PNRR, perché il piano da 200 miliardi non ha funzionato? Intervista a Giorgio Arfaras

Redazione

29 Aprile 2026 - 10:26

PNRR, il grande piano che non ha cambiato il destino del Paese. Tutte le ragioni in questa intervista a Giorgio Arfaras.

PNRR, perché il piano da 200 miliardi non ha funzionato? Intervista a Giorgio Arfaras

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza doveva segnare una svolta storica per l’economia italiana: quasi 200 miliardi di euro, una quota rilevante a fondo perduto, e un pacchetto di riforme pensato per sciogliere nodi strutturali annosi. Eppure, a distanza di anni, la promessa di una crescita sostenuta e duratura appare sempre più lontana. I dati ufficiali raccontano una realtà diversa: la produttività resta stagnante, le prospettive di espansione si ridimensionano e il rischio è quello di un ritorno alla normalità pre-crisi, fatta di crescita debole e occasioni mancate.

In questa intervista, ne abbiamo parlato con Giorgio Arfaras, che offre una lettura critica ma lucida di quanto accaduto. Secondo Arfaras, uno dei principali limiti del PNRR è stato l’approccio eccessivamente frammentato degli interventi. Le risorse sono state distribuite su una moltitudine di progetti, spesso con impatti limitati sulla produttività complessiva del sistema. Invece di concentrarsi su pochi, grandi cambiamenti strutturali, si è preferito inseguire obiettivi numerosi ma poco incisivi.

Un altro nodo riguarda i tempi e la capacità di attuazione. L’Italia sconta storicamente difficoltà nell’esecuzione degli investimenti pubblici, tra burocrazia, vincoli amministrativi e carenza di competenze tecniche. Il PNRR non è riuscito a superare pienamente questi ostacoli, e ciò ha rallentato la realizzazione concreta dei progetti, riducendone l’efficacia economica.

Ma il problema più profondo, sottolinea Arfaras, resta quello della produttività. Senza un aumento significativo della produttività del lavoro e del capitale, la crescita potenziale del Paese rimane ancorata a livelli minimi, il cosiddetto “zero virgola”. Le riforme previste — dalla giustizia alla pubblica amministrazione — erano cruciali proprio per questo, ma i loro effetti si stanno rivelando più lenti e meno incisivi del previsto.

Questo non significa necessariamente che il futuro sia segnato. Esistono ancora margini per cambiare rotta, ma richiedono scelte più nette: concentrare le risorse su settori ad alto impatto, migliorare drasticamente la capacità amministrativa e, soprattutto, affrontare senza compromessi i nodi strutturali che frenano l’economia italiana da decenni.

La vera domanda, quindi, non è solo cosa non ha funzionato, ma se esista la volontà politica di correggere il tiro. Perché il tempo delle risorse straordinarie non è infinito, e il rischio è che un’occasione irripetibile si trasformi nell’ennesima occasione mancata.

Giorgio Arfaras

Giorgio Arfaras è un economista, analista finanziario e autore italiano, noto per la sua attività di divulgazione sui temi dell’economia internazionale, della geopolitica e delle politiche pubbliche. Nato nel 1954 a Port Said, in Egitto, ha conseguito una formazione classica per poi laurearsi in economia con una tesi dedicata all’instabilità del capitalismo in Joseph Schumpeter.
La sua carriera si è sviluppata tra industria e finanza. Dal 1981 al 2007 ha lavorato in importanti realtà come Arthur Andersen, Pirelli, la società di gestione fondi Prime (legata prima a Fiat e poi a Generali) e infine Credit Suisse, ricoprendo ruoli di analista e gestore. Parallelamente ha collaborato con centri di ricerca economica: tra il 1993 e il 1995 ha contribuito al Rapporto trimestrale di Prometeia. È inoltre membro del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e della Fondazione Cerm, dove svolge attività di studio e analisi economica.
Nel tempo ha assunto anche ruoli direttivi e editoriali: è presidente di SCM SIM e ha diretto la “Lettera Economica” del Centro Einaudi. Collabora con testate e riviste di analisi come Linkiesta, Limes e Il Foglio, oltre a intervenire come commentatore nei media.

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