Preavviso di dimissioni, attenzione alle regole aggiornate. Sai quanti giorni prima devi comunicarle al datore di lavoro? Facciamo chiarezza.
È molto importante conoscere le regole sul preavviso di dimissioni così da capire quanti giorni prima comunicarle al datore di lavoro e non rischiare una trattenuta - più o meno cospicua a seconda dei casi - dall’ultimo stipendio.
Preavviso che si applica tanto sulle dimissioni - quindi quando è il lavoratore a risolvere unilateralmente il contratto - quanto sul licenziamento, se viceversa appunto questa decisione la prende il datore di lavoro. In entrambi i casi, infatti, devono trascorrere un certo numero di giorni, calcolati secondo indicazione del Contratto collettivo applicato, tra il momento in cui le dimissioni o il licenziamento vengono notificati e l’ultimo giorno effettivo di lavoro.
Un periodo che serve a tutelare tanto il lavoratore quanto l’azienda e che se non rispettato dà luogo al pagamento di un’indennità sostitutiva, a carico del lavoratore o dell’azienda a seconda dei casi, calcolata in base al numero di giorni di preavviso non rispettati.
A tal proposito, ecco nel 2026 qual è il preavviso di dimissioni a seconda del settore, e soprattutto le nuove regole applicate in base alle più recenti sentenze.
Preavviso dimissioni, quanti giorni prima vanno comunicate?
Come anticipato, esiste un certo periodo - di preavviso dimissioni appunto - che il dipendente è tenuto ad osservare prima di cambiare lavoro. La durata, indicata chiaramente dal Ccnl applicato, è la stessa per il preavviso di licenziamento.
Solitamente il calcolo del preavviso di dimissioni tiene in considerazione due elementi essenziali: l’anzianità, ossia da quanto tempo il lavoratore era assunto in azienda, e il livello di inquadramento, elemento che sta ad indicare le mansioni e le responsabilità dello stesso. E dal momento in cui il preavviso di dimissioni va a tutelare l’azienda dandole il tempo necessario per individuare un sostituto o comunque per rivedere la propria organizzazione alla luce dell’uscita annunciata, è ovvio che la durata è tanto più ampia quanto più anzianità e livello di inquadramento sono elevati. Si presume, infatti, che in questo caso le dimissioni comporteranno una perdita più rilevante per l’azienda, necessitando così di più tempo.
Preavviso che, è bene sottolineare, deve essere lavorato. Non è possibile quindi approfittare di questo periodo per smaltire ferie o permessi, in quanto la regola prevede che appunto debba esserci il regolare svolgimento dell’attività, anche in virtù ad esempio della necessità di formare un sostituto.
Ma di fatto, di quanti giorni si parla? Come anticipato, non esiste un numero unico di giorni di preavviso valido per tutti i lavoratori. Nelle situazioni più comuni può oscillare indicativamente:
- da pochi giorni (7-15 giorni) per lavoratori con bassa anzianità e livelli più bassi di inquadramento;
- da alcune settimane (20-45 giorni) per impiegati con maggiore anzianità o livelli intermedi;
- fino a 2-4 mesi per quadri, figure altamente qualificate o lavoratori con lunga permanenza in azienda.
Nei contratti part-time, inoltre, i tempi possono essere ulteriormente ridotti, mentre nei contratti particolari - come l’apprendistato - valgono regole specifiche stabilite dal Ccnl o dalla normativa di riferimento.
Per questo motivo, l’unico modo per conoscere con certezza i giorni di preavviso da rispettare è verificare il proprio contratto collettivo e controllare la combinazione tra anzianità maturata e livello professionale. In caso di dubbio, è sempre consigliabile rivolgersi all’ufficio del personale, a un consulente del lavoro o a un patronato, così da evitare errori che potrebbero comportare trattenute sull’ultima busta paga.
Preavviso dimissioni, nuove regole 2026
Le regole sul preavviso di dimissioni non cambiano nel 2026. Valgono quindi le stesse sanzioni, quale ad esempio l’obbligo di pagare un’indennità sostitutiva nel caso in cui le dimissioni vengano rassegnate senza osservare alcun tipo di preavviso. Questa è pari all’importo dello stipendio a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto nel caso in cui in quel periodo avesse regolarmente lavorato. Lo stesso vale nel caso in cui sia il datore di lavoro a non osservare il periodo di preavviso licenziando in tronco: sarà pertanto costretto a pagare un’indennità sostitutiva al lavoratore.
Per quanto non esistano nuove regole, però, ci sono comunque diverse sentenze dell’ultimo periodo che vanno raccontate. Come ad esempio quella secondo cui il datore di lavoro che rinuncia al preavviso di dimissioni non deve comunque pagare alcun tipo di indennità al lavoratore.
A stabilirlo l’ordinanza n. 6782 del 14 marzo 2024 in continuità con un precedente orientamento, ha ribadito che quando il lavoratore si dimette e offre la propria disponibilità a lavorare durante il preavviso, ma l’azienda decide di esonerarlo dalla prestazione, non scatta automaticamente il diritto all’indennità sostitutiva.
La ratio è legata alla funzione del preavviso nelle dimissioni, che come visto sopra serve soprattutto a consentire al datore di organizzare la sostituzione e non a garantire al lavoratore una retribuzione futura. Restano comunque dovute tutte le competenze maturate fino alla cessazione del rapporto, come stipendio, ratei di tredicesima e quattordicesima, ferie e permessi non goduti e Tfr, mentre sul tema continuano ad avere rilievo anche le eventuali previsioni più favorevoli contenute nei singoli contratti collettivi, che vanno sempre verificate caso per caso.
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