In un contesto in cui geopolitica e geoeconomia evolvono rapidamente, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi limitati dal peso di un debito accumulato non soltanto durante il recente conflitto con l’Iran, ma attraverso decenni di spesa in deficit risalenti alla fine della Guerra Fredda. Le amministrazioni che si sono succedute hanno spesso privilegiato il ricorso all’indebitamento nel presente, trasferendo il costo delle proprie decisioni alle generazioni future.
Il costo della guerra
Si stima che il recente conflitto con l’Iran sia costato agli Stati Uniti miliardi di dollari al giorno, una cifra difficilmente trascurabile. Mantenere l’egemonia globale richiede infatti enormi investimenti militari, diventati sempre più onerosi dalla fine della Guerra Fredda. La spesa per la difesa degli Stati Uniti resta la più elevata al mondo e raggiungerà i 961,6 miliardi di dollari nel 2026, mentre le guerre in Afghanistan e Iraq sono costate al Tesoro americano migliaia di miliardi di dollari nell’arco di due decenni.
Oltre alle operazioni militari dirette, Washington sostiene i costi derivanti dal mantenimento di centinaia di basi, installazioni e contingenti dispiegati in tutto il mondo. A differenza di conflitti precedenti, come la Guerra di Corea, durante i quali l’aumento della tassazione svolse un ruolo fondamentale nel finanziamento delle spese militari, le guerre successive all’11 settembre sono state finanziate in larga misura attraverso il debito.
Il principio secondo cui i conflitti dovrebbero essere finanziati mediante la tassazione, sostenuto da leader come il presidente Truman nei primi anni della Guerra Fredda, è stato progressivamente abbandonato con l’adozione da parte degli Stati Uniti di un modello fiscale caratterizzato da una pressione tributaria contenuta. Finanziare una guerra tramite le tasse richiede infatti un ampio consenso popolare, poiché i costi ricadono immediatamente sugli elettori. Il finanziamento attraverso il debito, al contrario, consente ai governi di trasferire una parte significativa di tali costi alle generazioni future, attenuando eventuali conseguenze politiche.
Debito, deficit e vincoli fiscali
Una delle più importanti sfide interne che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare è rappresentata dalla crescita del debito pubblico. Alla fine del 2025, il rapporto debito/PIL ha raggiunto il 122,6%, livelli osservati in precedenza soltanto al termine della Seconda guerra mondiale e durante la pandemia di Covid-19.
Con l’aumento del debito cresce inevitabilmente anche il costo degli interessi. Il servizio del debito assorbe una quota sempre maggiore della spesa federale, riducendo le risorse disponibili per infrastrutture, ricerca, difesa e programmi sociali. Il governo statunitense registra deficit di bilancio ininterrottamente dal 2002; il 2001 rimane l’ultimo anno in cui Washington ha chiuso i conti pubblici in avanzo. Una tendenza che si è mantenuta sia sotto amministrazioni repubblicane sia democratiche.
La crescente polarizzazione politica ha ulteriormente aggravato la situazione. Dalla metà degli anni 2010, le divisioni partitiche hanno reso sempre più difficile l’attuazione di riforme fiscali significative. Il risultato è un sistema caratterizzato da deficit strutturali che riducono la capacità dello Stato di reagire a recessioni economiche, emergenze militari o crisi finanziarie. Nel lungo periodo, livelli elevati di indebitamento rischiano inoltre di comprimere gli investimenti produttivi e aumentare la vulnerabilità dell’economia.
La Cina e il ritorno della competizione tra grandi potenze
Gli Stati Uniti hanno sempre dovuto confrontarsi con rivali strategici, ma la Guerra Fredda era caratterizzata da una netta divisione tra due blocchi contrapposti. L’ascesa della Cina pone invece una sfida di natura diversa. A differenza dell’Unione Sovietica, Pechino compete con Washington non solo sul piano militare, ma anche su quello economico, tecnologico e finanziario.
Dopo decenni di rapida crescita economica, la Cina ha notevolmente ampliato le proprie capacità militari e oggi rappresenta un concorrente di primo piano in settori che spaziano dalla manifattura avanzata all’intelligenza artificiale, dal commercio internazionale agli investimenti infrastrutturali. Sempre più spesso la competizione strategica si gioca lungo le catene di approvvigionamento, nelle tecnologie avanzate, nei sistemi finanziari e nell’accesso alle risorse critiche, piuttosto che esclusivamente sul terreno della forza militare convenzionale.
All’inizio di quest’anno, il presidente cinese Xi Jinping ha richiamato il concetto della trappola di Tucidide , elaborato dal politologo Graham Allison, secondo cui il conflitto tende a emergere quando una potenza in ascesa sfida una potenza consolidata. Che uno scontro sia inevitabile o meno, questa teoria evidenzia le pressioni strategiche cui sono sottoposte sia Washington sia Pechino.
Gli Stati Uniti si trovano oggi nella difficile posizione di dover sostenere contemporaneamente gli alleati europei, mantenere la propria influenza in Medio Oriente e contenere l’espansione dell’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Ognuno di questi impegni comporta costi finanziari significativi in una fase in cui i margini fiscali americani si stanno progressivamente restringendo.
Il vantaggio del dollaro
Le previsioni che annunciano un imminente collasso finanziario degli Stati Uniti tendono spesso a trascurare un elemento fondamentale: Washington gode di vantaggi che la maggior parte dei Paesi non possiede. Il dollaro continua a essere la principale valuta di riserva internazionale e i titoli del Tesoro statunitense sono considerati tra gli asset più sicuri della finanza internazionale.
Questo status garantisce agli Stati Uniti una capacità di indebitamento superiore a quella di quasi qualsiasi altro governo. La domanda globale di attività denominate in dollari contribuisce a mantenere relativamente bassi i costi di finanziamento e assicura un livello di resilienza finanziaria raramente disponibile per Paesi fortemente indebitati.
Tuttavia, il ruolo di valuta di riserva non elimina completamente i vincoli fiscali. Pur consentendo agli Stati Uniti di sostenere livelli di debito più elevati rispetto alla maggior parte degli altri Stati, esso non garantisce la possibilità di aumentare l’indebitamento indefinitamente senza conseguenze. Anche per la più grande economia del mondo, la crescita degli interessi sul debito finisce inevitabilmente per ridurre la flessibilità politica e strategica.
Sull’orlo di una crisi?
Gli Stati Uniti sono davvero sull’orlo di una crisi? Non nell’immediato. I fondamentali dell’economia americana restano solidi, il dollaro continua a dominare la finanza globale e i titoli del Tesoro statunitense figurano ancora tra gli strumenti finanziari più affidabili al mondo. Tuttavia, la crescente dipendenza di Washington dal debito per finanziare sia la spesa interna sia gli impegni di politica estera sta progressivamente restringendo il suo margine di manovra, soprattutto nel caso di uno shock economico o geopolitico di ampia portata.
La sfida principale per gli Stati Uniti non è quella di un improvviso collasso, bensì il rischio di una graduale overstretch strategica, ovvero di un eccessivo sovraccarico di responsabilità e impegni rispetto alle risorse disponibili. In un’epoca caratterizzata dal ritorno della competizione tra grandi potenze, in particolare con la Cina, la solidità fiscale sta diventando importante quanto la forza militare.
Se le tendenze attuali dovessero proseguire, gli Stati Uniti potrebbero scoprire che una delle maggiori minacce alla loro posizione globale non è rappresentata soltanto da un rivale esterno, ma dalle conseguenze cumulative di decenni di indebitamento. La vera domanda, pertanto, non è se l’America possa permettersi i conflitti di oggi, ma se possa continuare a finanziare indefinitamente le proprie ambizioni globali senza compromettere le fondamenta stesse del proprio potere.