Perché l’India è rimasta così indietro rispetto alla Cina nella corsa all’hi-tech?

Federico Giuliani

1 Maggio 2025 - 07:07

Tra India e Cina c’è ancora un gap tecnologico e organizzativo piuttosto elevato. Basta vedere cosa sta accadendo agli iPhone di Apple...

Perché l’India è rimasta così indietro rispetto alla Cina nella corsa all’hi-tech?

Il pugno duro adottato da Donald Trump contro la Cina ha colpito Apple in pieno volto. Il colosso di Cupertino ha tirato un sospiro di sollievo quando la Casa Bianca ha deciso di escludere gli smartphone dagli elevatissimi dazi imposti sul made in China.

L’azienda, preoccupata che la Trade War tra Trump e Xi Jinping possa ulteriormente degenerare, sta però pianificando di spostare l’assemblaggio di tutti i suoi iPhone destinati al mercato statunitense in India, nel chiaro tentativo di ridurre la propria dipendenza dalla base produttiva cinese.

Il complesso processo produttivo degli smartphone di Apple coinvolge infatti oltre 1.000 componenti provenienti da tutto il mondo, ma pare che i dispositivi siano in gran parte assemblati in Cina (il Financial Times parla di circa il 90%). Entro la fine del 2026, la Mela punta a ottenere oltre 60 milioni di iPhone all’anno – da rivendere negli Usa – realizzati in India, per un impegno che richiederebbe di più che raddoppiare l’assemblaggio di questi smartphone all’interno del Paese.

C’è però un enorme aspetto da considerare: tra India e Cina c’è ancora un gap tecnologico e organizzativo piuttosto elevato. Detto altrimenti, per Apple, produrre iPhone a Delhi e dintorni non sarà come farlo oltre la Muraglia. Il motivo è da ricercare nel differente sviluppo hi-tech ed economico dei due giganti asiatici. Con l’Elefante indiano costretto ancora a rincorrere il Dragone cinese.

Cosa ci dicono gli iPhone made in India

La produzione indiana di iPhone è iniziata nel 2017, a partire dal modello più economico realizzato da Apple: l’iPhone SE. Delhi ha iniziato a produrre le versioni di punta soltanto nel 2023. Attenzione però, perché ci sono due enormi problemi da evidenziare. Il primo: il rendimento delle fabbriche indiane, e dunque della manodopera dei lavoratori locali, non raggiunge quello offerto dalle loro controparti cinesi. Il secondo, che poi è stretta conseguenza del punto numero uno: i prodotti che escono dalle linee di produzione indiane non sono dello stesso livello di quelli made in China.

Ci sarebbe in realtà anche un terzo aspetto da richiamare: nonostante Apple si sia espansa in India, questa espansione si è basata - e si basa ancora oggi - in gran parte sulla competenza di ingegneri e altri addetti cinesi, gli stessi che installare le linee di produzione sul territorio indiano. Come ha spiegato Wired, inoltre, la produzione di Apple in India, guidata da Tata, non è del tutto fluida.

Nel 2023, per esempio, lo stabilimento di Tata a Hosur, che produceva le custodie per iPhone, ha registrato un tasso di rendimento di appena il 50%. Significa che metà dei componenti usciti da quel sito non hanno superato i rigorosi controlli di qualità dell’azienda di Cupertino... Non solo: un motivo per cui la Cina potrebbe non sollevare obiezioni alla mossa di Apple è la natura della produzione in corso in India. Negli stabilimenti Apple indiani, infatti, vengono prodotte le custodie per iPhone mentre gli iPhone vengono assemblati a partire da componenti già prodotti. In Cina, ovviamente.

Il gap hi-tech tra l’Elefante e il Dragone

La società di ricerca TechInsights è chiarissima quando scrive che è “altamente improbabile che Apple sposti l’assemblaggio degli iPhone negli Stati Uniti” e che “la catena di fornitura degli smartphone è profondamente radicata in Cina, supportata da ingegneri qualificati e da un gran numero di addetti all’assemblaggio”.

Ogni anno Apple spedisce più di 230 milioni di iPhone. Calcolatrice alla mano, ne produce 438 al minuto. Ebbene, la capacità dell’azienda di produrre su larga scala riducendo al contempo i costi le consente di guadagnare circa 400 dollari – circa il 36% di margine netto – su ogni iPhone 16 Pro (256 GB). TechInsights stima che l’assemblaggio finale e i test costino solo 10 dollari; le batterie 4 dollari; display e touchscreen 38 dollari.

Fondamentali per questa intricata catena di approvvigionamento sono le aziende che forniscono servizi di produzione di componenti elettronici, come la taiwanese Foxconn, che assembla la maggior parte degli iPhone venduti a livello globale. Nel tempo, Foxconn si è espansa e ha spostato le linee di produzione in base alle esigenze di Apple: prima in un complesso industriale nella città di Shenzhen, nella Cina meridionale, poi diversificando la produzione in decine di altre sedi in Cina, più in profondità nel sud-est asiatico e ora in India.

In un contesto del genere, il governo e l’industria tecnologica indiana temono, a ragione, di essere in ritardo rispetto alla Cina nell’innovazione tecnologica avanzata, in particolare nei settori manifatturiero e dell’intelligenza artificiale. Questo divario è attribuito alla storica attenzione rivolta da Delhi ai servizi rispetto alla produzione, ai minori investimenti in ricerca e sviluppo e alla fuga di cervelli. “Ci concentriamo sulle app di consegna di cibo a domicilio, trasformando i giovani disoccupati in manodopera a basso costo in modo che i ricchi possano mangiare senza uscire di casa. E al contrario, cosa fa una startup cinese? Lavora allo sviluppo di tecnologie per le batterie della mobilità elettrica e, grazie a questo, oggi domina l’ecosistema della mobilità elettrica”, si è non a caso sfogato il ministro del Commercio indiano, Piyush Goyal, rimproverando gli imprenditori del Paese per la loro mancanza di innovazione. Cambiare passo non sarà tuttavia semplice né un qualcosa di immediato.

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