IIn Italia la parola “sicurezza” è una calamita irresistibile per una grossa fetta di risparmiatori. Dopo anni di crisi bancarie, inflazione e tassi ballerini, milioni di famiglie continuano a cercare prodotti che garantiscano soprattutto stabilità e protezione del capitale. Se poi si aggiunge la promessa di un rendimento anche di poco superiore ai titoli di stato, il successo sul mercato è garantito. È su questo tipo di domanda che stanno prosperando i prodotti assicurativi del risparmio: polizze vita, unit linked, index linked, multiramo. Strumenti che le banche e le reti di consulenza spingono con forza, presentandoli come soluzioni adatte a tutti.
Ma davvero queste polizze sono una risposta efficace per difendere i risparmi? Oppure, dietro la facciata rassicurante, si nascondono insidie che rischiano di trasformare il sogno di protezione in una delusione costosa?
Gino è un professionista in pensione da qualche anno. Ha investito circa 100 mila euro in un prodotto multiramo (combina una componente a rendimento garantito con una parte legata ai mercati tramite OICR/ETF) caratterizzato da un premio unico, con la possibilità di versamenti aggiuntivi. “Mi avevano garantito un rendimento del 2% - spiega – ma dopo il primo anno i costi accessori hanno eroso quel minimo guadagno previsto. Ho chiesto al consulente se potevo liquidare le somme ed investirle in un altro prodotto. Mi ha risposto che la parte non garantita era in perdita e quindi erodeva anche il capitale investito nella gestione separata; non mi conveniva liquidare in quel momento e comunque c’era un vincolo di 3 anni allo smobilizzo”
Dal ramo I al ramo VI: qualche chiarimento di base
Il mercato delle polizze assicurative del risparmio in Italia ha vissuto negli ultimi tre anni un’accelerazione significativa, spinto dalla ripresa economica post-pandemia e da un rinnovato interesse degli italiani. Secondo i dati IVASS (Authority di controllo) e ANIA (Associazione nazionale di categoria), nel 2024 la raccolta premi vita ha registrato un incremento di quasi il 21% rispetto al 2023, superando i 110 miliardi di euro, con la componente unit-linked particolarmente in espansione. Anche il ramo danni mostra segni di vigore: più 7-8% annuo, con crescite nelle polizze non auto, salute e protezione.
In questo scenario, le OPA bancarie possono costituire un elemento di ulteriore sviluppo per il comparto: le acquisizioni di reti bancarie con reti assicurative integrate, o banche che gestiscono direttamente portafogli assicurativi, aumentano il potenziale di cross-selling, spingendo gli istituti a proporre polizze come componente standard dell’offerta ai clienti.
L’ universo di queste forme di risparmio è complesso e variegato. E’ regolato dal Codice delle Assicurazioni Private, che distingue i prodotti in diversi “rami”, ciascuno con finalità e profili di rischio differenti. I più diffusi sono quelli del ramo I e del ramo III, ma esistono anche altri comparti meno noti che completano la mappa del settore.
Le polizze vita tradizionali, appartenenti al ramo I, rappresentano la forma classica del risparmio assicurativo. Investono in portafogli prudenti, composti soprattutto da titoli di Stato e obbligazioni, e offrono un rendimento minimo garantito, molto contenuto, che può anche diventare nullo per effetto dei costi di gestione e dell’inflazione. I fattori di successo sono la loro stabilità e qualche vantaggio fiscale (esenzione dall’imposta di successione) .
Un’evoluzione più dinamica è rappresentata dalle Unit Linked, classificate nel ramo III, che collegano il rendimento dell’investimento a fondi comuni o sicav. Qui il capitale non è garantito: il guadagno dipende dai mercati finanziari. Offrono maggiore flessibilità e una potenziale crescita più elevata, ma anche costi superiori e un rischio più marcato, rendendole adatte a chi desidera un’esposizione azionaria all’interno di una cornice assicurativa. Della stessa categoria fanno parte le Index Linked, che seguono l’andamento di indici azionari o obbligazionari: alcune prevedono garanzie parziali sul capitale, altre sono completamente esposte. Numerose le cause avviate aventi ad oggetto questa tipologia, soprattutto per la mancanza di trasparenza (è il caso delle cosiddette polizze multiramo, che combinano le due componenti, con l’obiettivo di offrire un equilibrio tra garanzia e rendimento; la loro struttura complessa e i costi elevati rendono difficile per i risparmiatori comprendere la reale ripartizione dei rendimenti).
Oltre a questi, esistono altri rami assicurativi meno diffusi ma di interesse teorico e normativo. Il ramo II, ad esempio, riguarda le assicurazioni di nuzialità e natalità, ossia polizze che erogano un capitale in occasione di eventi specifici come il matrimonio o la nascita di un figlio — strumenti oggi quasi scomparsi dal mercato. Il ramo IV, invece, si concentra sulle rendite vitalizie e sulle coperture in caso di invalidità o malattia, avvicinandosi ai prodotti di previdenza integrativa.
Il ramo V comprende le operazioni di capitalizzazione: l’assicurato versa un capitale e riceve, a scadenza, una somma rivalutata in base ai rendimenti ottenuti, indipendentemente dalla durata della vita.
Infine, il ramo VI riguarda la gestione di fondi pensione e piani individuali di previdenza (PIP), prodotti che, pur non essendo assicurativi in senso stretto, rientrano nella sfera delle polizze vita per finalità e vigilanza.
Gli aspetti problematici
Il primo nodo, e forse il più pesante, è quello dei costi. Le polizze del risparmio non sono certo strumenti economici: tra commissioni di gestione, caricamenti iniziali e spese accessorie, possono arrivare a pesare anche per il 2-3% l’anno sul capitale investito. In un contesto di tassi in discesa, questo significa che una buona fetta dei guadagni finisce assorbita dai costi, lasciando in tasca rendimenti effettivi inferiori a quanto dichiarato. Un paradosso, se si pensa che proprio la ricerca di sicurezza e rendimento stabile è la motivazione principale che spinge molti risparmiatori verso questi prodotti.
Il secondo punto critico è la liquidità, o meglio, la sua assenza. In molti scoprono, solo dopo aver firmato, che riscattare una polizza prima della scadenza può costare caro: penalità fino al 5% del capitale e tempi lunghi per ottenere il rimborso. In un Paese come l’Italia, dove le famiglie devono spesso fronteggiare spese impreviste — inefficienze del sistema sanitario, un figlio da aiutare, un lavoro che cambia — trovarsi vincolati in un investimento poco flessibile può trasformarsi in una gabbia finanziaria.
C’è poi il tema, tutt’altro che secondario, della trasparenza. Le polizze, specie quelle “unit linked” o “multiramo”, combinano componenti assicurative e finanziarie difficili da interpretare. Capire quanto viene davvero investito, quanto va in costi o quale parte è effettivamente garantita non è semplice, nemmeno leggendo il prospetto informativo che nella molteplicità dei casi è composto da un numero infinito di pagine. Il risultato è che molti risparmiatori finiscono per sottoscrivere prodotti che non corrispondono al proprio profilo di rischio o alle proprie esigenze reali.
A complicare le cose ci si mette anche la spinta commerciale: le banche e le reti di consulenza continuano a promuovere queste soluzioni come strumenti di protezione del capitale e pianificazione a lungo termine, ma non sempre l’offerta è guidata da un’analisi personalizzata. Più spesso è la logica del budget o della campagna del momento a determinare cosa viene proposto al cliente.
Morale: le polizze del risparmio possono avere senso, ma solo se chi le sottoscrive è pienamente consapevole di costi, vincoli e rischi nascosti. Prima di firmare, bisognerebbe chiedersi non solo “quanto posso guadagnare?”, ma soprattutto “quanto posso permettermi di bloccare e per quanto tempo l’investimento?”. Perché, in un mondo dove la flessibilità è ormai una necessità, certe promesse di sicurezza rischiano di trasformarsi in catene dorate.
Chi vigila davvero sulle polizze del risparmio
A differenza dei conti correnti o dei fondi comuni, le polizze del risparmio vivono in una sorta di terra di mezzo normativa, dove la vigilanza è frammentata e spesso poco comprensibile per il cliente finale. La responsabilità principale ricade sull’IVASS, l’autorità che controlla le compagnie assicurative e verifica che abbiano la solidità patrimoniale necessaria per onorare gli impegni assunti. All’IVASS spetta anche garantire la trasparenza dei contratti e la correttezza dei materiali informativi. Ma quando una polizza è collegata a fondi o indici di mercato – come accade per le unit linked o le multiramo – entra in gioco anche la Consob, che sorveglia la parte più “finanziaria” del prodotto, assicurandosi che le informazioni sui rischi e sui rendimenti siano chiare e non ingannevoli.
La Banca d’Italia, invece, controlla le banche che collocano queste polizze, verificando che rispettino le regole di adeguatezza e non propongano prodotti troppo complessi a risparmiatori poco consapevoli. Infine, se la vendita avviene con messaggi scorretti o fuorvianti, può intervenire anche l’Antitrust.
Il punto debole resta però evidente: nessuna autorità garantisce i rendimenti né la restituzione del capitale. La vigilanza c’è, ma è divisa tra più soggetti e spesso arriva solo dopo che il danno è fatto. Per questo, prima di firmare, è bene leggere con attenzione i documenti informativi e chiedere spiegazioni su costi, garanzie e modalità di uscita: in un mercato dove la fiducia è preziosa, l’unica vera tutela resta la consapevolezza.
Un primo passo potrebbe essere il ventilato ritorno dell’Ivass all’interno della Banca d’Italia.
Protezione o illusione?
Le polizze assicurative del risparmio rappresentano un terreno di confine tra protezione e investimento. Per alcuni risparmiatori possono avere un ruolo, specie in ottica successoria. Per molti altri rischiano di essere strumenti rigidi, costosi e poco trasparenti, venduti più per interesse delle banche che per reale utilità dei clienti.
Il messaggio per chi legge è semplice: non basta fidarsi della parola “sicurezza” stampata in un dépliant. Occorre leggere, chiedere, confrontare, capire. Solo così una polizza può diventare davvero un alleato nella gestione del patrimonio, e non una patrimoniale occulta mascherata da protezione.
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