Prezzi del petrolio mai così alti dallo scoppio della guerra Ucraina-Russia. Brent schizza di oltre +13% in 24 ore con dichiarazioni Trump. Paura per tassa inflazione.
I prezzi del petrolio continuano a correre, prezzando le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha minacciato di prorogare per mesi il blocco navale nello Stretto di Hormuz. Obiettivo: soffocare sempre di più l’economia dell’Iran.
Trump: “preferisco la chiusura di Hormuz alle bombe”. E il petrolio Brent fa +13% e sfonda $126
“ Preferisco la chiusura di Hormuz alle bombe ”, ha detto il capo della Casa Bianca. Una dichiarazione che ha acceso ulteriormente la paura di uno shock prolungato dell’offerta di petrolio.
Le quotazioni del Brent sono così schizzate di più del 13% nell’arco di 24 ore, sfondando la soglia di $126 al barile, e infiammandosi al record dal 2022, testato dopo lo scoppio della guerra tra l’Ucraina e la Russia (il massimo di sempre per il Brent è di 139 dollari al barile).
I prezzi del Brent sono volati così al valore massimo dall’inizio della guerra USA-Iran del 28 febbraio di quest’anno.
A balzare anche i prezzi del contratto WTI scambiato sul Nymex di New York, che continuano la corsa dopo essere balzati di più del 7% alla vigilia, avvicinandosi alla soglia di $110 al barile.
Tornano così protagonisti i worst case scenario per i prezzi del petrolio. Oxford Economics ha avvertito in un post che un blocco dello Stretto di Hormuz di sei mesi potrebbe far salire i prezzi del petrolio fino a 190 dollari entro il mese di agosto, mentre l’Iran ha già lanciato l’avvertimento di quotazioni fino a $200 al barile, scenario considerato non più impensabile.
Banche centrali al lavoro contro la tassaa più alta dell’inflazione. Dopo Fed tocca alla BCE
Nel grande giorno della riunione della BCE e della Bank of England, e all’indomani del Fed Day, le banche centrali sono costrette a fare i conti con lo spettro della tassa dell’inflazione che, sulla scia del boom dei prezzi energetici, si sta trasformando sempre più in realtà.
L’inflazione viene considerata di fatto una tassa occulta, a causa della sua capacità di erodere il potere di acquisto dei consumatori e la liquidità. Una tassa occulta che ha inevitabilmente l’effetto di portare le banche centrali ad alzare i tassi per contenerne i danni.
Ieri la Fed - per l’ultima volta sotto la guida di Jerome Powell- ha deciso di confermare lo status quo.
La palla dei tassi USA passa ora al successore Kevin Warsh che difficilmente riuscirà a perorare la causa di Trump, ovvero quella dei tagli, in un contesto in cui le fiammate continue dei prezzi del petrolio e in generale energetici esercitano pressioni rialziste sull’inflazione.
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BCE Day, Lagarde in bilico sui tassi
Idem la BCE di Christine Lagarde, che si riunirà oggi per annunciare alle 14.15 ora italiana la decisione sui tassi, e che gli economisti vedono destinata ad alzare il costo del denaro almeno una volta, proprio per lenire gli effetti della tassa dell’inflazione.
Josefina Rodriguez, economista di Vanguard, ha sottolineato di fatto nella sua preview sull’esito della riunione di oggi della BCE che “i prezzi rimangono significativamente al di sopra dei livelli pre-conflitto e le curve a termine si sono spostate verso l’alto”. E che “i persistenti vincoli dell’offerta e gli elevati prezzi dei prodotti raffinati suggeriscono che l’energia continuerà a esercitare pressioni al rialzo sull’inflazione, lasciando il quadro energetico in condizioni nettamente peggiori rispetto all’inizio dell’anno”.
Di conseguenza, “pur continuando ad aspettarci tassi invariati fino al 2026, la posizione della BCE è sempre più in bilico ”.
I mercati sono dal canto loro decisamente più hawkish, scommettendo su due rialzi dei tassi nel corso del 2026.
Lavoro più duro contro tassa inflazione per la Bank of England
Oggi è il giorno anche della Bank of England (BOE), che fa fronte a una tassa dell’inflazione ancora più alta, rispetto a quella dell’Eurozona.
Ne ha parlato in una nota Peter Kinsella, Head of Investment Services UK, Union Bancaire Privée (UBP), ricordando che i dati relativi all’inflazione del Regno Unito di marzo si sono attestati al 3,3% su base annua (complessivo) e al 3,1% su base annua (core). E che, dunque, “i rischi di inflazione sono riemersi”, tanto che “il capo economista della BoE, Huw Pill, ha sottolineato la necessità per la BoE di aumentare i tassi”.
Le previsioni indicano che oggi, così come la BCE, anche la Bank of England lascerà ancora i tassi invariati (al 3,75%).
Tuttavia, aumenta il numero degli economisti che, guardando al trend dei prezzi del petrolio e dell’energia, temono che la strada che le banche centrali dovranno percorrere per scongiurare che la tassa occulta dell’inflazione divori fette crescenti di redditi e di consumi, porti necessariamente il nome di strette monetarie. Dunque, di rialzi dei tassi.
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