Era il giorno di San Patrizio, 17 marzo. Una data che negli Stati Uniti, patria d’elezione di milioni di emigranti irlandesi, conta quasi come festa nazionale. New York ma soprattutto Boston e Chicago si tingono di verde. E i bar si riempiono fin dal mattino. Quel giorno del 2003, George W. Bush inviò il suo ultimatum a Saddam Hussein: abbandoni il potere. Il rais non abdicò. Dopo 48 ore, gli Usa invasero l’Iraq per quella che da quel giorno fu nota come operazione Shock and awe. Colpisci e terrorizza. Una vera spécialité de la maison della dottrina neocon.
Bene, questo grafico
Andamento degli acquisti di debito in seno al programma Pepp (giugno-luglio)
Fonte: Pictet/Bce
ci mostra come la Bce pare essersi ispirata a quella strategia bellica basata sulla forza immediata e preponderante, quando - in vista della fine del programma di acquisto pandemico (Pepp) fissata lo scorso 31 luglio - decise di non abbandonare a se stessi gli spread periferici più sensibili. Quelli di Italia e Spagna, su tutti. Detto fatto, nacque il reinvestimento titoli. Ovvero, un concambio de facto in seno alle detenzioni dei bond acquistati durante i mesi della pandemia come sostegno all’economia. Nel caso dell’Italia, si vendono Bund a scadenza e si acquistano Btp.
Mossa sufficiente a placare gli animi. E, soprattutto, a fissare il principio di backstop e inviare un chiaro messaggio di deterrenza a eventuali pruderie speculative: don’t fight the ECB. E questi altri due grafici
Andamento degli acquisti di debito in seno al programma Pepp (agosto-settembre)
Fonte: Pictet/Bce
Andamento degli acquisti di debito in seno al programma Pepp (ottobre-novembre)
Fonte: Pictet/Bce
confermano il trend: nei mesi successivi all’annuncio e fino ad oggi, la Bce non ha di fatto utilizzato flessibilità nel reinvestimento titoli. La fiammata iniziale è bastata, nonostante il voto politico in Italia, le tensioni energetiche legate alla guerra e, soprattutto, il rialzo dei tassi a causa di un’inflazione andata fuori controllo. Insomma, il reinvestimento titoli è rimasto nei fatti solo sulla carta, la proverbiale pistola sul tavolo. Alla fine, questa immagine
Deviazioni dal principio di capital key per singolo Paese delle detenzioni Bce
Fonte: Pictet/Bce
sintetizza e mette in prospettiva: la deviazione rispetto alla capital key degli acquisti pro quota di debito italiano in seno al reinvestimento post-Pepp è del 2% contro lo 0,9%% di deviazione spagnola e lo 0,1% di quella greca. Nulla di eclatante. Quasi nulla del tutto.
Ma c’è un caveat. Enorme. E dirimente. Se infatti nel caso ellenico dobbiamo partire dal presupposto che si stia ancora operando in regime di tacita deroga, al netto di un investment grade che Atene non ha ancora recuperato e che quindi la vedrebbe esclusa da ogni operazione di rifinanziamento Bce, ecco che l’Italia si trova al bivio. Pronta a incontrare per l’ennesima volta un suo compagno di viaggio di lungo corso: il credit crunch da doom loop.
🔸 #Banche, nel 2023 arriva la gelata sul #credito. Ecco quanto caleranno i #prestiti: https://t.co/8CJs9QFMWN pic.twitter.com/WVkI8kEWJo
— IlSole24ORE (@sole24ore) December 6, 2022
Tradotto, la gelata creditizia annunciata dal quotidiano di Confindustria che si abbatterà con l’anno nuovo su famiglie e imprese. La ragione? Una sola, al netto di mille alibi: la necessità per le banche del nostro Paese di rimanere prestatore di ultima istanza del debito. Ovvero, gli attivi devono trasformarsi in detenzioni di BTP. Come, d’altronde, fatto silenziosamente filtrare - sotto forma di innocuo auspicio - dallo stesso MEF.
E la ragione è chiara: se anche la Bce continuasse in modalità conservativa il programma di reinvestimento per tutto il 2023, come annunciato da Christine Lagarde il 28 ottobre scorso, questo non basterebbe. Perché al netto della Bce, il nostro spread resta alto. I circa 200 punti base che stanno operando da linea di galleggiamento flessibile, scontano infatti la presenza vincolante di Francoforte. Togliere anche soltanto il minimo di deviazione dalla capital key del 2% finora garantito equivarrebbe, da subito, ad alzare quell’asticella ad almeno 250. Troppo vicini alla soglia di allarme del 4% di rendimento per il decennale benchmark. Quota auto-alimentante e storicamente a forte rischio di spirale.
Inoltre, l’anno prossimo le necessità di finanziamento saliranno. E non di poco. Perché al netto del wishful thinking contenuto nella Nadef, nemmeno negli anni del boom post-bellico si è visto uno 0,6% di deficit in più generare uno 0,8% di crescita. E se questo effetto moltiplicatore miracoloso è alla base delle previsioni del governo, ovviamente si corre ai ripari sul fronte realistico della sostenibilità e del finanziamento del debito: tradotto, occorre garantire domanda domestica ai BTP. Ovvero, banche e assicurazioni.
Perché dal 2013 al 2020, i dati ci dicono che in questo Paese ci sono voluti 2,2 euro di nuovo debito per generare 1 euro di crescita. Insomma, se la via prescelta è quella del disavanza supplementare permanente occorre attrezzarsi. Perché la Bce non è eterna. E se anche lo fosse, ci garantisce di galleggiare in area 200 punti base di spread. Troppo per le nostre casse. E per i nostri conti. Se poi qualcosa andasse storto, ulteriore criticità: il no al Mes presuppone l’impossibilità di accedere al TPI, lo scudo anti-spread che garantisce acquisti mirati di debito del Paese finito sotto attacco.
Se il mercato dovesse intravedere un abbassamento del livello di deterrenza Bce e tentasse il blitz, quanto ci costerebbe evitare un altro 2011? Guardate questa immagine:
Il «lapsus» di Bloomberg nel dettagliare le detenzioni di Btp della Bce
Fonte: Bloomberg
ieri Bloomberg nel commentare i dati di breakdown del reinvestimento Bce, è incorsa in un refuso, subito corretto: I milioni in controvalore di Btp in meno detenuti dalla Bce fra ottobre e novembre per pochi ,minuti sono diventati miliardi. Davvero un refuso o un prodromo di stress test? Attenzione all’effetto missile russo in Polonia.