Continua la lite tra Trump e Meloni, ma è evidente che non riguarda la presunta richiesta di un selfie.
Continua in modo tragicomico il botta e risposta fra Trump e Giorgia Meloni e non dovrebbe nemmeno stupire così tanto. Non è certo la prima volta in cui il tycoon offende apertamente un’altra figura istituzionale, straniera o nazionale che sia, esulando da qualsivoglia contesto politico, diplomatico, sociale, ma nemmeno personale.
L’attacco di Trump non è una questione personale in senso stretto, non riguarda il rapporto privato tra i due, ma appare più come una manifestazione pubblica del tutto gratuita di disprezzo. Un atteggiamento che la premier non sta liquidando a qualche frase di circostanza, come hanno fatto altri leader europei nelle stesse vesti e come molti si aspettano facesse anche Meloni visto il legame diplomatico finora costruito con Trump, ma a cui risponde con fermezza.
Di fatto, si è creato un siparietto che ben poco si addice al ruolo ricoperto da entrambi, in una completa deriva della comunicazione politica. Se per il tycoon si applica la solita giustificazione del “ha sempre fatto così con tutti”, però, appare soltanto equo riconoscere a Meloni il diritto di difendersi da un attacco alla propria persona, oltre che alla credibilità della carica che ricopre in rappresentanza del Paese. Il presidente degli Stati Uniti, al contrario, si rivela troppo piccato nella gestione del rifiuto da parte di una nazione che giudica dipendente dalla propria.
Perché Trump sta attaccando Giorgia Meloni?
Le uscite infelici di Trump sono così frequenti, ormai, che ci si sofferma poco sulle ragioni che le scaturiscono. Non perché siano da giustificare, ma rappresentano comunque un elemento necessario alla comprensione del tutto. Magari il tycoon non agisce per interessi condivisibili, ma ha sicuramente dei motivi che lo guidano nella scelta delle sue amicizie e della sua comunicazione pubblica. Per quanto riguarda i rapporti con Meloni, stimata ed elogiata come “una delle vere leader del mondo”, l’origine della crepa risale a marzo.
L’Italia ha negato l’uso della base Usa a Sigonella richiesto dagli Stati Uniti per dirigersi verso l’Iran per via della richiesta tardiva. Il ministro Crosetto ha infatti spiegato che gli accordi bilaterali Italia-Usa prevedono un passaggio formale indispensabile, mentre in quel caso la richiesta è arrivata con gli aerei già in volo e lo scalo già programmato. Potrebbe sembrare un’incongruenza da poco, ma questo episodio racchiude un segnale significativo: gli Stati Uniti sono certi di essere sempre accontentati dall’Italia, che invece sa cogliere l’occasione per riprendersi la propria sovranità.
Di fatto da quel momento Donald Trump ha cominciato ad accusare Giorgia Meloni di non impegnarsi a sufficienza per collaborare con gli Stati Uniti nell’ambito della guerra in Medio Oriente e contestualmente di non prendere abbastanza sul serio la minaccia iraniana. Neanche un mese dopo, il tycoon si è scagliato contro Papa Leone XIV, che aveva osato contestare l’attacco al Venezuela. Il lungo, offensivo e per certi versi minatorio post di Trump ha preteso l’intervento di Meloni, che tanto si era impegnata per salvaguardare il legame con gli States, ma non poteva certo esimersi da condannare le parole dell’alleato.
Anche in questo caso il tycoon ha risposto con durezza, attaccando personalmente la premier, la quale ha ribadito la propria posizione senza cadere nella provocazione. La situazione è via via degenerata fino al G7, in cui, a dire di Trump ,Meloni lo avrebbe “implorato di fare una foto”, come una fan in cerca di popolarità. Di tutto punto, la premier ha consigliato a Trump di occuparsi della propria popolarità, contestando il trattamento rivolto agli alleati: “dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente”.
Meloni ha ribadito che “io e l’Italia non imploriamo mai” e difeso la sovranità del Paese, anche in merito agli accordi che regolano l’uso delle basi militari. La questione continua infatti a ruotare intorno alle basi, diventate simbolo dell’autonomia italiana rispetto alla politica estera statunitense (un danno all’immagine di Trump, più che di Meloni) ma anche quello che lo stesso tycoon definisce un “grande disagio logistico”.
Non importa che siano gli Stati Uniti a “spendere centinaia di miliardi di dollari l’anno per proteggere l’Italia”, evidentemente anche il Belpaese fornisce un contributo non facilmente sostituibile a Washington (quello delle spese militari Nato è un altro snodo del conflitto) e, soprattutto, sa ferire l’ego del tycoon in un modo mai visto prima. Trump sta cercando di ridimensionare l’Italia, attribuendo alla premier un pentimento e un disperato tentativo di riavvicinamento che la assoggetterebbero, nell’opinione pubblica, a Washington. È evidente che la premier ha dato modo di essere considerata molto tollerante e più che accomodante nei confronti di Trump, ma ha saputo mettere un punto dove necessario.