A maggio molti investitori perderanno ancora più soldi. La perdita del 26% che quasi nessuno vede

Gerardo Marciano

06/05/2026

A maggio c’è la seria possibilità che molti investitori che hanno nel portafoglio le azioni possano andare incontro ad una perdita del 26%. Ecco come evitarla e porre rimedio.

A maggio molti investitori perderanno ancora più soldi. La perdita del 26% che quasi nessuno vede

I mercati azionari, dopo i forti ribassi fra febbraio e marzo, si sono riportati sui massimi annuali, azzerando di fatto le perdite da inizio anno e riportando molti indici nuovamente in territorio positivo. Questo però non significa che chi ha azioni in portafoglio stia necessariamente guadagnando. Anzi, molti investitori oggi si trovano in una situazione molto diversa da quella raccontata dagli indici. Perché mentre i mercati sono tornati in verde, tante azioni, e non sono poche, continuano a restare in perdita, non solo da inizio anno ma addirittura da mesi, se non da anni.

Quando si hanno azioni in portafoglio bisogna prestare molta attenzione anche agli aspetti fiscali. È un tema che spesso viene ignorato, ma che può fare una differenza enorme sui risultati finali.

Se un titolo viene venduto in perdita, infatti, quella minusvalenza può essere utilizzata per compensare future plusvalenze e ridurre così le tasse sui successivi guadagni finanziari. In pratica, se oggi si realizza una perdita e nei prossimi quattro anni si ottengono guadagni da altre operazioni compatibili fiscalmente, quella perdita potrà essere utilizzata per abbattere o azzerare il capital gain tassabile. Ed è proprio qui che molti investitori iniziano a fare errori, ma non solo questi, ce ne son anche di molto gravi.

Perché molte azioni in perdita possono peggiorare ancora a maggio

Iniziamo col dire che non tutte le distribuzioni agli azionisti sono uguali. Esistono quelle ordinarie, distribuite ogni anno in modo regolare, e quelle straordinarie, legate magari a eventi eccezionali o utili particolarmente elevati.
In generale, nel lungo periodo, tendono a essere preferibili le società che riescono a distribuire utili (dividendi) con continuità per molti anni consecutivi. Dietro questa costanza spesso ci sono aziende solide, mature e profittevoli.
Ma qui nasce anche uno dei più grandi equivoci della Borsa.

Molti investitori mantengono in portafoglio azioni in forte perdita pensando: “Almeno a maggio incasso qualcosa”.
È una frase che si sente continuamente nei forum finanziari, nei gruppi social o nelle conversazioni tra piccoli investitori. E psicologicamente è comprensibile: vedere soldi entrare sul conto dà la sensazione di stare recuperando una parte delle perdite.
Il problema è che spesso non è così.

Quello che tanti investitori non comprendono è che quel denaro non arriva “gratis”. Quando una società distribuisce utili agli azionisti, il giorno dello stacco il prezzo del titolo viene rettificato verso il basso dello stesso importo distribuito.
Ed è qui che bisogna fare una distinzione fondamentale che molti ignorano.

Con un BTP la cedola è un interesse aggiuntivo pagato dallo Stato. Con un’azione invece il denaro distribuito esce dal valore della società stessa. È questa la differenza che molti investitori non comprendono davvero.
Facciamo un esempio molto semplice.

Supponiamo di aver comprato un’azione a 15 euro. Oggi quell’azione quota 10 euro, quindi siamo già in perdita di 5 euro per azione:

15−10=5

A questo punto arriva una distribuzione di 1 euro per azione.
Molti investitori pensano: “Bene, almeno recupero qualcosa”.

In realtà succede questo:

  • il titolo passa teoricamente da 10 a 9 euro;
  • noi incassiamo 1 euro lordo;
  • ma su quell’euro paghiamo il 26% di tasse.

Quindi il netto che entra realmente sul conto è: 0,74
Dopo lo stacco ci troviamo quindi con:

  • un’azione che vale 9 euro;
  • 0,74 euro cash incassati.
    Il patrimonio totale diventa: 9.74

Ma noi avevamo investito 15 euro. La perdita reale quindi non è più di 5 euro, bensì: 5.26
La perdita aumenta quindi di 0,26 euro. Esattamente l’importo della tassa pagata. E qui nasce la vera illusione.

Molti investitori guardano l’accredito sul conto e si sentono automaticamente “più ricchi”. Ma il patrimonio complessivo spesso non è aumentato nemmeno di un euro. In alcuni casi è addirittura peggiorato.

Il problema è soprattutto psicologico: tanti confondono l’incasso di denaro con la creazione di ricchezza. Ma ricevere liquidità non significa automaticamente aver guadagnato.
In Borsa il mercato non regala nulla. Se una società distribuisce denaro agli azionisti, quel valore esce dall’azienda. Pensare di arricchirsi semplicemente perché arriva un accredito sul conto è uno degli errori più comuni tra i piccoli investitori.

Per chi è già in perdita, questo meccanismo può addirittura peggiorare la situazione nel breve periodo. Di fatto si pagano tasse su un investimento che sta ancora andando male.
Diverso è il caso di chi è in forte guadagno. In quel caso l’incasso può essere visto come una sorta di anticipo del capital gain già maturato. Ma per chi è molto sotto col prezzo di carico, il meccanismo può diventare penalizzante.

C’è poi un altro punto che genera parecchia confusione.
È vero che storicamente le società che distribuiscono utili con regolarità tendono spesso a performare meglio nel medio-lungo periodo. Ma non perché questo meccanismo sia una sorta di magia finanziaria.
Semplicemente molte aziende che effettuano distribuzioni costanti sono aziende solide, mature, profittevoli e finanziariamente disciplinate.

Esistono infatti strategie molto famose basate sui titoli ad alto rendimento, come i “Dogs of the Dow” del Dow Jones Industrial Average oppure alcuni panieri costruiti sui titoli ad alto rendimento del FTSE MIB.
Nel lungo periodo queste strategie hanno spesso ottenuto buoni risultati, ma più per la qualità delle aziende selezionate che per la distribuzione in sé.

È anche per questo motivo che molti investitori di lungo periodo preferiscono ETF ad accumulazione invece che strumenti a distribuzione. Negli ETF ad accumulazione gli utili vengono reinvestiti automaticamente senza generare tassazione immediata, permettendo al capitale di crescere in modo fiscalmente più efficiente nel tempo.
Tornando al nostro esempio, c’è un altro dettaglio che quasi nessuno considera: dopo lo stacco aumenta anche il recupero necessario per tornare in pari.

Prima il titolo era passato da 15 a 10 euro. Per tornare a 15 serviva un recupero del 50%.

Dopo lo stacco il titolo vale invece 9 euro e abbiamo incassato solo 0,74 euro netti. Per recuperare interamente i 15 euro iniziali, il titolo dovrà arrivare a 14.26. Quindi il recupero necessario diventa 58.44%.

In pratica, prima bastava un recupero del 50%. Dopo lo stacco tassato serve invece un rialzo del 58,44%.
Ed è proprio questo il dettaglio che tantissimi investitori ignorano.

La strategia che alcuni investitori usano per evitare la beffa fiscale

Esiste un modo per evitare questo effetto quando si è in perdita?
La strategia teorica sarebbe molto semplice:

  • vendere il titolo prima dello stacco;
  • evitare così la tassazione immediata;
  • ricomprare il titolo dopo lo stacco, quando il prezzo si è teoricamente abbassato.

In pratica si cerca di evitare di pagare il 26% su una distribuzione che economicamente rappresenta soltanto una riduzione del valore del titolo.
Se un’azione quota 10 euro e viene distribuito 1 euro:

10−1=910-1=910−1=9

il giorno dopo potrebbe teoricamente aprire a 9 euro.
Chi vende prima dello stacco e ricompra dopo evita la tassazione immediata e mantiene sostanzialmente la stessa esposizione economica.

Sulla carta sembra facile. Nella pratica molto meno.
Il mercato spesso anticipa questi movimenti. Molte azioni amate dagli investitori orientati al rendimento tendono infatti a salire nelle settimane precedenti proprio perché tanti vogliono incassare la distribuzione.
Inoltre il giorno dello stacco il prezzo non segue sempre la teoria matematica perfetta:

  • a volte il titolo scende meno del previsto;
  • altre volte recupera subito;
  • altre volte ancora continua a scendere.
    Dipende dal mercato, dalle notizie e soprattutto dalla forza del titolo.
    Per questo motivo chi prova questa strategia normalmente:
  • vende qualche giorno prima dello stacco;
  • aspetta il giorno dello stacco o qualche seduta successiva;
  • valuta poi il rientro quando il prezzo si stabilizza.

Molti trader evitano di aspettare l’ultimo momento perché nelle ultime sedute prima dello stacco spesso aumentano volatilità e spread. Esiste però un altro aspetto fondamentale che quasi nessuno racconta: vendendo prima dello stacco si realizza fiscalmente la minusvalenza. E questa può diventare molto utile.

Le minusvalenze infatti possono essere utilizzate per compensare future plusvalenze. In pratica:

  • si evita la tassazione immediata;
  • si cristallizza la perdita fiscale;
  • quella perdita potrà poi essere usata per ridurre le tasse su futuri guadagni.

È una logica molto più razionale rispetto al semplice: “Tengo il titolo almeno incasso qualcosa”. Naturalmente non esiste una regola perfetta valida sempre.

Se il titolo è molto forte e la distribuzione è sostenibile, a volte il mercato recupera rapidamente lo stacco e chi vende rimane fuori dal rialzo. Altre volte invece il titolo continua a scendere e chi ha venduto prima evita ulteriori perdite.
Per questo motivo una distribuzione di utili non dovrebbe mai essere l’unica ragione per mantenere un’azione in portafoglio.

L’investitore dovrebbe ragionare in questo modo e farsi la seguente domanda: “Comprerei oggi questa azienda a questo prezzo?”
Se la risposta è no, allora incassare qualcosa a maggio raramente basta a trasformare un cattivo investimento in un buon investimento.
Molti investitori continuano a guardare il flusso di denaro che entra sul conto. I professionisti invece guardano una sola cosa: il patrimonio netto finale.
Ed è proprio qui che nasce la differenza tra investire e illudersi di investire.