Perché una parte dell’America cristiana sta voltando le spalle a Israele?

Rob Piccoli

08/04/2026

La frattura teologica che sta dividendo il fronte conservatore americano tra chi vede in Israele un adempimento profetico e chi lo considera un’eresia

Perché una parte dell’America cristiana sta voltando le spalle a Israele?

La scorsa domenica di Pasqua, mentre i cristiani di tutto il mondo celebravano la resurrezione, Donald Trump pubblicava su Truth Social un messaggio che ha scosso anche i suoi più fedeli sostenitori: “Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e del ponte in Iran. Aprite quel maledetto stretto, stupidi bastardi, o vivrete all’inferno. Lode ad Allah”.

Per tutta risposta, il commentatore conservatore Tucker Carlson – che ormai è divenuto la figura di punta e di gran lunga la più prestigiosa tra i critici di destra del Presidente – non ha usato mezzi termini: “vile su ogni livello”. Ma la sua critica non si è fermata al tweet pasquale. Negli ultimi mesi, Carlson ha scatenato un vero e proprio fronte interno al movimento conservatore, prendendo di mira non solo le politiche di Trump in Medio Oriente, ma l’intero orizzonte concettuale e “teologico” che le nutre e le giustifica: il sionismo cristiano.

Oggi come oggi, dietro Carlson e alcuni altri profeti e portabandiera del movimento MAGA, c’è un’America cristiana e conservatrice, silenziosa ma consapevole, che sta chiedendosi se il sostegno incondizionato a Israele sia davvero compatibile con il Vangelo.

La replica di Trump: “Carlson è un idiota”

Il presidente non ha tardato a rispondere. In una telefonata esclusiva al New York Post di ieri, Trump ha liquidato Carlson in malo modo:
“Tucker è una persona con un QI basso che non ha assolutamente idea di cosa stia succedendo. Mi chiama continuamente; io non rispondo alle sue chiamate. Non ho niente a che fare con lui. Preferisco avere a che fare con persone intelligenti, non con stupidi”.

Al centro della disputa, l’accusa di Carlson secondo cui il tweet pasquale sarebbe stato “il primo passo verso una guerra nucleare” e che i cristiani dovrebbero capire “dove Trump ci sta portando”. Il presidente ha respinto con forza l’ipotesi, mentre la Casa Bianca, tramite l’account @RapidResponse47, ha definito “buffoni” coloro che hanno distorto le parole del vicepresidente JD Vance su un presunto uso di armi nucleari.

Trump ha ribadito che intende colpire le infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non aprirà lo Stretto di Hormuz, ma ha negato qualsiasi piano di sterminio di massa: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo, dove menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate prevalgono, forse può accadere qualcosa di rivoluzionariamente meraviglioso, CHI LO SA?”.

L’attacco a Paula White e Franklin Graham

Nel suo ultimo podcast, Carlson ha dedicato ampio spazio a due figure emblematiche del cristianesimo conservatore americano: Paula White, consigliera spirituale di Trump, e Franklin Graham, figlio del celebre Billy Graham.
Di Paula White, Carlson traccia un ritratto impietoso. La sua chiesa ad Apopka, in Florida, visitata la scorsa Pasqua, è più uno studio televisivo che un luogo di culto: “Quattrocento sedie. All’inizio del servizio c’erano sette persone”. Eppure, la White ha accesso diretto al presidente. I suoi statuti aziendali la rendono una “monarca” a vita: “La chiesa trova il suo capo sotto il Signore Gesù Cristo nel suo pastore-presidente. Non può essere rimossa”. Per Carlson, un tradimento della Riforma.

Ancora più duro è il giudizio su Franklin Graham. Secondo le analisi di Nathan Apffel, ospite del podcast, Samaritan’s Purse avrebbe accumulato 2,5 miliardi di dollari in asset, spendendo solo una frazione per i bisognosi. Apffel racconta di un complesso di lusso in Alaska – un “rifugio per l’apocalisse” – costruito con i soldi dei donatori, completo di pista di atterraggio privata e una Ford Bronco nuova. Una gestione che, per Carlson, trasforma il cristianesimo in un’impresa capitalistica.

I cattolici americani: una posizione più sfumata

I cattolici americani rappresentano un attore altrettanto cruciale. Costituiscono circa il 22% della popolazione adulta degli Stati Uniti e, secondo un sondaggio Pew Research Center del 2024, il 44% simpatizza per Israele contro l’11% per i palestinesi . Un dato che colloca i cattolici in una posizione intermedia tra gli evangelici (67% a favore di Israele) e i protestanti mainline (47%) .

Ma la gerarchia cattolica ha recentemente tracciato una linea chiara. Il vescovo Robert Barron di Winona-Rochester, fondatore di Word on Fire e membro della Commissione presidenziale per la Libertà Religiosa, ha dichiarato: “La posizione cattolica sul ‘sionismo’, che condivido pienamente, è la seguente: tutte le forme di antisemitismo vanno inequivocabilmente condannate; lo Stato di Israele ha diritto a esistere; ma la moderna nazione di Israele non rappresenta l’adempimento delle profezie bibliche e quindi non è al di là delle critiche”.

Una formula che rifiuta sia l’antisemitismo sia la sacralizzazione teologica dello Stato ebraico. Nella stessa direzione si è mosso l’arcivescovo Alexander Sample di Portland, presidente del comitato USCCB per la Libertà Religiosa, che in un video prima di Pasqua ha invitato i cattolici a “respingere le cospirazioni e le bugie che portano a molestie e violenze contro i nostri fratelli e sorelle ebrei”. Sample ha ricordato che il Catechismo del Concilio di Trento rigetta l’accusa di deicidio collettivo contro gli ebrei, definendola “un profondo fraintendimento di ciò che accadde il Venerdì Santo”.

Il sionismo cristiano come “eresia”

Tanto per i cattolici quanto per Carlson il bersaglio è il sionismo cristiano e la pretesa secondo cui lo Stato di Israele è l’erede delle promesse dell’Antico Testamento.

In un’intervista del 2025, il grande podcaster ha dichiarato: “I sionisti cristiani mi stanno più antipatici di chiunque altro, perché è un’eresia cristiana”. La risposta è stata immediata. Christians United for Israel (CUFI), che dichiara 10 milioni di membri, ha accusato Carlson di promuovere la “teologia della sostituzione”, la stessa – secondo loro – usata “dai Crociati, dagli Inquisitori e dai nazisti”.

Ma Carlson ribalta: il sionismo cristiano afferma che esiste un popolo – gli ebrei moderni – che non ha bisogno di Gesù per essere salvato. Un’eresia che annulla il cuore del cristianesimo: “Gesù è la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non attraverso di me”.

L’America cristiana che cambia: i numeri del dissenso

Non tutti i cristiani conservatori sono allineati con CUFI. I numeri mostrano un cambiamento generazionale significativo. Un sondaggio della Marquette University del dicembre 2025 ha rilevato che mentre il 70% degli evangelici over 60 approva Israele, solo il 39% di quelli tra i 18 e i 29 anni fa lo stesso. Il Pew Research Center ha mostrato un calo dal 71% al 61% tra febbraio e settembre 2024. Solo il 36% degli evangelici repubblicani under 35 ritiene giustificate le azioni di Israele a Gaza.

Inoltre, i leader delle chiese storiche in Medio Oriente hanno preso posizione. Nel gennaio 2026, i patriarchi di Gerusalemme hanno definito il sionismo cristiano una “ideologia dannosa che inganna il pubblico”. Andrea Zaki, presidente delle Chiese protestanti d’Egitto, ha dichiarato che “le Scritture non devono mai essere usate per giustificare guerra, espropriazione o dominazione”.

Il giuramento senza Bibbia e il “peccato” di Trump

A rendere tutto più complesso c’è il rapporto personale di Trump con il simbolismo religioso. Durante il suo secondo giuramento, nel gennaio 2025, Trump non ha appoggiato la mano sulla Bibbia. Carlson, che era presente, ricorda: “Non ha messo la mano sulla Bibbia. Avrebbe dovuto essere un indizio… Non metti la mano sulla Bibbia perché rifiuti consapevolmente ciò che c’è dentro. E ciò che c’è in quel libro sono limiti al comportamento umano. Il messaggio che attraversa tutti i 66 libri della Bibbia cristiana è: non sei Dio”.

Un dettaglio che si allinea con la retorica di chi, come Paula White, ha osato paragonare Trump a Gesù: “Nessuno ha pagato il prezzo che hai pagato tu, Signor Presidente” – parole che Carlson definisce “sacrilegio”.

L’idea apocalittica: il Vangelo come “vaccino” spirituale

E qui arriviamo alla provocazione finale. Carlson nel suo podcast ha suggerito che Trump potrebbe vedersi come “l’adempimento di qualcosa” o “l’elevazione a qualche ufficio superiore a quello di presidente”. Ha invitato i militari e lo staff della Casa Bianca a dimettersi piuttosto che eseguire un ordine di lancio nucleare: “Dite ‘no, mi dimetto. Farò tutto ciò che posso legalmente per fermare questo folle ordine’. Trovate voi stessi i codici della valigetta nucleare”.

E se la battaglia di Carlson fosse un segnale che l’America cristiana e conservatrice sta riscoprendo il vero Vangelo – quello della croce, della sottomissione e del sacrificio – come unico antidoto alla deriva idolatra? I numeri del dissenso giovanile sono la prova che esiste un’altra America cristiana, stanca di essere usata come strumento per guerre e come macchina per accumulare ricchezza. Un’America che riscopre la semplicità delle comunità descritte negli Atti degli Apostoli: senza edifici monumentali, senza jet privati, senza milioni in banca, ma capaci di trasformare il mondo con la sola forza dell’amore per il prossimo.

La domanda che Carlson pone è radicale: se il sionismo cristiano è davvero un’eresia, allora il sostegno incondizionato a Israele non è solo un errore politico ma una minaccia per la salvezza eterna. Gesù non ha mandato i suoi discepoli a uccidere, ma a farsi uccidere. Non ha promesso ricchezze, ma persecuzioni. Non ha costruito imperi, ma ha accettato la croce.

Una ferita che non si rimarginerà facilmente

La frattura nel mondo cristiano conservatore americano è reale e profonda. Da un lato, l’establishment del sionismo cristiano, con i suoi 10 milioni di membri e il suo potere politico consolidato. Dall’altro, una coalizione eterogenea che va da Carlson ai giovani evangelici disillusi, passando per le chiese storiche del Medio Oriente.

Israele ha stanziato 150 milioni di dollari per “riabilitare la propria immagine” tra gli evangelici, e Trump ha liquidato il suo ex alleato come un uomo di “basso QI”. Ma la partita è aperta. Come ha scritto il Baptist News Global, la vera guerra oggi è “tra due ali del partito che ora si definiscono apertamente eretiche l’una con l’altra”.

Per i cristiani americani, la scelta è tra continuare a sostenere un’ideologia che i loro stessi leader in Terra Santa definiscono una minaccia, o riscoprire un Vangelo di pace, umiltà e giustizia. Una scelta che potrebbe ridefinire non solo il futuro del conservatorismo religioso, ma anche il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente.