Il fenomeno della corsa agli sportelli in Russia va avanti da diverso tempo. I depositanti temono la confisca dei loro risparmi da Putin per finanziare la guerra in Ucraina.
Corsa agli sportelli in Russia, i cittadini temono la confisca dei loro depositi dal Presidente Vladimir Putin, a caccia di risorse per finanziare la guerra contro l’Ucraina. È quanto riporta Euronews, rendendo noto che, nei primi sette mesi del 2026, i russi hanno ritirato dalle banche l’equivalente di 24,4 miliardi di euro.
Corsa agli sportelli in Russia, stabilità finanziaria in pericolo
I prelievi hanno accelerato il passo dal mese di marzo, come emerge dalla piattaforma finanziaria Banks.ru, con circa 300 miliardi di rubli, pari a 3,05 miliardi di euro, usciti ogni mese dai conti bancari.
Il risultato è che il contante in circolazione in Russia è aumentato di circa 6,53 miliardi di euro soltanto a luglio, segnando il rialzo mensile più forte dell’anno: un vero problema per Putin e per le banche stesse, già chiamate dal Cremlino a erogare ingenti prestiti alle aziende attive nel settore della difesa.
L’esodo dei depositanti dagli istituti di credito, avvertono gli esperti, potrebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria del Paese e creare un circolo vizioso: una continua contrazione della liquidità delle banche potrebbe portare Putin a intervenire per evitare un’ulteriore emorragia di fondi dal sistema finanziario, imponendo i cosiddetti controlli sui capitali e altre misure di confisca che la Russia ha già sperimentato nel 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina.
Deflussi netti dai depositi colpiscono 5 tra le banche più grandi della Russia
I numeri a disposizione confermano come, a causa dell’esodo dei clienti dalle banche, cinque delle sette maggiori banche russe abbiano sofferto deflussi netti di depositi.
A guidare la classifica è Gazprombank, che in quattro mesi ha perso quasi 3,04 miliardi di euro, pari al 10,8% dei depositi totali, mentre Rosselkhozbank ha perso oltre il 15% dei propri depositi.
Alfa-Bank, la maggiore banca privata russa, ha assistito a deflussi pari a circa 1,82 miliardi di euro, equivalenti al 5,6% dei depositi, mentre Sovcombank e VTB hanno registrato deflussi più contenuti.
L’altra banca Sberbank è riuscita inizialmente a mantenere stabile la propria raccolta, per poi finire anch’essa vittima dei prelievi dei clienti che, anche in questo caso, si sono rivelati significativi.
L’eccezione tra le banche alle prese con il fenomeno della corsa agli sportelli è stata T-Bank, che ha invece assistito a un aumento dei depositi.
La corsa agli sportelli è continuata anche ad agosto, con i russi che hanno ritirato nella prima metà del mese altri 300 miliardi di rubli.
Panico scatenato da sequestri di asset privati
Il panico che sta portando i depositanti russi a ritirare le somme parcheggiate in banca, va precisato, è stato alimentato non solo dalle speculazioni su manovre eventuali di confisca da parte del Cremlino, ma da fatti concreti.
L’anno scorso, i procuratori russi hanno infatti trasferito sotto il controllo dello Stato asset privati per un valore stimato di 44,3 miliardi di euro, mentre a giugno le autorità hanno sequestrato circa 6,5 miliardi di euro di asset riconducibili al miliardario del settore agroalimentare Vadim Moshkovich.
Tutto, mentre Putin sta ricevendo dagli oligarchi quelli che i funzionari definiscono “contributi volontari” - così come riportato dal quotidiano economico russo Vedomosti - che dovrebbero aver iniettato centinaia di miliardi di rubli nel bilancio federale entro la metà di agosto.
Il grande timore della confisca non sta interessando solo i risparmiatori russi, ma anche le grandi aziende, che starebbero trasferendo capitali, cercando di sfuggire ai fari accesi dalle autorità di regolamentazione nazionali: nel solo secondo trimestre di quest’anno, oltre 9,4 miliardi di dollari sono usciti dal sistema bancario russo, secondo i dati della banca centrale, con i prelievi attivati dalle aziende.
PIL Russia in affanno, e l’economista che dice la verità viene licenziato in tronco
Il fenomeno della corsa agli sportelli rende ancora più fosche le prospettive per l’economia russa, che assiste già a un deterioramento significativo: il PIL della Russia è cresciuto infatti di appena lo 0,3% nel primo semestre del 2026, contro la crescita pari a +1,2% dello stesso periodo del 2025, secondo i dati del Cremlino, che non possono essere verificati, tuttavia, in modo indipendente.
Nel frattempo, Putin ha messo a tacere Andrei Klepach, capo economista della banca statale russa Veb (Vnesheconombank), licenziato in tronco dopo aver messo in dubbio pubblicamente la capacità della Russia di sostenere una guerra prolungata.
Riferendosi al massiccio sostegno finanziario occidentale ricevuto dall’Ucraina, Klepach si era così espresso nel mese di maggio, il cui contenuto è stato reso pubblico, tuttavia, soltanto qualche giorno fa:
“Stiamo rimanendo indietro. Stiamo perdendo la competizione tecnologica ed economica globale. E la stiamo perdendo non solo contro la Cina e gli Stati Uniti, ma per certi versi la stiamo perdendo anche contro l’Ucraina”.
E, ancora: “Ci illudiamo che laggiù (in Ucraina) tutto crollerà. Non è crollato e non crollerà. I nostri costi stanno aumentando”. Il Cremlino non ha perdonato le dichiarazioni, mettendo l’economista alla porta appena una settimana fa, con il seguente comunicato diramato dalla banca VEB, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa TASS.
“Andrey Klepach non ricopre più l’incarico di capo economista di VEB.RF. Il suo successore sarà nominato a breve. Il candidato è già stato individuato”.
Klepach, che era stato nominato all’incarico nel 2014, ha confermato a sua volta il licenziamento all’agenzia di stampa Reuters.