La frattura teologica che sta dividendo il fronte conservatore americano tra chi vede in Israele un adempimento profetico e chi lo considera un’eresia
La scorsa domenica di Pasqua, mentre i cristiani di tutto il mondo celebravano la resurrezione, Donald Trump pubblicava su Truth Social un messaggio che ha scosso anche i suoi più fedeli sostenitori: “Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e del ponte in Iran. Aprite quel maledetto stretto, stupidi bastardi, o vivrete all’inferno. Lode ad Allah”.
Per tutta risposta, il commentatore conservatore Tucker Carlson – che ormai è divenuto la figura di punta e di gran lunga la più prestigiosa tra i critici di destra del Presidente – non ha usato mezzi termini: “vile su ogni livello”. Ma la sua critica non si è fermata al tweet pasquale. Negli ultimi mesi, Carlson ha scatenato un vero e proprio fronte interno al movimento conservatore, prendendo di mira non solo le politiche di Trump in Medio Oriente, ma l’intero orizzonte concettuale e “teologico” che le nutre e le giustifica: il sionismo cristiano.
Oggi come oggi, dietro Carlson e alcuni altri profeti e portabandiera del movimento MAGA, c’è un’America cristiana e conservatrice, silenziosa ma consapevole, che sta chiedendosi se il sostegno incondizionato a Israele sia davvero compatibile con il Vangelo. [...]
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