Utili record, fusioni bancarie e nuovi requisiti di capitale sono alla base delle nuove emissioni di obbligazioni AT1 e Tier2.
I prestiti subordinati stanno tornando al centro delle strategie di raccolta del sistema bancario, ma con qualche caratteristica diversa rispetto al recente passato. Queste nuove emissioni non sembrano essere il sintomo di una fragilità, bensì il prodotto di un sistema che è diventato più solido e più ambizioso allo stesso tempo. Due forze stanno spingendo le banche a fare nuovamente ricorso a questo tipo di debito.
La prima è la stagione degli utili record. Dopo anni di tassi bassi, l’inversione della politica monetaria ha gonfiato i margini di interesse, rafforzando la capacità delle banche di generare capitale internamente. I bilanci si sono irrobustiti, i coefficienti patrimoniali sono saliti e la percezione del rischio è migliorata. In questo contesto, il debito subordinato smette di essere un segnale di emergenza e diventa uno strumento di gestione ordinaria della struttura del capitale, utilizzato da istituti che possono permettersi di farlo.
La seconda forza è il nuovo ciclo di fusioni e aggregazioni che sta ridisegnando la mappa bancaria europea. Ogni operazione di consolidamento porta con sé una conseguenza immediata: banche più grandi, più complesse e più rilevanti dal punto di vista sistemico devono dotarsi di cuscinetti di capitale più ampi. La vigilanza si fa più stringente, i requisiti regolamentari aumentano e il debito subordinato diventa una leva essenziale per adeguare i bilanci alle nuove dimensioni del gruppo.
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