George Soros, l’appello: nessuna collaborazione con la Cina

Il noto speculatore invita a non lavorare a stretto contatto con la Cina per risolvere l’attuale crisi innescata dal coronavirus: ecco il suo pensiero

George Soros, l'appello: nessuna collaborazione con la Cina

George Soros non vede in una collaborazione con la Cina la soluzione all’attuale crisi scaturita dalla pandemia di coronavirus in corso.

Lo speculatore americano - che di recente ha invitato l’Ue a emettere obbligazioni perpetue per rispondere alla crisi - ha dichiarato che gli Stati Uniti non dovrebbero lavorare a stretto contatto con la Cina sulla questione COVID-19 e le sue conseguenze.

Le parole sono state pronunciate dall’83enne miliardario nel corso di un’intervista realizzata dal quotidiano tedesco Augsburger Allgemeine. Interpellato sul percorso migliore da intraprendere per una risoluzione dell’attuale crisi, Soros ha spiegato che quest’ultima non può in alcun modo passare per dialoghi e una collaborazione attiva con Pechino.

Per l’imprenditore infatti le continue tensioni tra le due maggiori economie al mondo, unite alle “colpe del presidente Donald Trump” (“vorrebbe essere un dittatore ma Costituzione e popolo USA glielo impediscono”), non fanno che complicare eventuali sforzi congiunti volti a “sradicare il virus”.

George Soros, l’appello: nessuna collaborazione con la Cina

Il noto speculatore non si è mai mostrato un sostenitore di relazioni più strette con Pechino, e non sembra aver variato le proprie opinioni di fronte alla pandemia di coronavirus e alle sofferenze economiche che quest’ultima ha causato:

“Ci sono molte persone che invitano a un lavoro al fianco della Cina per affrontare la crisi, ma io non la penso così. Dobbiamo proteggere la nostra società aperta e democratica. Allo stesso tempo, dobbiamo trovare un modo per cooperare nella lotta ai cambiamenti climatici e alla questione coronavirus. Non sarà facile”,

ha dichiarato Soros.

Nel prosieguo dell’intervista a cura del quotidiano tedesco Augsburger Allgemeine, ha affermato di provare simpatia per il popolo cinese, che resta però al momento “sotto il dominio di un dittatore”. In più, proprio l’emergenza sanitaria non può che “aumentare il potere” del presidente cinese Xi Jinping.

Per il miliardario di origini ungheresi, Xi non ha fatto altro che “auto-nominarsi presidente a vita”, distruggendo il futuro politico di uomini importanti e ambiziosi e “creando un’élite ristretta e inattaccabile”:

“È stato un grosso errore da parte sua. Quindi sì, è molto forte in un certo senso, ma allo stesso tempo estremamente debole, e ora forse più vulnerabile”.

La Cina ha ricevuto dure critiche per mancanza di trasparenza su origini e gestione dell’epidemia iniziale. Dall’esecutivo hanno sempre negato ogni tipo di illecito, e il vice premier Le Yucheng ha detto alla NBC a fine aprile che il Paese “non ha coperto nulla e non ha ritardato nessuna comunicazione o allarme”.

La stessa OMS ha più volte messo in guardia dall’incolpare i singoli Paesi per la diffusione della Covid-19, spiegando che puntare il dito su nazioni con un alto numero di casi potrebbe scoraggiare la segnalazione di nuovi focolai, ostacolando quindi la lotta al virus.

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