciuto un diritto fondamentale. Eliminare la possibilità di recuperare gli arretrati significherebbe ridurre in modo rilevante l’efficacia della tutela.
Ecco perché l’auspicio è che questi emendamenti non vengano approvati nel corso dell’esame parlamentare. Una modifica di questo tipo finirebbe per indebolire proprio quei lavoratori che avrebbero maggiore bisogno di protezione, rendendo meno conveniente e meno efficace il ricorso al giudice contro le retribuzioni non dignitose.
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