Salario minimo, a quanto ammonta e come viene deciso in Italia

Simone Micocci

7 Agosto 2026 - 11:17

Niente salario minimo, ma «giusto» in Italia. Cosa cambia per i lavoratori e che succede invece nel resto d’Europa? Scopriamolo.

Salario minimo, a quanto ammonta e come viene deciso in Italia

Generalmente, con il termine salario minimo si intende il limite retributivo al di sotto del quale non si può scendere per essere in regola con quanto stabilito dalla normativa che, a seconda dei casi, può essere rappresentata dalla legge o dalla contrattazione collettiva.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’espressione salario minimo ha assunto un significato più specifico, indicando una soglia retributiva minima garantita direttamente dalla legge, indipendentemente da quanto previsto dai contratti collettivi.

Si tratterebbe, di fatto, di un passo ulteriore, nonché della quantificazione di un principio già sancito dall’articolo 36 della Costituzione, secondo cui “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

È proprio su questo principio che oggi si basano i giudici per valutare, caso per caso, se uno stipendio sia o meno adeguato, intervenendo, quando necessario, anche sugli importi previsti dalla contrattazione collettiva.

Come noto, però, oggi in Italia manca un salario minimo stabilito per legge, presente invece nella maggior parte dei Paesi europei. Nel nostro ordinamento, infatti, i principi garantiti dalla Costituzione trovano espressione soprattutto nella contrattazione collettiva, che copre la quasi totalità dei lavoratori, il 99,7% secondo i dati più aggiornati.

Proprio per l’elevato livello di copertura garantito dai contratti collettivi, l’Italia non avrebbe un bisogno così urgente di introdurre un salario minimo legale, tanto che l’Unione europea non le ha imposto di adeguarsi prevedendone obbligatoriamente l’adozione.

Ciononostante, una parte consistente della politica, soprattutto quella di centrosinistra, si batte da anni per la sua introduzione. Una proposta che ha però incontrato la contrarietà del governo Meloni, orientato piuttosto verso il concetto di “salario giusto”.

Facciamo quindi chiarezza su cosa si intende oggi per salario minimo, quale sarebbe l’importo teoricamente previsto e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una misura che, pur potendo apparire di buon senso, continua a dividere profondamente il dibattito politico e sociale.

Cos’è il salario minimo

Come anticipato, con il termine salario minimo si intende l’importo più basso della retribuzione che deve essere riconosciuto a un lavoratore e che viene garantito direttamente dalla legge. Con una misura di questo tipo, dunque, è il legislatore a fissare una soglia al di sotto della quale il datore di lavoro non può scendere, neppure in presenza di un diverso accordo individuale.

La soglia può essere uguale per la generalità dei lavoratori oppure accompagnata da importi differenti in base all’età, alla qualifica o al settore di appartenenza. In Germania, ad esempio, esiste un salario minimo nazionale valido per tutti, al quale possono aggiungersi minimi settoriali più elevati stabiliti dalla contrattazione collettiva.

Secondo Eurostat, al 1° luglio 2026 sono 22 su 27 i Paesi dell’Unione europea dotati di un salario minimo nazionale, mentre Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia continuano ad affidarsi prevalentemente alla contrattazione collettiva.
Solitamente il salario minimo viene quantificato come retribuzione oraria lorda, anche se in alcuni Paesi viene indicato attraverso un importo mensile o annuale. Nelle proposte discusse in Italia, come il ddl Catalfo, la soglia era stata fissata in 9 euro lordi per ogni ora di lavoro, ferma restando l’applicazione dei trattamenti più favorevoli previsti dai contratti collettivi.

Gli importi variano considerevolmente da un Paese all’altro. Dal 1° gennaio 2026, ad esempio, in Germania il salario minimo è pari a 13,90 euro lordi l’ora, mentre in Francia lo Smic corrisponde a 12,31 euro lordi l’ora, per un importo mensile di circa 1.867 euro.

In Spagna, invece, per il 2026 il salario minimo è stato fissato in 1.221 euro lordi al mese per 14 mensilità, equivalenti a 17.094 euro lordi all’anno. In questo caso l’importo viene espresso su 14 paghe, comprendendo quindi anche le due mensilità aggiuntive.

Il valore più elevato dell’Unione europea si registra in Lussemburgo, dove da giugno 2026 il salario sociale minimo per un lavoratore adulto non qualificato è pari a circa 16,02 euro lordi l’ora, ossia 2.771,33 euro al mese. Per i lavoratori qualificati l’importo sale del 20%, raggiungendo circa 3.325,59 euro mensili.
All’estremo opposto si trova la Bulgaria, con un minimo mensile di circa 620 euro.

Il caso del Lussemburgo è particolarmente interessante perché il salario minimo è collegato a un vero e proprio meccanismo di scala mobile. Gli stipendi, compreso il salario sociale minimo, vengono infatti adeguati all’andamento del costo della vita: quando l’indice dei prezzi al consumo registra una variazione del 2,5%, le retribuzioni vengono normalmente aumentate della stessa percentuale. In questo modo, la soglia minima non resta immutata nel tempo, ma viene aggiornata per preservare il potere d’acquisto dei lavoratori rispetto all’inflazione.

Salario minimo in Italia, le novità sul “salario giusto”

In Italia, al momento, il governo Meloni continua a escludere l’introduzione di un salario minimo legale, preferendo puntare sul concetto di “salario giusto” e sul rafforzamento della contrattazione collettiva.

L’impostazione parte dal fatto che nel nostro Paese la quasi totalità dei lavoratori è, come visto sopra, già coperta da un contratto collettivo. Per il governo, quindi, il problema principale non sarebbe fissare una soglia unica per legge, come quella dei 9 euro lordi l’ora proposta dalle opposizioni, quanto garantire che vengano rispettati i livelli retributivi previsti dai contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative.

Uno degli obiettivi è quindi contrastare il fenomeno dei contratti pirata, che in alcuni settori prevedono trattamenti economici sensibilmente inferiori rispetto a quelli normalmente riconosciuti per la stessa attività.

Le nuove misure intervengono anche sul problema dei ritardi nei rinnovi dei Ccnl, che possono determinare una perdita di potere d’acquisto per i lavoratori. In questa direzione si inseriscono i meccanismi di adeguamento collegati all’inflazione e i disincentivi pensati per spingere le parti sociali a rinnovare i contratti in tempi più rapidi.

Un altro elemento centrale è il riferimento al trattamento economico complessivo (Tec), che tiene conto non soltanto dei minimi tabellari, ma dell’insieme delle componenti retributive riconosciute al lavoratore.

Il rispetto di questi livelli diventa inoltre rilevante anche per l’accesso ad alcuni incentivi pubblici, con maggiori controlli nei confronti delle aziende che applicano trattamenti economici troppo bassi.

La differenza rispetto al salario minimo resta quindi sostanziale: da una parte una soglia minima fissata direttamente dalla legge, dall’altra un sistema che continua ad affidare alla contrattazione collettiva la determinazione degli stipendi, rafforzando però le garanzie contro retribuzioni troppo basse e dumping contrattuale.

Perché si continua a parlare di salario minimo in Italia

Secondo le opposizioni, però, il salario giusto non è funzionale. Ed proprio su questa quota di lavoratori meno tutelati che si concentra la proposta di introdurre un salario minimo legale, con l’obiettivo di aggiungere una soglia di garanzia che impedisca, indipendentemente dal contratto applicato, di scendere sotto un determinato importo.

Va però fatta una precisazione importante: nella proposta sostenuta dalle opposizioni il salario minimo di 9 euro lordi l’ora non andrebbe a sostituire la contrattazione collettiva. Il riferimento resterebbero i Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative e la soglia legale interverrebbe solamente quando il minimo previsto da questi fosse inferiore a 9 euro. Se il contratto stabilisce già una paga superiore, continuerebbe quindi ad applicarsi quest’ultima. È quanto è stato riproposto anche durante l’esame del decreto Lavoro nel 2026.

In questo senso il salario minimo avrebbe soprattutto una funzione di rete di sicurezza, pensata per impedire che contratti meno favorevoli o situazioni particolari possano portare la retribuzione al di sotto della soglia considerata dignitosa.

Salario minimo, quale impatto per le aziende?

Resta infine da considerare l’impatto sulle imprese. L’introduzione di una soglia di 9 euro avrebbe infatti un costo diretto soprattutto per quelle aziende che oggi riconoscono retribuzioni inferiori, mentre non produrrebbe automaticamente aumenti nei settori dove i contratti collettivi più rappresentativi garantiscono già importi superiori.

È proprio questo uno dei punti più controversi. Secondo i contrari, una soglia fissata troppo in alto potrebbe aumentare il costo del lavoro e, soprattutto nei settori a bassa produttività, frenare le assunzioni o favorire il ricorso al lavoro irregolare. Per i sostenitori, invece, una soglia minima servirebbe a impedire che la competitività delle imprese venga costruita sulla riduzione delle retribuzioni.

Molto dipenderebbe quindi dall’importo scelto e dagli interventi che lo accompagnerebbero. Una delle possibilità resta quella di affiancare al salario minimo una riduzione del cuneo fiscale e contributivo, così da aumentare gli stipendi più bassi limitando allo stesso tempo l’incremento dei costi sostenuti dalle imprese.