Nonostante i mercati finanziari nelle ultime settimane abbiano recuperato parte della perdita registrata a seguito del crollo della Silicon Valley Bank, alcuni esperti continuano a mostrarsi preoccupati riguardo la possibilità che possa scatenarsi un nuovo tsunami sul sistema bancario globale.
Ad attirare l’attenzione degli analisti questa volta è una società finanziaria che offre servizi finanziari ai consumatori, alle piccole imprese e alle aziende, tra cui conti correnti, carte di credito, prestiti personali, mutui ipotecari, investimenti e servizi bancari commerciali.
Sarà davvero questa la prossima banca a fallire nel panorama internazionale? Oppure il peggio è già passato?
Capital One Financial Corporation: preoccupano i CDS e i dati di bilancio
I Credit Default Swap (CDS), strumenti finanziari derivati utilizzati per la gestione del rischio di credito, con sottostante i titoli di Capital One Financial - la società finanziaria statunitense in questione - hanno registrato recentemente un’impennata, allertando gli analisti riguardo la solidità dell’istituto bancario. Sebbene la società non presenti livelli estremamente critici, le attività in vendita risultano comunque elevate rispetto al proprio patrimonio netto: se Capital One dovesse affrontare una sostanziosa «corsa agli sportelli» potrebbe essere costretta a vendere i titoli Hold to Maturity (HTM) prima della scadenza per soddisfare le esigenze di liquidità, registrando ingenti perdite in conto capitale, proprio come è accaduto per la Silicon Valley Bank.
A preoccupare gli analisti sono stati anche i dati di bilancio registrati dalla banca nel 2022: Capital One Financial ha contabilizzato una diminuzione del 12% delle entrate, con una riduzione dell’EPS di oltre il 30% trimestre su trimestre.
I timori si sono amplificati a seguito della comunicazione da parte di Walmart di voler porre fine anticipatamente alla sua partnership pluriennale con Capital One. Il dibattito è sfociato in una vera e propria battaglia legale che potrebbe compromettere un portafoglio di carte da $8,3 miliardi.
Banche in crisi: c’è davvero da preoccuparsi?
Allo stesso modo, la Fed si è mostrata pronta a intervenire in caso di necessità. Lo dimostrano i termini del «The Bank Term Funding Program (BTFP)» che permettono alla banca centrale statunitense di sostenere i bilanci degli istituti bancari nei limiti definiti dal programma. È quindi una situazione particolarmente delicata e strettamente dipendente dalle future decisioni di politica monetaria della Federal Reserve: un aumento del livello dei tassi d’interesse potrebbe difatti aggravare sensibilmente la situazione.
Eventi come quelli che hanno visto coinvolte SVB e Credit Suisse sono tipicamente portatori però di venti deflazionistici, i quali potrebbero incentivare la banca centrale a interrompere la propria politica monetaria restrittiva alleggerendo i rischi legati alla vendita anticipata degli Hold to Maturity (HTM).
Questo non migliorerebbe però la situazione di Capital One che, altresì, dovrebbe probabilmente trovarsi a dover affrontare una contrazione delle revenue dal lato commerciale.