Prezzi più alti e stipendi più bassi fino al 2028. Ecco gli effetti della guerra in Iran

Laura Pellegrini

29 Aprile 2026 - 15:36

Se il conflitto in Iran dovesse durare a lungo, l’Italia rischia la recessione. A pagarne il prezzo maggiore saranno le famiglie, colpite dall’inflazione.

Prezzi più alti e stipendi più bassi fino al 2028. Ecco gli effetti della guerra in Iran

Il conflitto e le tensioni in Medio Oriente stanno mettendo a dura prova tutte le economie dei Paesi occidentali: per l’Italia il perdurare del conflitto potrebbe provocare effetti negativi sull’economia, sull’inflazione e sui consumi delle famiglie. Che si tratti di pochi mesi o di mezzo anno, il conflitto in Iran sta mettendo a dura prova le imprese e le famiglie.

La crisi energetica, l’aumento dei costi dei carburanti, il rallentamento della crescita economica e gli stipendi bassi sono solo alcune delle conseguenze che potrebbero farsi sentire con maggior forza nei prossimi mesi e fino al 2028.

Questo è quanto ha ipotizzato Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che ha voluto descrivere due scenari diversi: nel primo la guerra potrebbe concludersi a brevissimo termine e quindi la crisi energetica potrebbe durare circa tre mesi; nel secondo il conflitto potrebbe proseguire a lungo e quindi la crisi protrarsi fino a sei mesi. In entrambi i casi si registrerebbe una contrazione del PIL nel Centro-Nord, e una riduzione dei consumi delle famiglie al Sud.

Prezzi in aumento e stipendi fermi: lo scenario fino al 2028

Se la guerra in Iran dovesse proseguire a lungo, la crisi energetica potrebbe inasprirsi, i prezzi continuerebbero a salire, il PIL rallenterebbe progressivamente rispetto alle attese e gli stipendi resterebbero al palo. Sono questi gli effetti della crisi in Medio Oriente secondo l’ultimo studio Svimez che, tra potere d’acquisto e stipendi, potrebbe mettere maggiormente in difficoltà le regioni del Sud Italia.

Nel 2026, l’industria del Centro-Nord sta risentendo maggiormente dell’aumento dei costi energetici e dei beni intermedi, mentre nel Mezzogiorno sono soprattutto i consumi delle famiglie a subire le conseguenze dell’inflazione.

Nel medio periodo gli effetti di un prolungamento del conflitto potrebbero rendersi più evidenti soprattutto nel Sud Italia, dove la maggiore rigidità dei prezzi e la struttura della domanda amplificano le conseguenze dello shock. Gli effetti potrebbero quindi protrarsi fino al 2027.

PIL in discesa: l’Italia rischia la recessione?

Uno dei primi effetti del conflitto in Medio Oriente riguarda il PIL italiano: gli esperti indicano una diminuzione dello 0,3% rispetto alle attese, che potrebbe farsi sentire in modo diverso a seconda dei territori.

Considerando sempre il primo scenario (in cui la guerra potrebbe concludersi a breve), nel Centro-Nord le aziende risentiranno maggiormente degli effetti della crisi energetica e dell’aumento dei prezzi dei carburanti (-0,3%); mentre nel Sud le conseguenze potrebbero essere più contenute (-0,1%).
Se invece la guerra dovesse protrarsi più a lungo, il calo potrebbe raggiungere lo 0,5% quest’anno (0,6% al Centro-Nord, 0,2% al Sud) e lo 0,2% l’anno prossimo (ben 0,4% al Mezzogiorno).

L’inflazione aumenterà fino al 2027, soprattutto nel Sud Italia

Il peso della guerra in Iran si farà sentire con forza sul portafoglio degli italiani perché potrebbe causare un aumento generale dei prezzi fino al 2027. Non si tratta solo dei costi dell’energia o dei carburanti, ma si ipotizza un effetto a cascata su moltissimi altri settori. Basti pensare che il prezzo del petrolio al barile è ormai aumentato del 50% circa dall’inizio del conflitto e potrebbe salire ulteriormente.

Quando pagheranno gli italiani per la guerra in Iran? Seguendo i due scenari proposti da Svimez, nella migliore delle ipotesi - cioè se il conflitto dovesse terminare a breve - a fine maggio si tornerebbe gradualmente alla normalità con un’inflazione che potrebbe aumentare dello 0,8% rispetto alle previsioni. Dal prossimo anno, comunque, si tornerebbe in linea con le aspettative pre-guerra, almeno nella media nazionale.

Se invece il conflitto dovesse protrarsi ancora per mesi, l’inflazione potrebbe correre fino al +1,7% nel corso dell’anno, ben oltre le previsioni. Nel 2027, quindi, i prezzi andrebbero a stabilizzarsi su una soglia decisamente più alta rispetto a quella attuale.

L’effetto su stipendi e buste paga dei lavoratori

Quando l’inflazione aumenta, l’effetto sugli stipendi è inevitabile in termini di potere d’acquisto: i lavoratori prenderebbero sempre la medesima cifra in busta paga, ma potrebbero comprare nettamente di meno rispetto al passato. Se il conflitto dovesse proseguire a lungo, inoltre, lo scenario peggiorerebbe ulteriormente fino a rischiare una riduzione del reddito reale.

Considerando che l’andamento dell’inflazione è diverso nelle diverse zone d’Italia e che i prezzi aumentano maggiormente nel Sud, sarebbero proprio i cittadini del Mezzogiorno a sentire maggiormente gli effetti della crisi a causa di una media stipendiale nettamente inferiore rispetto al Nord.

E questo scenario non migliorerebbe nemmeno nel 2027, quando i prezzi - anziché scendere - andrebbero a stabilizzarsi su soglie più alte rispetto a quelle presenti.

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