Perché Vladimir Putin ha sbagliato i conti su Donald Trump?

Glauco Maggi

27/02/2026

La scommessa fallita del Cremlino: cosa non aveva previsto Vladimir Putin sul ritorno di Donald Trump?

Perché Vladimir Putin ha sbagliato i conti su Donald Trump?

Sono quattro anni esatti che Putin ha dato l’assalto alla Ucraina. Era il febbraio 2022, e alla Casa Bianca c’era Joe Biden.

Il presidente Democratico era reduce dalla disastrosa evacuazione-fiasco di sei mesi prima, che lui aveva ordinato da Kabul e che provocò la morte di 13 marines, oltre a ridare l’Afghanistan ai Talebani. Trump, rientrato alla Casa Bianca nel gennaio del 2025, aveva promesso in campagna elettorale “di chiudere il conflitto Mosca-Kiev in 24 ore”. Era una fantaronata nel suo stile, e avrebbe fatto bene a evitarla. Ma quando aveva aggiunto, da presidente, che se ci fosse stato lui al posto di Biden la Russia non avrebbe mai fatto l’aggressione, disse una cosa giusta, o almeno più che plausibile.

Invece di riconoscere che era stata la figuraccia di Biden a Kabul a dare il via libera a Putin incoraggiandolo nella sua avvenuta da criminale di guerra, gli eterni critici di Trump avevano montato il Russiagate, il suo asservimento a Putin per avere un aiuto alle urne nel 2016. La bufala fu ripetuta alla noia, dai media, per anni ma alla fine si dimostrò totalmente infondata. Quando, rieletto presidente, Trump pensò di giocare il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, la sua strategia per arrivare alla pace fu quella, naive, di costruirsi una credibilità super partes. L’obiettivo era magari anche nobile, ma impossibile, per una situazione storica oggettiva.

Gli Stati Uniti, il membro più forte nella NATO, da sempre erano stati notoriamente dalla parte dell’Europa ex comunista in generale, e dell’Ucraina in particolare. E, di riflesso, contro Mosca. È vero che Obama non aveva fatto nulla quando Putin prese con la forza la Crimea. E che Joe Biden, il suo vicepresidente, dedicò il suo impegno a Kiev a trovare un posto lucrosissimo per il figlio Hunter.

Gli USA continuarono ad essere alleati formali dell’Ucraina sotto i presidenti DEM, e sotto Trump pure, sia da presidente n.45 sia da presidente n.47. Con una differenza da non dimenticare. Barack Obama aveva negato all’esercito ucraino, nel 2016, le armi offensive richieste, mentre Trump è stato il primo presidente a mandare armi letali, in particolare i missili Javelin a Kiev (210 nel 2017 con 37 lanciatori, e ancora 150 nel 2019).

Ecco perché Trump pensa che la buona fede sua, e dell’America, nell’essere “amici” dell’Ucraina sia nei fatti, e non debba essere messa in discussione. Il vero ostacolo alla pace, per Trump, è costituito da Putin, che del resto è il dichiarato aggressore. Da qui, tutti i suoi sforzi sono stati tesi a enfatizzare la sua “amicizia personale” con Putin. Che è stata una tattica dai risvolti anche penosi, e soprattutto dall’effetto pratico nullo, finora.

Il presidente Zelensky da parte sua sa che gli USA sono imprescindibili. E lo ha ripetuto anche qualche ora dopo essere stato trattato malissimo, con l’accusa di essere “ingrato”, nel meeting famigerato di un anno fa esatto (28 febbraio 2025) alla Casa Bianca, con Trump e con JD Vance.

Il governo ucraino, e il popolo, sanno da sempre che l’appoggio USA è fondamentale per la loro causa. Trump ha rallentato gli aiuti finanziari diretti a Kiev, elargiti in precedenza da Biden con il voto di ratifica del Congresso, ma continua a fare arrivare regolarmente gli armamenti sofisticati USA a Kiev, facendoli pagare agli alleati europei nell’ambito NATO.

Il presidente non ha alcuna simpatia personale per Zelensky (eufemismo), ma ha recentemente corretto l’ “isolazionismo” MAGA della prima ora, che era soprattutto ostentato da DJ Vance. Forse i sondaggi pesano: il 57% degli americani sostiene gli aiuti militari a Kiev finché dura la guerra; Il 67% rifiuta di cedere alla Russia i territori occupati; il 69% vuole più sanzioni su Mosca e solo il 13% vede la Russia «impegnata» per la pace.

Gli ucraini stanno mostrando un coraggio indomabile, ma è l’appoggio degli USA che li ha aiutati a superare l’inverno più gelido della guerra, infliggendo perdite umane ai soldati russi che secondo fonti occidentali sono attualmente di 1.500-2.500 morti alla settimana (il doppio dei militari ucraini). Trump, che in una dichiarazione del luglio 2025 aveva criticato Putin (“non sono contento di Putin, dice un sacco di stupidate sulla guerra”, e aveva minacciano altre “sanzioni molto dure”) sembra finalmente essersi rassegnato al fatto di non aver tratto alcun vantaggio dalla sua professione di amicizia con il leader russo.

Il segretario di Stato Marco Rubio, nella conferenza stampa di oggi 26 febbraio, ha espresso la “profonda frustrazione” del governo USA che la guerra “non sia ancora finita” e “che Trump la vede come stupida e senza senso.” Rubio ha ricordato “che il presidente ha imposto nuove sanzioni a fine 2025 alla compagnia petrolifera russa Rosneft”, e “che l’amministrazione USA continua a vendere armi all’Ucraina. Noi non vendiamo armi alla Russia e non imponiamo sanzioni all’Ucraina”, ha insistito, in polemica con chi pensa che Washington non faccia abbastanza pressione sulla Russia. “Il presidente sottolinea di essere l’unico leader globale che ha una chance di portare le due parti insieme attorno al tavolo negoziale. Siamo il solo paese o la sola entità sul pianeta che è stata in grado di avere i negoziatori russi e i negoziatori ucraini a sedersi a un tavolo e a parlare gli uni con gli altri”, ha ribadito Rubio. “E per una guerra orribile qual è questa, l’esserci è per noi una posizione importante, a cui non vogliamo rinunciare. Se andassimo via noi, chi potrebbe esserci? L’ONU? La Francia? La UE? I russi nemmeno parlerebbero con loro”, ha continuato Rubio. “Sappiamo che la guerra non avrà una soluzione militare. Sarà chiusa attraverso un negoziato, e oggi come oggi siamo il solo paese al mondo che può essere un catalizzatore per questi negoziati”.

Secondo Hanna Notte, esperta di politica estera russa e di politica della sicurezza, che ha scritto da Berlino un’analisi per il New York Times sull’andamento del conflitto, le speranze che aveva Putin quando Trump si insediò alla Casa Bianca un anno fa sono andate deluse. La Casa Bianca di Trump non è stata buona per la Russia. Ecco i passaggi fondamentali della tesi della Notte.

“Una guerra lampo, pensò Putin sicuramente, avrebbe rimesso l’America al suo posto e dato alla Russia il potere di plasmare il destino dell’Europa. Quando Putin avesse parlato, gli Stati Uniti avrebbero dovuto ascoltare. Con il ritorno del presidente Trump alla Casa Bianca, la scommessa di Putin sembrava finalmente vicina – dopo anni di fallimenti – a dare i suoi frutti. Trump appariva desideroso di lavarsi le mani della guerra in Ucraina, sostenendo di poterla finire in «24 ore». Anche se Trump non avesse abbandonato del tutto l’Ucraina, pensava Putin, poteva essere tenuto a bada mentre le forze russe avanzavano sul campo di battaglia. Col tempo, Russia e Stati Uniti avrebbero restaurato i rapporti e collaborato – dall’Artico al Medio Oriente, dal controllo degli armamenti al commercio. L’atteggiamento americano verso la Russia avrebbe finalmente acquisito un po’ di buon senso”.

Che cosa è successo, al contrario? Ecco il bilancio della Notte, che offre la corretta lettura degli eventi promossi da Trump nell’ultimo anno, alla faccia di Putin.

“Per cominciare, il presidente Trump ha trascurato le aspirazioni geopolitiche di Putin. Dopo gli attacchi americani all’Iran a giugno, Trump ha respinto l’offerta di mediazione di Putin. In seguito, Trump non si è nemmeno scomodato a invitare il leader russo al summit che ha tenuto in Egitto per celebrare il fragile cessate il fuoco a Gaza. Ancora più imbarazzante, Putin ha dovuto rinviare il suo stesso incontro Russia-paesi arabi. Piuttosto che collaborare con la Russia in Medio Oriente, Trump ha in gran parte ignorato Putin e suggerito che il leader russo risolva la sua guerra prima di impegnarsi altrove”.

“Il presidente americano”, secondo Notte, “ha mostrato scarsa attenzione anche per i partner, gli alleati o le sfere d’influenza russe. Nel Caucaso, considerato dal Cremlino come il cortile di casa della Russia, Trump ha ostentatamente svolto il ruolo di mediatore di pace tra Armenia e Azerbaigian, inviando il vicepresidente JD Vance per chiudere l’accordo. In Venezuela, con la fulminea rimozione di Nicolás Maduro, ha dimostrato quanto potentemente possa minacciare un alleato-servo di Mosca. E avendo assemblato quella che ha chiamato una ‘bellissima armata’ nel Golfo Persico, Trump potrebbe colpire di nuovo l’Iran — o prendere di mira Cuba, un altro alleato russo. Trump ha interferito con gli interessi russi anche in altri modi. Ha imposto sanzioni alle compagnie petrolifere russe, sequestrato una petroliera con bandiera russa e premuto sull’India perché smettesse di acquistare greggio russo”.

Pur con tutti questi fatti, elencati da una esperta internazionale e non da commentatori amici della Casa Bianca, scommetto che sui media anti Trump continuerà a imporsi la tesi che Trump è un servo di Mosca.