Referendum giustizia 2026, cosa succede ora che ha vinto il No

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23 Marzo 2026 - 16:17

È arrivato il verdetto: gli elettori si sono espressi respingendo la riforma della giustizia. Ecco cosa succede ora che ha vinto il No al referendum

Referendum giustizia 2026, cosa succede ora che ha vinto il No

Il referendum sulla giustizia 2026 si è concluso e, con la chiusura dei seggi, il tran tran degli exit poll e gli scrutini che giungono al termine, il risultato è quasi ufficiale: il No vince la partita con oltre il 54% dei voti circa, confermando in parte quelle che erano le indiscrezioni della vigilia. Un voto che spacca quasi l’elettorato a metà ma che riflette un decisivo vantaggio del fronte del No.

Pertanto, la costituzione non cambierà, non ci sarà alcuna attuazione della riforma della giustizia e, quindi, non verranno approvate le modifiche previste e portate avanti dal governo.

L’affluenza è stata senz’altro un fattore, dato che, rispetto ai referendum precedenti, c’è stato un riscontro positivo che si attesta a una percentuale vicina al 60% (poco meno del 58,9% per l’esattezza). Non dimentichiamoci, comunque, che non era previsto il quorum e, pertanto, il risultato sarebbe stato comunque definitivo anche con una partecipazione minore (sotto la soglia del 50% dei votanti).

Ma cosa significa in termini concreti che la costituzione italiana non cambierà? Qual era la prospettiva in caso di vittoria del Sì e, soprattutto, cosa succederà ora? Cerchiamo di fare ordine e di capire davvero cosa accadrà da adesso in poi in base al risultato referendario.

Cosa succede ora che ha vinto il No al referendum giustizia 2026?

La risposta, nella sostanza, è tanto semplice quanto politicamente pesante: non cambia nulla, almeno sul piano costituzionale. La cosiddetta “Riforma Nordio-Meloni”, approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, viene definitivamente respinta e non entrerà mai in vigore.

Questo significa che l’assetto della magistratura italiana resta quello attuale, costruito sull’idea di un corpo unico. Giudici e pubblici ministeri continueranno a far parte dello stesso ordine, accederanno tramite un unico concorso e, almeno in linea teorica, potranno ancora passare da una funzione all’altra nel corso della carriera, anche se oggi ciò accade molto raramente.

Salta quindi uno dei pilastri più discussi della riforma: la separazione delle carriere. Per i sostenitori del No si tratta di un punto cruciale, perché mantiene intatta la figura del pm “ibrido”, un accusatore che però ragiona con la mentalità del giudice e che, proprio per questo, può chiedere anche l’archiviazione quando ritiene che l’imputato sia innocente.

Non cambia neppure la governance interna della magistratura. Resta un unico Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica, che continuerà a gestire nomine, trasferimenti, avanzamenti di carriera e procedimenti disciplinari. L’idea di due CSM distinti – uno per i giudici e uno per i pm – viene quindi definitivamente archiviata.

Altro punto chiave: non verrà introdotto alcun sistema di sorteggio per la selezione dei membri del CSM. Si continuerà con il modello elettivo, che però porta con sé anche le criticità già note, come il peso delle possibili correnti interne e il rischio di “nomine lottizzate”, uno dei baluardi dei comitati del Sì. In altre parole, il referendum blocca il cambiamento ma non risolve i problemi strutturali già esistenti.

Stessa sorte per l’Alta Corte Disciplinare, che non nascerà. Le funzioni disciplinari restano quindi in capo al CSM, mantenendo quel sistema che i critici definiscono “corporativo”, cioè basato sul giudizio dei magistrati sui propri colleghi.

C’è poi un elemento spesso frainteso nel dibattito pubblico: il referendum non incide direttamente sui processi. La durata dei procedimenti, il sovraffollamento delle carceri o la carenza di personale negli uffici giudiziari restano temi aperti e non toccati dalla riforma. La vittoria del No, dunque, non produce effetti immediati nella vita quotidiana dei cittadini, ma congela l’assetto istituzionale.

Infine, il significato più profondo della vittoria del No è la conferma del modello disegnato dai Padri Costituenti nel 1948: una magistratura unita, indipendente e autonoma anche rispetto al potere politico. Secondo i contrari alla riforma, proprio questo equilibrio sarebbe stato messo a rischio dalla separazione delle carriere e dalle altre novità costituzionali paventate, che avrebbe potuto avvicinare il pubblico ministero all’esecutivo. Con il voto degli elettori, quel rischio – almeno per ora – viene scongiurato.

Cosa sarebbe successo se avesse vinto il Sì?

Per capire davvero il peso del risultato, bisogna immaginare lo scenario opposto. Se avesse vinto il Sì, la riforma sarebbe entrata in vigore e avrebbe cambiato in profondità l’architettura della magistratura italiana.

Il primo e più radicale intervento sarebbe stato la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Chi entrava in magistratura avrebbe dovuto scegliere fin dall’inizio se diventare giudice o pm, senza più possibilità di passare da un ruolo all’altro. Una divisione netta, pensata – secondo i sostenitori – per garantire maggiore imparzialità nel processo, evitando qualsiasi contiguità professionale tra chi accusa e chi giudica.

A questa trasformazione si sarebbe affiancata la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura distinti. Uno dedicato ai giudici, l’altro ai pubblici ministeri. Entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, ma con competenze separate. L’obiettivo dichiarato era rendere più chiara la distinzione tra le funzioni e migliorare la gestione delle carriere.

Il vero punto di rottura, però, sarebbe stato il sorteggio dei membri. Una parte dei componenti dei nuovi CSM sarebbe stata estratta a sorte da elenchi di magistrati, professori universitari e avvocati con almeno 15 anni di esperienza. Una misura pensata per ridurre il peso delle correnti e della politica interna alla magistratura, ma che molti critici consideravano rischiosa, perché avrebbe potuto premiare anche profili meno qualificati.

Altro elemento chiave: la nascita dell’Alta Corte Disciplinare. Un organo autonomo incaricato di giudicare gli illeciti dei magistrati, sottraendo questa funzione al CSM. Nelle intenzioni dei promotori, questo avrebbe garantito controlli più imparziali e severi, aumentando la fiducia dei cittadini nella giustizia.

La riforma prevedeva anche modifiche più tecniche ma significative: l’accesso dei pubblici ministeri alla Cassazione dopo almeno 15 anni di servizio, e un diverso sistema di inamovibilità legato al CSM di appartenenza.

Va però chiarito un punto fondamentale: anche con la vittoria del Sì non ci sarebbero stati effetti immediati sui processi. La riforma avrebbe richiesto una serie di leggi attuative per rendere operativi i nuovi meccanismi.

In sostanza, il Sì avrebbe aperto una fase di transizione lunga e complessa, con una riscrittura profonda degli equilibri tra accusa, giudice e organi di autogoverno. Una trasformazione strutturale, non immediata, ma destinata a cambiare nel tempo il volto della giustizia italiana.

Il risultato politico oltre il referendum: ecco cosa significa la vittoria del No

Se sul piano giuridico la vittoria del No congela tutto, su quello politico il significato è tutt’altro che neutro. Anzi, è qui che si gioca la partita più interessante.

Il referendum si è trasformato fin dall’inizio in un banco di prova per il governo. La riforma era una delle bandiere dell’esecutivo e, di fatto, il voto popolare si è trasformato in una verifica del consenso su una delle sue principali iniziative. La vittoria del No rappresenta quindi una sconfitta politica per la maggioranza.

Non è una sconfitta tale da far cadere il governo, ma è un segnale chiaro. L’esecutivo esce indebolito su un tema simbolico, soprattutto perché la riforma era stata presentata come un passaggio storico per modernizzare la giustizia. Il risultato dice invece che una parte consistente del Paese – e la maggioranza dei votanti – non era convinta.

Dall’altra parte, le opposizioni escono rafforzate. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno costruito gran parte della loro campagna sul rischio che la riforma potesse alterare l’equilibrio tra magistratura e politica. La vittoria del No viene letta come una conferma di questa linea e come un segnale di possibile ricompattamento del fronte progressista.

C’è poi un dato politico ancora più rilevante: il referendum offre una fotografia aggiornata dei rapporti di forza nel Paese. A poco più di un anno dalla fine della legislatura, il risultato indica che il consenso verso il governo non è monolitico e che su alcuni temi – soprattutto quelli istituzionali – esiste una forte polarizzazione.

Non va però semplificato troppo il quadro. Il voto non è un giudizio complessivo sull’operato del governo, ma su una specifica riforma. Tuttavia, in politica i simboli contano, e questo referendum lo era.

Cosa succederà ora? È probabile che il governo non abbandoni del tutto il tema giustizia, ma che cerchi strade alternative, magari attraverso leggi ordinarie meno divisive. Allo stesso tempo, le opposizioni potrebbero sfruttare il risultato per rafforzare l’idea di un “campo largo” in vista delle prossime elezioni.

In una puntata di Money Talks, il podcast di Money.it, abbiamo intervistato due magistrati, uno a favore del Sì e uno per il No. GUARDA ORA su YouTube.

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