Nel panorama finanziario contemporaneo, segnato da tensioni geopolitiche persistenti e da un susseguirsi ininterrotto di shock economici, gli investitori si trovano di fronte a una realtà radicalmente diversa rispetto ai decenni precedenti.
Il mondo è entrato in un’era di crisi permanenti, dove il ritiro degli Stati Uniti dal ruolo di gendarme globale, unito al ritorno dei conflitti tra grandi potenze e all’aumento degli eventi meteorologici estremi legati al riscaldamento globale, crea un ambiente di incertezza strutturale. A questo si aggiungono politiche tossiche e populiste che minacciano gli scambi commerciali, amplificando la volatilità dei mercati.
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La fine di un epoca per chi investe
Secondo il WSJ, la tesi di fondo è semplice ma profonda: nel vecchio paradigma di investimento, le obbligazioni governative fungevano da ammortizzatori naturali. Quando l’economia subiva un colpo, i prezzi dei titoli salivano e i rendimenti scendevano, offrendo un rifugio sicuro. Oggi, invece, molti degli shock in corso generano inflazione anziché deflazione. Guerre e tensioni commerciali fanno salire i prezzi delle materie prime e interrompono le catene di approvvigionamento, mentre i fallimenti dei raccolti dovuti al clima estremo spingono verso l’alto i costi alimentari.
In questo contesto, le obbligazioni non proteggono più: i loro prezzi scendono proprio quando gli investitori avrebbero più bisogno di stabilità, e i rendimenti salgono. Il fenomeno è aggravato dai livelli elevatissimi di debito pubblico in molte economie avanzate, che rendono i governi più vulnerabili a pressioni inflazionistiche e riducono lo spazio per politiche di sostegno. Di conseguenza, i rendimenti delle obbligazioni devono essere strutturalmente più alti rispetto al passato per compensare la minore capacità di diversificazione offerta.
Un esempio concreto di questa dinamica emerge dalle tensioni legate alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, descritta come un conflitto “on-off” che funge da modello per il nuovo scenario. Ogni volta che le ostilità si intensificano, come avvenuto recentemente, le azioni scendono, le obbligazioni perdono valore e persino l’oro – tradizionalmente considerato un bene rifugio – registra cali. Questo simultaneo movimento al ribasso di asset che in passato si muovevano in direzioni opposte evidenzia come le correlazioni tradizionali si siano spezzate. Non si tratta più di shock isolati o di natura puramente deflazionistica, ma di eventi che alimentano pressioni inflazionistiche e minano la fiducia nei meccanismi di stabilizzazione automatica dei mercati.
Come si stanno adattando i grandi gestori?
Di fronte a questa trasformazione, le grandi istituzioni di investimento stanno ripensando radicalmente le proprie strategie. Un caso emblematico è quello di Raphael Arndt, amministratore delegato del Future Fund, il fondo sovrano australiano. Dopo la pandemia di Covid, Arndt e il suo team hanno riconosciuto che la geopolitica era tornata al centro della scena, che il ruolo dello Stato si era rafforzato e che la politica populista aveva alterato le regole del gioco.
L’approccio tradizionale non funzionava più. Il risultato di questa revisione profonda è stata una conclusione paradossale: il fondo ha deciso di aumentare l’esposizione azionaria, non di ridurla. La logica è chiara: in un mondo più rischioso, servono rendimenti più elevati per compensare l’incertezza strutturale. Ridurre il rischio azionario significherebbe accettare rendimenti insufficienti a coprire gli obiettivi di lungo termine del fondo.
Arndt sottolinea inoltre l’importanza di una diversificazione aggressiva, ma avverte che le obbligazioni non svolgeranno necessariamente questo ruolo. Per sostituire la funzione protettiva un tempo affidata ai titoli di Stato, il Future Fund ha acquistato oro, sperando che potesse offrire una copertura simile. Tuttavia, anche questo asset ha deluso nelle fasi più acute delle tensioni con l’Iran, confermando che non esiste più un rifugio universale. Parallelamente, il fondo ricorre a strategie di hedge fund specificamente progettate per generare rendimenti sia nei mercati rialzisti che in quelli ribassisti, sfruttando la sua capacità – non comune a molti investitori – di ignorare i benchmark tradizionali e di concentrarsi su risultati assoluti.
Il pericolo per eccellenza: l’inflazione
Un’altra voce autorevole che contribuisce a questa riflessione è quella di Raman Srivastava, amministratore delegato di Insight, parte di Bank of New York Mellon. Secondo Srivastava, il rischio maggiore nel nuovo scenario è che l’inflazione sfugga al controllo, riproducendo dinamiche simili a quelle degli anni Settanta e Ottanta. In risposta, Insight privilegia obbligazioni infrastrutturali i cui rendimenti sono indicizzati all’inflazione, riduce l’esposizione alle obbligazioni a lunga scadenza per limitare la volatilità e adotta un approccio più attivo nella gestione.
Questa strategia riflette la consapevolezza che, in un ambiente di shock inflazionistici ricorrenti, la passività e l’affidamento esclusivo ai titoli governativi tradizionali non sono più sufficienti.In determinati contesti, le obbligazioni governative possono ancora svolgere un ruolo protettivo. Ad esempio, nel caso di un forte calo delle azioni legato a un ripensamento del mercato sull’intelligenza artificiale – uno shock più “tradizionale” che rallenterebbe l’economia e ridurrebbe le pressioni inflazionistiche – i rendimenti solidi dei Treasury potrebbero tornare attraenti.
Questa osservazione evidenzia che non tutti gli shock sono uguali: quelli di natura geopolitica o climatica tendono a essere inflazionistici, mentre quelli legati a bolle speculative o a rallentamenti ciclici classici possono ancora favorire le obbligazioni. La distinzione è cruciale per chi deve costruire portafogli resilienti.
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Una storia che si ripete?
La storia offre paralleli utili, anche se non identici. Negli anni Settanta, l’inflazione persistente e gli shock petroliferi misero in crisi il modello tradizionale di portafoglio 60/40, con obbligazioni che soffrirono perdite significative proprio mentre le azioni erano sotto pressione. Oggi il contesto è diverso: i livelli di debito sono più alti, la globalizzazione è parzialmente in ritirata e il cambiamento climatico aggiunge una variabile nuova ma la lezione rimane: quando gli shock generano inflazione, gli asset nominali a tasso fisso perdono appeal. Per questo motivo, strumenti come le obbligazioni indicizzate all’inflazione o gli investimenti in infrastrutture con flussi di cassa regolati diventano più interessanti.
Allo stesso tempo, l’enfasi sul lungo termine rimane fondamentale. Il Future Fund può permettersi orizzonti temporali molto estesi, ma anche gli investitori individuali dovrebbero resistere alla tentazione di reagire a ogni flare-up geopolitico. Ridurre l’esposizione azionaria in momenti di crisi acuta rischia di cristallizzare perdite e di rinunciare al premio per il rischio proprio quando questo è più necessario. Al contrario, una maggiore allocazione azionaria, accompagnata da una diversificazione intelligente e da una gestione attiva selettiva, può aiutare a generare i rendimenti richiesti in un ambiente più ostile.
Se le obbligazioni perdono la loro funzione di stabilizzatore automatico, le banche centrali potrebbero trovarsi a dover intervenire in modi più diretti e frequenti, con rischi di moral hazard e di distorsioni nei mercati. Allo stesso tempo, i governi dovranno affrontare il dilemma di finanziare la transizione energetica e la resilienza climatica senza aggravare ulteriormente i livelli di debito, che già limitano la capacità di risposta agli shock.