Negli ultimi quarant’anni la popolazione dei miliardari è esplosa: dalla prima lista Forbes del 1987 con appena 140 nomi si è passati, nel 2025, a oltre 3.000 individui con patrimoni complessivi stimati in 16mila miliardi di dollari. Una concentrazione di ricchezza senza precedenti, resa ancor più evidente dal divario tra i tassi di crescita: secondo l’economista Gabriel Zucman, il top 0,0001% della popolazione mondiale ha visto aumentare la propria ricchezza del 7,1% annuo tra il 1987 e il 2024, contro il 3,2% medio della popolazione adulta.
Questa dinamica alimenta un dibattito sempre più acceso: come tassare chi possiede patrimoni colossali senza produrre conseguenze negative sull’economia e senza incentivare la mobilità fiscale dei più ricchi? È il cuore del problema del tassare i più ricchi.
La maggior parte dei sistemi fiscali occidentali si regge su imposte sul reddito, contributi sociali e tassazione indiretta. Tuttavia, queste forme di prelievo non intercettano la ricchezza immobilizzata in asset come immobili, partecipazioni aziendali e investimenti. Il risultato è che, in media, i miliardari finiscono per pagare proporzionalmente meno dei lavoratori ad alto reddito.
Tentativi di introdurre o mantenere imposte patrimoniali hanno avuto esiti modesti. Negli anni Ottanta, circa metà dei Paesi OCSE applicava una tassa annuale sulla ricchezza netta; oggi, in Europa, resistono solo Spagna, Norvegia e Svizzera, con gettiti limitati. La ragione? I ricchi sono mobili, trasferiscono residenza e capitali in giurisdizioni più favorevoli.
Paesi come Emirati Arabi Uniti e Italia hanno attratto un flusso crescente di individui facoltosi con regimi fiscali agevolati. Al contrario, nazioni che hanno inasprito la pressione tributaria, come il Regno Unito con la fine del regime “non-dom”, hanno assistito a partenze eccellenti. Si crea così una sorta di “corsa al ribasso”, dove i governi competono per offrire il pacchetto più conveniente ai miliardari.
Questo fenomeno solleva questioni di equità: perché un cittadino benestante dovrebbe versare più imposte di un miliardario straniero residente nello stesso Paese, ma soggetto a un regime agevolato?
Zucman propone un’imposta globale del 2% sui patrimoni oltre il miliardo di dollari, sostenendo che la cooperazione internazionale e la maggiore trasparenza finanziaria rendono oggi più difficile occultare ricchezze. Tuttavia, l’idea non ha ottenuto consenso unanime al G20.
Molti esperti suggeriscono invece di riformare le imposte già esistenti (successioni, plusvalenze, proprietà) per ridurre le distorsioni e migliorare l’equità. Altri evocano strumenti come la “exit tax”, già in vigore in Paesi come Francia, Germania e Stati Uniti, che colpisce i guadagni non realizzati al momento della migrazione fiscale.
Dietro il dibattito tecnico si cela un nodo politico: fino a che punto è giusto permettere che enormi patrimoni restino scarsamente tassati, mentre i governi faticano a finanziare welfare, sanità e pensioni in società in rapido invecchiamento?
Come nota il giurista León Fernando Del Canto, non si tratta più soltanto di una questione economica, ma di una resa dei conti morale. Tassare la ricchezza non è semplice, ma l’alternativa – tagliare i servizi essenziali per i più vulnerabili – rischia di alimentare rabbia sociale e populismo.
In definitiva, il dilemma resta aperto: le democrazie devono trovare un equilibrio tra giustizia fiscale, competitività internazionale e sostenibilità dei propri bilanci. Una sfida che segnerà il futuro dei sistemi tributari nel XXI secolo.