Le radiazioni rilasciate in Iran possono arrivare in Italia?

Simone Micocci

2 Marzo 2026 - 13:14

Rischio radiazioni per i bombardamenti in Iran: ma c’è la possibilità che eventuali rilasci radioattivi possano spingersi fino all’Italia?

Le radiazioni rilasciate in Iran possono arrivare in Italia?

Con lo scoppio della guerra in Iran cresce l’allarme per una possibile fuga radioattiva. D’altronde, obiettivo di Stati Uniti e Israele sono proprio diversi siti del programma nucleare iraniano, con un rischio - almeno teorico - di rilascio di radiazioni.

A parlarne è stato il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, che ha affermato come finora “non vi siano indicazioni di danni a siti nucleari” e che “non è stato rilevato alcun aumento dei livelli di radiazioni sopra i valori standard nei Paesi confinanti con l’Iran”.

Tuttavia, lo stesso Grossi non se l’è sentita di escludere del tutto un possibile disastro radiologico: “La situazione è molto preoccupante, non possiamo escludere un possibile rilascio radiologico con gravi conseguenze, inclusa la necessità di evacuare aree grandi o anche più grandi delle principali città”.

A tal proposito, fermo restando la lontananza dell’Iran dall’Italia, quanto è reale il rischio che eventuali radiazioni possano arrivare fino al nostro Paese? D’altronde, nel caso di quello che è riconosciuto come il più grande disastro nucleare della storia - l’incidente alla Centrale nucleare di Chernobyl - bastarono pochi giorni perché tracce di radioattività fossero rilevate anche in Italia, seppur a livelli molto più bassi rispetto alle aree limitrofe.

Potrebbe succedere lo stesso anche in Iran o possiamo stare “tranquilli”, fermo restando il rischio che qualcosa possa accadere?

La guerra in Iran può provocare un allarme radiazioni?

L’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele ha inevitabilmente riacceso il timore di un possibile incidente radiologico.

D’altronde, secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore iraniano presso l’organismo di vigilanza nucleare dell’Onu, Reza Najafi, gli attacchi aerei di questi giorni avrebbero colpito il sito di arricchimento di Natanz, uno dei principali impianti del programma nucleare iraniano.

Il tema è delicato perché quando si parla di bombardamenti su strutture nucleari il pensiero corre subito a scenari come Chernobyl o Fukushima. Tuttavia, è bene fare una distinzione tra un reattore nucleare attivo e un impianto di arricchimento dell’uranio come quelli che potrebbero essere oggetto di attacco in Iran.

Come spiegato dalla professoressa Annalisa Manera del Politecnico federale di Zurigo (Eth), in queste strutture non avvengono reazioni nucleari come in un reattore: è presente principalmente uranio 238 e 235, sostanze che pongono più un problema di tossicità chimica che radiologica.

L’uranio è infatti un emettitore alfa: le particelle alfa hanno una capacità di penetrazione molto limitata e vengono bloccate persino da un foglio di carta. Il rischio radiologico diventa reale solo in caso di inalazione o ingestione di polveri contaminate. Inoltre, trattandosi di installazioni sotterranee, anche l’eventuale dispersione nell’ambiente risulterebbe fortemente limitata.

In altre parole, sulla base delle valutazioni tecniche disponibili, uno scenario simile a quello della Centrale nucleare di Chernobyl appare molto distante. Questo non significa che il rischio sia pari a zero, ma che - allo stato attuale delle informazioni - non si configura un allarme radiologico su larga scala.

Eventuali radiazioni possono arrivare dall’Iran all’Italia?

Alla luce di quanto spiegato sopra, allo stato attuale delle informazioni non c’è al momento alcun pericolo che eventuali radiazioni possano arrivare fino in Italia.

È vero che la distanza geografica, da sola, non rappresenta una garanzia assoluta. Il precedente della Centrale nucleare di Chernobyl lo dimostra chiaramente. Tra Milano e Chernobyl ci sono circa 2.000 chilometri e, nonostante ciò, la nube radioattiva generata dall’esplosione del 26 aprile 1986 raggiunse il nostro Paese tra il 29 aprile e i primi giorni di maggio. Trasportata dai venti occidentali e favorita da condizioni atmosferiche instabili sull’Europa centrale, attraversò Germania e Svizzera prima di arrivare sul Nord Italia, dove le piogge radioattive portarono isotopi come cesio-137 e stronzio-90 soprattutto in Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, tanto che le autorità imposero divieti temporanei sul consumo di latte e prodotti agricoli e avviarono controlli sanitari straordinari.

Ma il punto centrale è un altro: Chernobyl fu l’esplosione di un reattore nucleare in piena attività, con un rilascio massiccio e incontrollato di prodotti di fissione altamente radioattivi nell’atmosfera. Si trattò di un evento catastrofico, con una dispersione enorme e prolungata.

Nel caso iraniano, che tra l’altro è ben più distante dall’Italia, invece, si parla di impianti di arricchimento dell’uranio e non di reattori a fissione. Alla luce delle caratteristiche degli impianti colpiti in Iran e delle valutazioni tecniche disponibili, uno scenario analogo a Chernobyl appare oggi estremamente improbabile e non ci sono elementi per parlare di un pericolo di radiazioni in arrivo in Italia.

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