Quanto valgono (davvero) le pensioni degli italiani?

Alberto De Pasquale

25/03/2026

Oltre un contribuente su tre è un pensionato, l’incidenza è alta soprattutto in Molise e Calabria: ecco tutti i numeri che raccontano il Paese che invecchia.

Quanto valgono (davvero) le pensioni degli italiani?

C’è chi lavora e chi, invece, può godersi la pensione. Un equilibrio, tra la cosiddetta parte attiva della popolazione e quella a riposo, che può diventare piuttosto delicato, soprattutto nel caso di un Paese in rapido invecchiamento e con bassa crescita. In Italia vivono circa 16,3 milioni di pensionati, che percepiscono (potendole cumulare) oltre 23 milioni di prestazioni previdenziali fra assegni di vecchiaia, invalidità e ulteriori forme di assistenza.

Mentre il numero dei beneficiari (e degli assegni) continua a crescere, c’è da considerare che i redditi da pensione esprimono una componente molto rilevante dei redditi complessivi generati in Italia. Allo stesso modo, i pensionati rappresentano una fetta significativa del totale dei contribuenti del Paese. C’è una media nazionale e ci sono i dati specifici per ogni regione italiana, che possono indicare dove l’incidenza delle pensioni è più alta: in sostanza, in quali regioni le pensioni “pesano” di più rispetto al lavoro dipendente e autonomo.

I contribuenti pensionati

Secondo i dati del Ministero dell’Economia nel 2024 (per l’anno d’imposta 2023), i contribuenti italiani sono stati 42,5 milioni: tra questi i pensionati sono stati 14,5 milioni, ossia il 34,1% del totale. Bisogna sottolineare che questi numeri si riferiscono alle dichiarazioni fiscali e che non tutti i pensionati sono tenuti alla presentazione della dichiarazione dei redditi. Per esempio, non la presenta chi ha un reddito da pensione al di sotto di alcune soglie, ma anche chi ha un solo reddito da pensione erogato da un unico ente (come l’Inps). Ci sono però anche pensionati che percepiscono altri redditi (per esempio da immobili) oppure che devono recuperare detrazioni e deduzioni e, per questo, presentano la dichiarazione. Fatta questa precisazione, sappiamo quindi che oltre un contribuente italiano su tre riceve una pensione.

Da dove arrivano i redditi

Nel 2024 gli italiani hanno dichiarato complessivamente redditi per oltre mille miliardi di euro. Di questi, circa il 58,9% è stato reddito derivante dal lavoro (considerando sia quello dipendente, sia quello autonomo) e il 30,6% è consistito in redditi da pensione: gli assegni pensionistici percepiti dai contribuenti, quindi, rappresentano quasi un terzo di tutto il reddito generato in un anno in Italia. L’incidenza delle pensioni è molto alta, ma c’è qualche differenza a livello regionale.

Tipi di redditi dichiarati in Italia Tipi di redditi dichiarati in Italia Quanto valgono i redditi da lavoro e da pensione sul totale delle dichiarazioni

I dati regionali

Sempre guardando alle dichiarazioni del 2024, risulta che in Molise i pensionati hanno rappresentato il 39,2% dei contribuenti: l’incidenza più alta d’Italia. In Calabria sono stati il 37,2%, mentre sia in Piemonte, sia in Friuli-Venezia Giulia, sono stati il 37,1%, quindi a un livello significativamente più alto della media nazionale. Altrove l’incidenza è più bassa: soprattutto nella provincia di Bolzano, dove solo il 29,6% dei contribuenti è un pensionato o in Campania, al 31,2%.

Quanto valgono le pensioni

Discorso simile si può fare per l’ammontare dei redditi da pensione, sempre circoscrivendo l’analisi alle dichiarazioni. La Calabria è la regione italiana in cui i redditi da pensione hanno il peso maggiore: nel 2024 hanno rappresentato il 36,7% del reddito totale generato in regione. Nella provincia di Bolzano, invece, sono stati pari ad appena il 23,8% del totale dei redditi, mentre in Lombardia a circa il 27,5%.

Cosa significano i dati

Come detto, queste percentuali esprimono il “peso” degli assegni rispetto al reddito complessivo: dipendono quindi dall’ammontare delle pensioni percepite e dall’entità dei redditi: indirettamente dicono qualcosa su quanto, in ogni regione, «si vive» più o meno di pensione e più o meno di lavoro. Un discorso chiaramente molto complesso e che dipende da un mix di fattori, come la dinamicità del mercato del lavoro, le minori o maggiori opportunità di fare impresa, l’età media dei residenti e i flussi migratori, tra spopolamento e maggiore attrattività per studenti e giovani. Salvo qualche eccezione, nelle regioni del Nord, con più imprese e lavoratori, le pensioni hanno quindi un’incidenza più bassa rispetto a quella che hanno al Sud.

Il rapporto pensionati-attivi

Quasi un terzo di tutti i redditi percepiti e dichiarati in Italia proviene dalle pensioni, evidenziando il peso rilevante del sistema previdenziale nell’economia nazionale, soprattutto in un contesto di invecchiamento demografico e di crescita limitata dell’occupazione. Il discorso si lega a quello che Eurostat definisce old-age dependency ratio, ossia il rapporto tra la percentuale di over 65 e la popolazione in età lavorativa (tra i 20 e i 64 anni). A livello medio Ue nel 2025 il rapporto è stato di circa il 34,5%, mentre in Italia del 39%: significa che nel nostro Paese, ogni cento persone in età lavorativa ce ne sono 39 considerate anziane (e in gran parte pensionate). Appena dieci anni fa anche per l’Italia il rapporto era al 34%, ma negli ultimi anni ha cominciato rapidamente a crescere.

Cosa cambia dal 2027

Spesso osservatori e analisti si interrogano sulla tenuta del sistema pensionistico italiano. Le novità non mancano. È di questi giorni la notizia che dal 2027 sarà necessario avere un mese in più per andare in pensione, quindi 67 anni e un mese, mentre dal 2028 ne serviranno tre in più rispetto agli attuali (67 e tre mesi): lo ha chiarito l’Inps, sulla base della Legge di Bilancio per il 2026 e delle norme sull’adeguamento dei requisiti per il pensionamento all’aspettativa di vita.

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