Quanti soldi si guadagnano oggi con i BTP?

Gerardo Marciano

17 Marzo 2026 - 11:24

BTP a 3, 5, 7 e 10 anni a confronto: quanto rendono oggi, quali cedole offrono e perché diversificare le scadenze può aiutare in una fase di tassi incerti.

Quanti soldi si guadagnano oggi con i BTP?

Il contesto dei tassi di interesse è uno degli elementi più importanti per chi investe in obbligazioni. Oggi i tassi di riferimento della Banca Centrale Europea si collocano intorno al 2%, un livello che tende a riflettersi anche sui rendimenti degli strumenti finanziari a breve termine. Depositi, conti remunerati e titoli di Stato con scadenze molto ravvicinate offrono infatti rendimenti che oscillano più o meno attorno a questo valore.

Fino a poche settimane fa molti analisti ritenevano probabile che il ciclo di politica monetaria potesse proseguire con ulteriori tagli dei tassi nei mesi successivi. Ma lo scenario è cambiato rapidamente. La forte accelerazione dei prezzi del petrolio legata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente ha riacceso i timori sull’inflazione e ha ridotto drasticamente le aspettative di nuovi tagli. Alcuni osservatori hanno iniziato persino a ventilare la possibilità che i tassi possano rimanere elevati più a lungo del previsto o addirittura tornare a salire.
E, in un contesto simile, chi cerca un rendimento stabile potrebbe valutare l’idea di bloccare oggi i rendimenti offerti dai titoli di Stato su scadenze medio-lunghe, in particolare attraverso i BTP. Analizzando alcune scadenze rappresentative (3, 5, 7 e 10 anni) è possibile capire quale reddito cedolare e quale rendimento complessivo può offrire oggi il mercato.

Quanto pagano oggi i BTP sulle diverse scadenze

Partiamo dalla parte breve della curva con il BTP 3% agosto 2029, che scade il 1° agosto 2029. Il titolo paga una cedola annua del 3%, distribuita in due rate semestrali. Il prezzo di riferimento è circa 100,55 e il rendimento effettivo a scadenza è 2,85% lordo, pari a circa 2,47% netto dopo la tassazione del 12,5%. Dal punto di vista del flusso cedolare, su 10.000 euro nominali l’investitore incassa 150 euro lordi ogni sei mesi e 300 euro lordi all’anno, pari a circa 262 euro netti.

Salendo di durata troviamo il BTP 3,70% giugno 2030, con scadenza 15 giugno 2030. La cedola annua è 3,70% e il titolo quota circa 102,76. Il rendimento effettivo a scadenza è 3,02% lordo e circa 2,53% netto. Su 10.000 euro nominali il titolo paga 185 euro lordi ogni sei mesi, cioè 370 euro lordi all’anno, pari a circa 324 euro netti.

Nella fascia medio-lunga della curva troviamo il BTP 4,35% novembre 2033, che paga una cedola annua del 4,35%. Il prezzo di mercato è intorno a 105,72 e il rendimento effettivo a scadenza è circa 3,51% lordo, ovvero 2,98% netto.
Su 10.000 euro nominali l’investitore incassa 217,50 euro lordi ogni sei mesi, cioè 435 euro lordi all’anno, pari a circa 381 euro netti.

Infine, nella parte lunga della curva troviamo il BTP 3,45% febbraio 2036, con scadenza 1° febbraio 2036. Il titolo paga una cedola annua del 3,45% e quota sotto la pari a circa 97,55. Questo porta il rendimento effettivo a scadenza a circa 3,78% lordo, pari a 3,34% netto. Su 10.000 euro nominali le cedole annue sono 172,50 euro lordi ogni sei mesi, cioè 345 euro lordi all’anno, pari a circa 302 euro netti.

Guardando queste quattro scadenze emerge chiaramente come si distribuiscono oggi i rendimenti dei titoli di Stato italiani. Le scadenze più brevi offrono rendimenti poco sotto il 3%, mentre quelle più lunghe arrivano a sfiorare il 4% lordo.

Perché diversificare su più scadenze dei BTP può essere una strategia efficace

Per molti investitori l’approccio più efficiente non consiste nel puntare su una sola scadenza, ma nel costruire un portafoglio che includa BTP con durate diverse. Questa tecnica è spesso chiamata scala delle scadenze o bond ladder.
Un esempio semplice potrebbe essere suddividere il capitale tra titoli a 3, 5, 7 e 10 anni. In questo modo si ottiene una combinazione equilibrata tra rendimento e stabilità.

I titoli più brevi hanno una funzione importante perché riducono il rischio legato ai movimenti dei tassi di interesse. Se i tassi dovessero salire, questi titoli arriverebbero prima a scadenza e il capitale potrebbe essere reinvestito a rendimenti più elevati. I titoli più lunghi, invece, permettono di bloccare per più tempo i rendimenti attuali, garantendo cedole relativamente più alte negli anni successivi.

In uno scenario come quello attuale, caratterizzato da grande incertezza sull’evoluzione dei tassi, questa diversificazione diventa particolarmente utile. Distribuire l’investimento su più scadenze consente infatti di ottenere un flusso cedolare più regolare nel tempo e allo stesso tempo di mantenere la flessibilità necessaria per adattarsi ai cambiamenti del mercato.

In sostanza, costruire un portafoglio di BTP distribuito lungo la curva delle scadenze permette di ottenere un rendimento medio intorno al 3% lordo o poco più, con un flusso cedolare annuale compreso tra circa 300 e oltre 430 euro lordi ogni 10.000 euro investiti, mantenendo al tempo stesso una buona protezione dalle possibili fluttuazioni dei tassi di interesse nei prossimi anni.

Un altro aspetto da considerare è che il rendimento di un BTP non coincide soltanto con la cedola. Chi acquista un titolo sotto la pari, come nel caso del BTP con scadenza 2036, beneficia anche del fatto che a rimborso riceverà 100, mentre oggi lo compra a un prezzo inferiore. Al contrario, quando un titolo quota sopra 100, una parte della cedola più elevata viene compensata dal fatto che alla scadenza il rimborso avviene comunque a 100. È proprio per questo motivo che, per confrontare correttamente più obbligazioni, il parametro più utile resta il rendimento effettivo a scadenza.

Va poi ricordato che i BTP, pur essendo strumenti molto diffusi tra i risparmiatori italiani, non sono privi di oscillazioni di prezzo. Se l’investitore intende portarli fino alla scadenza, la volatilità intermedia pesa relativamente poco, perché il rimborso finale resta ancorato al valore nominale, salvo eventi estremi. Se invece l’orizzonte temporale è più breve e si pensa di vendere prima della scadenza, allora le variazioni dei tassi diventano decisive: un aumento dei rendimenti di mercato tende infatti a spingere in basso i prezzi dei titoli già emessi, soprattutto quelli con durata residua più lunga.

Proprio qui emerge la differenza tra reddito e rischio di prezzo. Un BTP a dieci anni può offrire un rendimento più interessante rispetto a uno a tre anni, ma espone anche a una sensibilità maggiore ai movimenti della curva dei tassi. Per questo motivo la scelta della scadenza non dovrebbe essere guidata soltanto dalla ricerca del rendimento più alto, ma anche dalla capacità dell’investitore di tollerare eventuali fasi di ribasso temporaneo delle quotazioni.

Nel quadro attuale il mercato sembra quindi offrire una possibilità che fino a qualche mese fa appariva meno evidente: ottenere rendimenti ancora interessanti su scadenze medio-lunghe senza rinunciare del tutto alla flessibilità, a patto di costruire il portafoglio in modo graduale e ben distribuito. La logica della diversificazione lungo la curva serve proprio a evitare scommesse troppo concentrate su un unico scenario, che si tratti di tassi in discesa, stabili o nuovamente in rialzo.

Per chi guarda ai BTP con un’ottica prudente, il punto centrale è dunque l’equilibrio. Le scadenze brevi aiutano a mantenere elasticità, quelle intermedie consentono di migliorare il flusso cedolare, mentre quelle più lunghe permettono di fissare rendimenti più elevati per un periodo esteso. In una fase in cui l’inflazione resta un’incognita e la politica monetaria potrebbe sorprendere ancora, costruire una struttura bilanciata può essere una soluzione ragionevole per cercare stabilità di reddito senza esporsi in modo eccessivo a una sola direzione dei tassi.

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