Perché la Fed potrebbe non tagliare i tassi per tutto il 2025

Laura Naka Antonelli

25/05/2025

Fed ferma sui tassi per tutto il 2025? Il messaggio dai funzionari della stessa banca centrale americana guidata da Jerome Powell. E non solo.

Perché la Fed potrebbe non tagliare i tassi per tutto il 2025

La Fed di Jerome Powell non ha alla fine grandi motivi per tagliare i tassi di interesse USA, nel corso del 2025. L’economia americana per ora non lancia segnali particolari di alert, e Powell deve ancora capire cosa succederà all’inflazione degli Stati Uniti, una volta che si capirà la reale conseguenza dei dazi reciproci decisi dal presidente americano Donald Trump.

Il senso di incertezza continua a intensificarsi, e non aiutano gli annunci in pompa magna su nuove tariffe, che arrivano dal capo della Casa Bianca. L’ultimo shock è piombato sui mercati con la decisione del presidente degli States di colpire i prodotti che l’America importa dall’UE con dazi fino al 50%, a partire dal prossimo 1° giugno. Ma i dazi effettivi saranno davvero quelli, o eventuali trattative serrate fino all’ultimo minuto riusciranno a scongiurare il peggio, per l’Europa, così come per altri Paesi colpiti dalla furia (per ora soprattutto a parole), dei dazi di Trump?

A fronte dell’impossibilità sempre più lampante da parte della Fed di calcolare quelli che saranno i danni reali che i dazi di Trump avranno sul PIL e sull’inflazione USA, tra gli economisti si diffonde sempre di più la sensazione che, per non rischiare di sbagliare, sia meglio che la banca centrale americana rimanga con le mani in mano per tutto il 2025, senza toccare i tassi sui fed funds che, dopo il nulla di fatto dall’inizio dell’anno, rimangono inchiodati nel range compreso tra il 4,25% e il 4,5%.

Fed alle prese con incertezza dazi Trump e impatto su inflazione. Meglio rimanere fermi

Negli ultimi giorni sono stati ben tre i funzionari della Federal Reserve che hanno spiegato l’approccio di politica monetaria della banca centrale, facendo riferimento alla presenza più di un senso di incertezza, che di urgenza.

Si è trattato di Mary Daly, Beth Hammack e Raphael Bostic, presidenti rispettivamente della Fed di San Francisco, della Fed di Cleveland e della Fed di Atlanta.

Daly ha detto per esempio che “la funzione di reazione è quella di rimanere in una posizione centrale, per trovarci pronti a muoverci in modo agile, ma non in modo brusco o veloce, visto che non è necessario farlo, dal momento che non disponiamo di informazioni sufficienti ”.

Hammack, ex Goldman Sachs, ha ricordato di essere una “persona di azione” che tuttavia, ora, crede che sia meglio rimanere fermi. “In questo momento, credo che la migliore cosa da fare sia di restare seduti con le mani in mano ”.

Bostic è stato ancora più netto: “ Nelle mie previsioni non c’è una recessione ” e “l’ossatura dell’economia è solida”. Vero che le aziende degli States stanno aspettando, prima di lanciarsi in investimenti e in progetti di innovazione troppo ambiziosi che possano poi scontrarsi con la debolezza della domanda, in caso di forte erosione dell’economia, a causa dell’impatto dei dazi di Trump.

Ma, anche per questo funzionario della Fed, è inutile soccorrere l’economia USA con un taglio, se l’entità delle conseguenze negative delle tariffe è ancora poco chiara.

Dopo dazi 50% contro UE ancora più incertezza, e c’è chi paventa incubo stagflazione

Netta anche la posizione del presidente della Fed di Chicago Austan Goolsbee che, nel commentare le ultime minacce di Trump, in particolare quella di colpire l’Unione europea con dazi del 50%, ha sottolineato che, allo stato attuale delle cose, e dopo l’ennesima uscita del presidente americano, la Fed ha ancora più motivi per non fare nulla. Un commento che avrà irritato prima di tutto Trump, che da mesi chiede a Powell di sforbiciare i tassi sui feds funds, agitando anche il ricatto del licenziamento.

Ma, in una intervista rilasciata alla CNBC, Goolsbee è stato chiaro: “Tutto rimane sempre sul tavolo. Ma l’impressione è che l’asticella per agire in qualsiasi direzione si sia un po’ alzata, mentre aspettiamo l’arrivo di una maggiore chiarezza”.

Il banchiere ha sottolineato inoltre che, “ se (l’amministrazione Trump) varerà dazi che avranno un impatto stagflazionistico ...allora per la banca centrale si tratterà della situazione peggiore”.

Dunque? “Dunque dovremo capire quanto grande sarà l’effetto sui prezzi. So quanto la gente odi l’inflazione”, ha precisato.

Serpeggia dunque sempre di più a Wall Street la sensazione che la Fed di Powell alla fine deciderà di lasciare i tassi di interesse USA fermi per tutto il 2025.

Schroders, “timori di recessione sembrano esagerati”

Lo ha pronosticato anche George Brown, Senior US Economist di Schroders, che ha riassunto l’outlook sul PIL e sull’inflazione degli Stati Uniti, non prestando troppa attenzione a quel segno meno che ha accompagnato la performance del prodotto interno loro nel primo trimestre del 2025.

Vero, la sforbiciata delle stime da parte di Schroders c’è stata: la crescita del PIL è ora prevista in media all’1,7% per quest’anno, in calo rispetto alla previsione precedente del 2,5%. Ma “i timori di recessione sembrano esagerati”.

Ovvero? “ La spesa delle famiglie sarà probabilmente depressa ma non dovrebbe subire un declino, dato che la crescita dei salari reali del 2% è in grado di assorbire facilmente l’aumento dell’inflazione. Inoltre, le dichiarazioni sui dazi dovrebbero indurre le aziende a ridurre le assunzioni e gli investimenti piuttosto che a procedere a tagli drastici ”.

Di conseguenza, l’outlook è di una crescita del PIL che dovrebbe recuperare “nel 2026, con un 2,4%, grazie al venir meno delle incertezze commerciali e all’allentamento della politica fiscale attraverso i tagli alle imposte ”.

Per quanto riguarda il trend dei prezzi, le attese sono ora di “una inflazione al 3,1% sia per quest’anno sia per il prossimo, come conseguenza diretta dei dazi imposti dall’amministrazione”.

Dunque, “continuiamo a prevedere che la Fed manterrà invariati i tassi quest’anno”, anche se “ora ci aspettiamo un graduale taglio dei tassi il prossimo anno sotto la guida di un nuovo presidente” dell’istituzione.

La view di Brown è che le sospensioni dei dazi di Trump finora annunciate, “ diventeranno permanenti, lasciando l’aliquota tariffaria effettiva intorno al 12%”.

Uno scenario, dunque, meno drammatico di quanto paventato. L’economista fa notare infatti che, “sebbene tale livello sia superiore al 3% previsto alla fine del mandato di Biden, è ben al di sotto del 32% che si sarebbe raggiunto se i dazi fossero stati applicati integralmente ”.

Effetto dazi gestibile dal punto di vista dell’inflazione, la Fed si muoverà nel 2026

Di conseguenza, l’impressione dell’economista è che “l’impatto dei dazi sia gestibile dal punto di vista dell’inflazione”.

L’esperto di Schroders ritiene così che“ l’’inflazione dei beni core dovrebbe raggiungere un picco pari a circa la metà del 12% registrato all’indomani della pandemia e avere ripercussioni limitate sui prezzi dei servizi. Inoltre, si ipotizza che tale aumento sarà compensato da una maggiore deflazione energetica, con i futures che indicano attualmente un prezzo del greggio Brent inferiore di 10 dollari al barile rispetto alla nostra ultima previsione. Pertanto, la nostra previsione per l’inflazione CPI nel 2025 rimane invariata al 3,1%”.

Si tratta sempre di un upgrade delle previsioni sull’inflazione, che è attesa ora rimanere al 3,1% nel 2026, invece di scendere al 2,7%.

Questo fatto, spiega Brown, “non è dovuto al fatto che prevediamo che i dazi doganali porteranno a pressioni inflazionistiche persistenti”, quanto, a suo avviso, agli “ aumenti dei prezzi che saranno graduali e non uno shock breve e violento, man mano che i costi più elevati si ripercuoteranno sulle catene di approvvigionamento e sui consumatori”.

Detto questo, ci vorrà del tempo prima che gli effetti di base si esauriscano, con l’IPC core che non dovrebbe scendere al di sotto del 3% fino al quarto trimestre del 2026.

In un momento in cui gli economisti si imbarcano di nuovo a rivedere i loro outlook sul trend dei tassi USA deciso dalla Fed di Jerome Powell, la previsione di Schroders è così di una banca centrale americana che, a dispetto degli incitamenti e degli insulti di Trump, rimarrà ferma per tutto il 2025.

Così conclude George Brown:

“I rischi contrastanti per la crescita e l’inflazione indicano che il mantenimento dei tassi invariati rimane la scelta più logica per la Fed quest’anno. Tuttavia, gli aumenti che avevamo previsto per il 2026 sembrano ora meno probabili. La revisione della politica monetaria di agosto potrebbe rivelare una nuova reazione della Fed, ma riteniamo che verranno applicate le consuete regole di ingaggio. La nomina del successore del presidente Powell avrà un significato maggiore. Sotto la sua guida, riteniamo che il comitato sfrutterà il rallentamento dell’inflazione del prossimo anno come un’opportunità per avviare una politica monetaria più neutrale”.