Molti investitori stanno guardando con interesse alcuni BTP che oggi offrono rendimenti intorno al 2,7% netto. In un contesto in cui conti deposito, depositi postali e strumenti a breve termine rendono circa il 2-2,5% lordo, la differenza sembra interessante.
A prima vista potrebbe sembrare una buona occasione: bloccare per cinque anni un rendimento superiore a quello dei prodotti più liquidi. Ma prima di comprare questi titoli conviene fermarsi un momento e valutare alcuni aspetti che spesso vengono sottovalutati. Dietro questo rendimento si nascondono infatti tre rischi che molti investitori non considerano abbastanza.
L’idea di “bloccare” un rendimento più elevato è comprensibile, soprattutto quando il confronto immediato viene fatto con strumenti che sembrano offrire solo una remunerazione più bassa e per periodi più brevi. Tuttavia, proprio perché si sta parlando di un orizzonte pluriennale, il punto non è soltanto quanto rende oggi un titolo, ma che cosa può succedere lungo il percorso. Il rendimento promesso a scadenza, infatti, diventa davvero significativo solo se l’investitore è in grado di mantenere il titolo fino alla fine e se lo scenario macroeconomico non cambia in modo tale da rendere quel rendimento meno competitivo. È qui che spesso si crea l’equivoco: si guarda alla percentuale finale, ma si sottovaluta la dinamica che porta a quel risultato.
I due BTP a confronto
Tra i titoli con scadenza nel 2030 che oggi attirano l’attenzione degli investitori ci sono in particolare due BTP. Il BTP 1,65% dicembre 2030 offre un rendimento effettivo a scadenza lordo del 2,94% e netto del 2,72%, con un prezzo intorno a 94,42 e una duration modificata di circa 4,41. Molto simile è il BTP 0,95% agosto 2030, che presenta un rendimento lordo del 2,89% e netto del 2,76%, con un prezzo di circa 92,13 e una duration di circa 4,18. In entrambi i casi il rendimento netto si colloca quindi intorno al 2,7-2,8%.
Questi numeri sono esattamente ciò che spinge molti risparmiatori a considerarli “interessanti”: prezzi sotto la pari, rendimenti netti che sembrano superiori alla maggior parte delle alternative senza rischio di credito e una scadenza che appare gestibile. A livello psicologico, inoltre, un titolo che quota 94,42 o 92,13 trasmette l’idea di un potenziale “vantaggio” futuro, perché a scadenza il rimborso è a 100. Ma è importante capire che quel vantaggio non è gratuito: è la componente che compensa proprio i rischi legati al tempo, ai tassi e all’inflazione.
Il confronto con conti deposito e BOT
Oggi molti conti deposito vincolati offrono rendimenti tra il 2% e il 2,5% lordo, livelli simili a quelli dei depositi postali o dei titoli di Stato molto brevi. Questo spinge molti risparmiatori a pensare che acquistare un BTP al 2,7% netto sia automaticamente più conveniente. Ma il confronto non è così semplice. I conti deposito e i titoli a breve termine hanno infatti una caratteristica importante: possono essere rinnovati o reinvestiti più facilmente se i rendimenti salgono. Con un BTP a cinque anni, invece, il rendimento viene sostanzialmente bloccato.
Questa differenza operativa è spesso il vero spartiacque. Un prodotto a breve termine non offre solo “meno rendimento”: offre anche la possibilità di correggere la rotta più rapidamente. Se tra sei o dodici mesi i rendimenti disponibili sul mercato fossero più alti, chi ha scelto strumenti brevi potrebbe semplicemente reinvestire a condizioni migliori. Chi invece ha immobilizzato il capitale in un BTP fino al 2030 mantiene la promessa di un rendimento a scadenza, ma perde flessibilità. E la flessibilità, in fasi incerte, ha un valore che non sempre viene quantificato ma che può risultare determinante.
1) Il rischio inflazione
Il primo fattore da considerare è l’andamento dell’inflazione. Negli ultimi anni si è visto quanto fattori geopolitici e materie prime possano influenzarla rapidamente. Basta pensare a quanto accaduto con il petrolio che in alcune fasi ha sfiorato i 120 dollari al barile prima di ridimensionarsi. Se nei prossimi anni l’inflazione dovesse tornare a salire – magari proprio a causa di nuovi shock energetici – il rendimento reale di questi BTP potrebbe ridursi sensibilmente. Un rendimento nominale del 2,7% netto potrebbe infatti diventare molto meno interessante se l’inflazione dovesse stabilizzarsi su livelli più elevati.
Il punto chiave è la differenza tra rendimento nominale e rendimento reale. Il rendimento nominale è quello che si legge sul titolo, ma ciò che conta per il potere d’acquisto è quanto quel rendimento supera l’inflazione. Se l’inflazione resta bassa, un 2,7% netto può essere soddisfacente. Se invece l’inflazione torna ad alzarsi, lo stesso rendimento potrebbe non compensare la perdita di potere d’acquisto. Questo rischio non appare subito, perché non si manifesta con un “costo” immediato: si vede nel tempo, quando il capitale cresce meno di quanto aumentano i prezzi.
2) Il rischio tassi
Un secondo scenario possibile è quello in cui i tassi di interesse tornino a salire. In questo caso strumenti come BOT a 12 mesi, conti deposito o altri prodotti di breve durata potrebbero arrivare a offrire rendimenti più elevati rispetto ai BTP con scadenza nel 2030. Chi oggi blocca il rendimento per cinque anni potrebbe quindi trovarsi nella situazione in cui strumenti molto più flessibili iniziano a pagare interessi più alti. C’è anche un altro effetto da considerare: se i rendimenti di mercato salgono, il prezzo dei BTP già emessi tende a scendere.
Un esempio aiuta a capire meglio il meccanismo. Con una duration di circa 4 anni, se i rendimenti dei titoli a cinque anni salissero dal 2,9% al 3,9%, il prezzo di un BTP potrebbe scendere anche di circa 4%. Un titolo comprato oggi a 94 potrebbe quindi scendere intorno a 90. Chi mantiene il titolo fino alla scadenza non perde il capitale, ma chi fosse costretto a vendere prima potrebbe registrare una perdita.
Questo rischio non riguarda solo chi “fa trading” sui BTP. Riguarda anche chi pensa di tenerli a lungo, ma non può escludere a priori la necessità di liquidare prima del 2030. In quel caso, l’oscillazione di prezzo smette di essere teorica e diventa pratica. Inoltre, anche se non si vende, vedere il valore scendere può influenzare le decisioni emotive, portando a vendite in momenti sfavorevoli. È per questo che la duration modificata di circa 4,41 e 4,18 non è un dettaglio tecnico marginale: rappresenta una misura della sensibilità ai tassi e quindi della volatilità potenziale del prezzo.
3) Il rischio cedola
Un aspetto che molti risparmiatori trascurano è la cedola effettiva di questi titoli. Il BTP 1,65% paga una cedola annua relativamente bassa rispetto ai rendimenti oggi disponibili su strumenti a breve termine. Lo stesso vale per il BTP 0,95%. Questo significa che una parte importante del rendimento complessivo deriva dal fatto che il titolo viene acquistato sotto la pari e sarà rimborsato a 100 alla scadenza. In altre parole, per ottenere il rendimento pieno del 2,7% netto bisogna attendere fino al 2030.
Nel frattempo l’investitore riceve cedole che spesso risultano inferiori ai rendimenti disponibili su BOT a 12 mesi o su alcuni conti deposito. Questo elemento può sembrare secondario, ma diventa importante quando si ragiona in termini di flussi. Con cedole basse, una parte significativa del rendimento resta “congelata” nel differenziale tra prezzo di acquisto e rimborso a 100. Se si vende prima, si rischia di non beneficiare pienamente di quel recupero, soprattutto se i tassi sono saliti e il prezzo è sceso. È un rendimento che si materializza davvero soprattutto nella parte finale del percorso.
Cosa suggerisce la statistica?
La storia dei mercati obbligazionari mostra un dato abbastanza chiaro: quando l’inflazione è incerta e i tassi potrebbero ancora oscillare, le scadenze brevi tendono a essere più flessibili e meno rischiose. Gli strumenti a breve termine permettono infatti di reinvestire più rapidamente se i rendimenti salgono, di adattarsi più facilmente ai cambiamenti della politica monetaria e di ridurre la volatilità del prezzo. Questa maggiore “maneggevolezza” è spesso ciò che rende i prodotti brevi più adatti a chi non vuole sorprese lungo il percorso.
Questo non significa che i BTP a cinque anni siano un cattivo investimento. Possono avere senso per chi vuole bloccare un rendimento oggi e mantenere il titolo fino alla scadenza. Ma chi li acquista dovrebbe essere consapevole che il rendimento del 2,7% netto non è necessariamente un affare garantito. Il vero rischio non è comprare BTP. Il rischio è comprarli pensando che il rendimento attuale sia un affare sicuro, senza considerare come potrebbero cambiare inflazione e tassi nei prossimi cinque anni.
In sintesi, la scelta non si riduce a una singola percentuale. Il confronto corretto include il contesto e i possibili scenari: inflazione che può tornare a muoversi, tassi che possono cambiare direzione e una struttura di rendimento che richiede tempo per esprimersi pienamente. È per questo che, prima di “bloccare” un rendimento intorno al 2,7% netto fino al 2030, conviene valutare non solo il numero finale, ma il percorso necessario per ottenerlo.