Siamo sul viale del tramonto di Vladimir Putin?
La mia risposta è positiva.
Infatti è di queste ore la ridda di notizie circa la sua candidatura alle presidenziali russe del marzo prossimo.
Il presidente Putin sta valutando le due opzioni:
1) negoziare la sua uscita di scena non ripresentandosi: cedere il potere mentre non è ancora sconfitto né alle urne né sul terreno;
2) presentarsi e rilanciare: se dovesse presentarsi vincerebbe sicuramente, ma anche nelle dittature la conta dei voti conta. Una vittoria con il 70% anziché con il 90% sarebbe un segnale di mancato sostegno popolare e si aprirebbe uno scenario da golpe interno e la sua fine traumatica.
La guerra ha logorato il suo sistema clientelare e le già deboli basi economiche del paese. Presumo quindi che gli oligarchi siano sempre più desiderosi di provare a ricominciare a vivere la vita precedente all’invasione e che, ad evitare una rivolta aperta sia solo il timore - sempre più debole - di una defenestrazione.
Poiché l’inverno non è stagione per grandi operazioni militari (ammesso che l’esercito russo sia ancora in grado di farne), ricandidandosi Putin si presenterebbe in difficoltà, a meno che non riesca a ottenere con una pace negoziata l’acquisizione delle regioni occupate, cui sono contrari Usa e Zelensky, come vedremo. Quindi procrastinare una eventuale negoziazione con i russi tramite uno stallo militare vuol dire limitare la capacità di Putin di rilanciare.
Uno stallo rende incerto Putin su quale strada sia meglio prendere e facilita un regime change non traumatico. Al contrario, una caduta traumatica (come quella progettata da Prigozhin, o per sconfitta militare) potrebbe essere destabilizzante per il mondo poiché si rischierebbe di far cadere il potere nelle mani di un estremista che disporrebbe dell’arsenale ex sovietico. O in alternativa potrebbe spingere la Russia nelle braccia della Cina.
Questo stallo probabilmente non piace a Biden perché ha investito molto su Zelensky e ci si gioca la rielezione, ma adesso ha anche il quadrante medio-orientale da gestire. E immagino che lo stallo non piaccia anche ai piccoli paesi EU che temono per la loro sicurezza.
Verrebbe quindi da pensare che l’attacco ad Israele sia una mossa dei servizi russi per far allentare il sostegno Usa e UK all’Ucraina.
L’end game dello stallo sarebbe:
1) in prospettiva Putin fuori gioco, ma non morto;
2) le garanzie che in Russia non ascenderebbe un estremista;
3) una Russia economicamente debole e militarmente inoffensiva che si deve riguadagnare un posto nel contesto mondiale, senza finire in mano alla Cina;
4) L’80% dell’Ucraina nella NATO e in Europa.