Referendum, perché votare No secondo l’onorevole Toni Ricciardi

Simone Micocci

02/02/2026

Votare sì o no al referendum sulla giustizia? L’On. Toni Ricciardi, del Partito Democratico, non ha alcun dubbio a riguardo. Ecco le ragioni del No.

Referendum, perché votare No secondo l’onorevole Toni Ricciardi

Votare Sì o No al referendum sulla giustizia? A poche settimane dalla consultazione del 22 e 23 marzo, il dubbio resta forte. Secondo gli ultimi sondaggi politici, oltre la metà degli elettori - circa il 56% - non ha ancora deciso come esprimersi su una riforma che interviene direttamente sugli equilibri tra i poteri dello Stato.

Un’incertezza comprensibile, ma che evidenzia anche la necessità di maggiore informazione. Perché un referendum costituzionale non può essere sottovalutato nel momento in cui riguarda il funzionamento della giustizia che incide ogni giorno sulla vita dei cittadini. Essere consapevoli di cosa si vota al referendum sulla giustizia significa quindi poter partecipare davvero alla scelta collettiva.

Per questo Money.it ha avviato una serie di approfondimenti, dando voce a giuristi, esperti ed esponenti politici con posizioni diverse, così da offrire ai lettori strumenti utili per orientarsi. In questa intervista abbiamo raccolto il punto di vista dell’Onorevole Toni Ricciardi, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione Estero - Ripartizione Europa, che spiega perché, a suo avviso, questa riforma rappresenti un rischio per l’equilibrio della giustizia e per questo motivo invita a votare No.

Onorevole, se dovesse spiegarlo in parole semplici: per cosa si vota il 22 e 23 marzo e perché è importante partecipare a questo referendum?

Il 22 e 23 marzo i cittadini sono chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale che interviene in modo profondo sull’assetto della giustizia italiana. Non è un voto tecnico riservato agli addetti ai lavori: riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato e i diritti di tutti. Partecipare è importante perché il referendum è uno degli strumenti fondamentali della nostra democrazia e perché qui si decide se cambiare o meno principi delicati che incidono sulla tutela dei cittadini davanti alla legge.

Spesso si parla di questo voto come del referendum sulla separazione delle carriere. È davvero solo questo o la riforma cambia anche altro?

No, ridurlo alla sola separazione delle carriere è fuorviante, che peraltro è stata già introdotta con la Riforma Cartabia. Quella è certamente la parte più discussa, ma la riforma interviene anche sugli organi di autogoverno della magistratura, introduce il meccanismo del sorteggio e istituisce una nuova Alta Corte disciplinare. Sono cambiamenti strutturali che vanno ben oltre uno slogan e che meritano di essere valutati nel loro insieme.

Tra le ragioni portate da chi sostiene il Sì c’è l’idea che questa riforma possa rendere la giustizia più veloce. Secondo lei accorcerà davvero i tempi dei processi civili e penali?

No, e su questo bisogna essere molto chiari. I tempi lunghi dei processi non dipendono dall’organizzazione delle carriere dei magistrati, ma dalla carenza di personale, dalle strutture inadeguate, dalla complessità delle procedure. Separare le carriere non accorcia di un giorno i processi civili o penali. È una promessa che non trova riscontro nella realtà.

Allora da dove bisognerebbe partire davvero per rendere la giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini?

Bisognerebbe partire dagli investimenti: più magistrati, più personale amministrativo, più digitalizzazione, uffici giudiziari efficienti. E poi servono riforme condivise delle procedure, non interventi ideologici sull’assetto costituzionale. La giustizia si migliora lavorando sulle condizioni concrete in cui opera ogni giorno.

Chi si oppone alla riforma parla spesso di un rischio per l’indipendenza della magistratura. Può farci un esempio, comprensibile anche a chi non è del settore?

Mi stupisce Schlein, la legge gioverebbe anche a loro al governo”. Credo che questa frase del Ministro Nordio sintetizzi bene la questione e risulti molto chiara per i cittadini.

In particolare, perché vi preoccupa il meccanismo del sorteggio per la scelta di alcuni componenti degli organi di autogoverno? Qual è il rischio, detto in modo semplice?

Il sorteggio viene presentato come una soluzione semplice, ma in realtà è pericoloso. Gli organi di autogoverno assumono decisioni complesse e delicate: scegliere chi li compone in modo casuale significa rinunciare al merito, all’esperienza e alla responsabilità. Il rischio è quello di avere organismi più deboli. Inoltre, la componente laica sorteggiata sarebbe ridotta e selezionata tra persone indicate dalla politica. Oggi i membri del CSM vengono eletti con una maggioranza qualificata dei tre quinti del Parlamento, ma domani? Non lo sappiamo. Potrebbe bastare una maggioranza semplice, consentendo a una sola parte di decidere chi inserire nella lista da sorteggiare.

Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera, anche se svolgono ruoli diversi. Esiste davvero il rischio che si favoriscano tra loro per “spirito di corpo” o amicizia, come spesso si sente dire?

Questa è una narrazione che non corrisponde alla realtà. Giudici e pubblici ministeri svolgono ruoli diversi, con funzioni e responsabilità ben distinte, e il sistema delle garanzie processuali assicura già oggi l’imparzialità del giudice. Non ci sono dati che dimostrino favoritismi sistematici dovuti all’appartenenza alla stessa carriera.

Uno dei punti meno conosciuti della riforma è l’Alta Corte disciplinare. Che cos’è e perché rappresenta per voi un passaggio così delicato?

L’Alta Corte disciplinare è un organo che si occuperebbe delle sanzioni nei confronti dei magistrati. Ci preoccupa perché rischia di creare un livello ulteriore di controllo che può diventare uno strumento di pressione. La disciplina è necessaria, ma va esercitata con equilibrio e senza mettere in discussione l’autonomia della magistratura. E ancora, si moltiplicano le poltrone e i costi.

Voi criticate non solo il contenuto, ma anche il metodo con cui si è arrivati a questa riforma. Che cosa vi ha fatto parlare di una riforma “chiusa” e poco condivisa?

Parliamo di una riforma chiusa perché è stata costruita senza un vero confronto con le forze politiche, con la magistratura, con l’avvocatura e con la società civile. Su temi così delicati servirebbe un dialogo ampio e serio. Qui invece si è scelta una strada unilaterale, che ha prodotto un testo divisivo.

In questi giorni si è discusso anche delle modalità di voto degli italiani all’estero, con l’ipotesi di cambiare le regole a ridosso del referendum. Perché questa vicenda vi preoccupa e che cosa dice, secondo voi, del modo in cui si sta gestendo questa consultazione?

Intervenire sulle modalità di voto a ridosso di un referendum costituzionale crea incertezza, disorientamento e rischia di compromettere la piena partecipazione di milioni di cittadini. Gli italiani all’estero hanno già procedure di voto complesse che funzionano solo se programmate con largo anticipo. Cambiare le regole all’ultimo momento non migliora la trasparenza, ma la mette in discussione. E soprattutto manda un messaggio sbagliato: come se il voto degli italiani all’estero fosse un elemento secondario. Per noi non è così. È un diritto costituzionale che va garantito con regole chiare, stabili e condivise. Allo stesso modo andava garantito in modo strutturale anche il diritto di voto agli studenti e ai lavoratori fuori sede, cosa che il governo oggi non sta facendo, perché teme il giudizio delle giovani generazioni.

Se domani vi venisse proposta una riforma della giustizia davvero condivisa, mettendo da parte questo testo e il referendum, da quali punti ripartireste?

Ripartiremmo dall’ascolto e dai problemi reali: tempi dei processi, accesso alla giustizia, tutela delle vittime, diritti della difesa. E soprattutto da un metodo diverso, basato sul confronto e non sulla contrapposizione ideologica.

Cosa direbbe a una persona indecisa che si chiede se andare a votare e perché scegliere il No?

Direi innanzitutto di andare a votare. In un momento in cui la partecipazione democratica è sempre più fragile, il referendum è un’occasione preziosa per far sentire la propria voce. E poi direi di votare No, perché questa riforma non rende la giustizia più veloce, non la rende più giusta e non la rende più vicina ai cittadini.

Il No non è un voto di conservazione, ma di responsabilità. È la scelta di difendere l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura e i diritti delle persone comuni, che hanno bisogno di una giustizia efficiente. E ancora, il No difende la democrazia che senza mezzi termini è messa in seria discussione. Se davvero vogliamo riformare la giustizia, facciamolo partendo dai problemi reali e con un metodo condiviso, non con una riforma divisiva e ideologica.

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