Riforma pensioni, tra novità e conferme: tutte le vie di uscita nel 2019

Quando posso andare in pensione? Se vi state ponendo questa domanda ecco la guida che fa al caso vostro.

Riforma pensioni, tra novità e conferme: tutte le vie di uscita nel 2019

Con l’introduzione di Quota 100, la conferma dell’Ape Sociale e la proroga dell’Opzione Donna, sono diverse le vie d’uscita dal lavoro per andare in pensione nel 2019.

La riforma delle pensioni appena approvata dal Consiglio dei Ministri (con il decreto legge che adesso dovrà essere approvato anche da Camera e Senato), ma anche l’adeguamento dei requisiti per la pensione con le aspettative di vita, scattato dal 1° gennaio 2019, hanno modificato notevolmente il nostro sistema previdenziale; per accedere alle varie vie d’uscita, quindi, ci sono nuovi requisiti e condizioni che è bene conoscere, così da poter andare in pensione il prima possibile.

In questo articolo abbiamo raccolto tutte le vie d’uscita possibili nel 2019, così da rispondere alla domanda su quando si può andare in pensione; una guida utile per tutti coloro che pensano di essere prossimi alla pensione ma ancora non sanno con quale opzione accedervi.

Pensione di vecchiaia

La prima opzione è quella tradizionale: la pensione di vecchiaia. Questa misura non prevede regole differenti per dipendenti pubblici e privati, né tantomeno per uomini e donne: in ogni caso vi si può fare accesso una volta maturati i 20 anni di contributi, purché nel contempo abbiate compiuto il 67° anno di età (il requisito anagrafico è stato aumentato di 5 mesi con l’adeguamento con le aspettative di vita).

Per lavoratori usuranti, gravosi e notturni, però, c’è la possibilità di andare in pensione sempre a 66 anni e 7 mesi (come nel 2018); per farlo, questi devono avere una contribuzione di 30 anni e farne richiesta all’Inps.

Pensione di vecchiaia contributiva

Sono in pochi a sapere che la pensione di vecchiaia ha un’alternativa riservata a coloro che rientrano interamente nel sistema contributivo per il calcolo della pensione, ossia per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996.

Con questa opzione si può andare in pensione anche con soli 5 anni di contribuzione, ma solo dopo aver compiuto il 71° anno di età. Si tratta quindi dello strumento con il quale si va in pensione più tardi.

Pensione anticipata

A differenza delle due opzioni precedenti, per la pensione anticipata - su disposizione del decreto appena approvato dal Consiglio dei Ministri - non si applica alcun adeguamento con le aspettative di vita. Quindi i requisiti per questa via d’uscita dal lavoro restano gli stessi dello scorso anno: indipendentemente dall’età anagrafica i lavoratori devono aver maturato 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre per le lavoratrici ne sono sufficienti 41 anni e 10 mesi.

A differenza del 2018, però, la pensione anticipata prevede delle finestre mobili: dalla maturazione dei suddetti requisiti alla decorrenza della pensione, infatti, devono trascorrere 3 mesi.

Pensione anticipata contributiva

Il decreto non interviene sulla pensione anticipata contributiva, l’opzione riservata a coloro che rientrano interamente nel calcolo contributivo e che hanno maturato un assegno previdenziale superiore a 2,8 volte l’assegno sociale (che nel 2019 è pari a 457,99€, quindi l’importo da superare è pari a 1.282,37€.

Chi soddisfa i requisiti per accedervi potrà anticipare di tre anni - rispetto a quanto previsto dalla pensione anticipata - il collocamento in quiescenza: si può andare in pensione, quindi, all’età di 64 anni e con 20 anni di contributi.

Quota 41

Matteo Salvini ha detto che il prossimo obiettivo del Governo sarà quello di estendere a tutti la possibilità di ricorrere a Quota 41, l’opzione per la quale - come si può facilmente dedurre dal nome - sono sufficienti 41 anni di contribuzione, indipendentemente dall’età, per andare in pensione.

Anche nel 2019, però, questa misura è riservata ai soli lavoratori precoci (ossia coloro che hanno maturato 12 mesi di contributi prima del compimento dei 19 anni) che rientrano in una delle seguenti categorie: disoccupati, invalidi al 74%, caregivers o lavoratori usuranti.

Quota 41 non si è adeguata alle aspettative di vita, tuttavia il decreto che ha modificato il sistema previdenziale ha introdotto anche per questa misura una finestra mobile di tre mesi.

Quota 100

La grande novità del 2019 è rappresentata da Quota 100, la nuova via di uscita anticipata per coloro che hanno compiuto i 62 anni e hanno maturato 38 anni di contributi.

In questo caso di sono tempistiche differenti per dipendenti pubblici e privati: per quest’ultimi la pensione decorre tre mesi dopo dalla maturazione dei requisiti, mentre statali devono attendere sei mesi (inoltre hanno l’obbligo di comunicare la propria decisione con sei mesi di anticipo).

Quota 100 partirà da aprile 2019 per coloro che hanno maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2018; nel caso dei dipendenti pubblici, la prima finestra utile è invece fissata per luglio 2019.

Opzione Donna

Dopo anni di battaglie, le lavoratrici sono riuscite ad ottenere la proroga di Opzione Donna, la misura che consente loro di andare in pensione una volta maturati 35 anni di contribuzione (effettiva).

Nel dettaglio, questa misura nel 2019 è riservata a:

  • lavoratrici dipendenti nate entro il 31 dicembre 1960 (quindi chi ha compiuto 58 anni entro il 31 dicembre scorso);
  • lavoratrici autonome nate entro il 31 dicembre 1959 (quindi chi ha compiuto 59 anni entro il 31 dicembre scorso).

I 35 anni di contributi, inoltre, devono essere stati maturati entro il 31 dicembre 2018. Per Opzione Donna ci sono altre piccole considerazioni da fare, ad esempio quella per cui la pensione decorre dopo 12 (per le lavoratrici dipendenti) o 18 mesi (per le autonome) dal raggiungimento dei requisiti previsti.

Inoltre, chi accede a questa misura deve accettare il ricalcolo contributivo della pensione, con una penalizzazione variabile a seconda del proprio trascorso lavorativo.

Pensione invalidi 80%

Per gli invalidi continua ad attuarsi quanto previsto dal D.lgs 503/1992. Quindi, a coloro che hanno una percentuale di invalidità pari o superiore all’80% e possono vantare anzianità contributiva precedente al 1° gennaio 1996, viene consentita l’uscita dal lavoro all’età di:

  • 61 anni (uomini);
  • 56 anni (donne).

Per quanto riguarda il requisito contributivo, questo varia a seconda della data di maturazione: generalmente sono necessari 20 anni di contributi, ma in caso di maturazione entro il 31 dicembre 1992 sono sufficienti 15 anni.

È prevista inoltre una finestra mobile di 12 mesi. Questa opzione è però riservata ai soli lavoratori subordinati.

Deroga Amato

C’è poi la possibilità di andare in pensione ricorrendo a quanto disposto dalla Legge Amato 503/1992, con la quale viene stabilito che in alcuni casi la pensione di vecchiaia (67 anni di età) si matura anche con soli 15 anni di contributi.

Questo è possibile quando i 15 anni di contributi sono stati maturati entro il 31 dicembre 1992; in alternativa, il requisito contributivo viene “tagliato” di cinque anni per coloro che hanno versato il primo contributo da almeno 25 anni.

Prestito pensionistico

Anziché accedere alla pensione, per i lavoratori c’è la possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro percependo - in attesa della decorrenza dell’assegno previdenziale - un’indennità sostitutiva finanziata tramite un prestito erogato da una banca o da un istituto finanziario.

Il prestito può essere a costo zero nel caso dell’Ape Sociale (appena prorogata dal decreto legge approvato dal Governo), quindi senza penalizzazioni sull’assegno previdenziale; a questa misura si può accedere a 63 anni e 5 mesi (con 3 anni e 7 mesi di anticipo dalla pensione di vecchiaia) e con 30 anni di contributi. Questo vale però solamente per i disoccupati, gli invalidi al 74% e i caregivers.

Anche i lavoratori gravosi e usuranti possono accedere all’Ape Sociale: in questo caso però il requisito contributivo è di 36 anni.

Tutti i lavoratori invece possono accedere all’Ape Volontario all’età di 63 anni e 5 mesi e una volta maturati 20 anni di contributi; in tal caso, però, bisogna accettare una decurtazione dell’assegno previdenziale, utile per restituire il prestito ottenuto.

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