Gli investitori cinesi, gli stessi che avevano quasi sempre parcheggiato denaro all’interno del proprio Paese, si stanno buttando a capofitto sulle azioni giapponesi. Pare che anche diversi capitali nazionali stiano cercando di fare altrettanto: uscire da un mercato che, nel corso degli ultimi anni, è diventato più volubile e critico del solito, per puntare su quello nipponico.
Come ha scritto il Wall Street Journal, il Giappone è più economico degli Stati Uniti e, potenzialmente, presenta meno rischi politici e normativi. Non è un caso che l’indice Nikkei 225 abbia già guadagnato il 9% quest’anno, a solo il 6% dal suo massimo storico del 1989. L’indice cinese CSI 300, invece, è sceso del - 6%. L’indice Hang Seng di Hong Kong, che comprende pesi massimi del settore tecnologico come Alibaba e Tencent, ha fatto ancora peggio facendo ecaporare il - 12% da quando è iniziato il 2024.
In tutto questo anche i fondi negoziati in borsa quotati in Cina che tracciano le azioni giapponesi stanno andando piuttosto bene. Ad esempio, China AMC Nomura Nikkei 225 ETF è diventato così popolare da negoziare con un premio superiore al 10% al suo valore patrimoniale netto, provocando numerosi avvisi da parte della società di fondi. Quanto sta accadendo è stato così sintetizzato dal WSJ: “Mentre i singoli investitori in Cina sono noti da tempo per l’inseguimento delle tendenze, l’aneddoto è indicativo di una tendenza molto più ampia: gli investitori che escono dalla Cina sembrano star abbracciando il Giappone”.
Il boom dei titoli giapponesi
Al 12 gennaio 2024 gli investitori stranieri hanno acquistato 956 miliardi di yen netti, equivalenti a 6,5 miliardi di di dollari di titoli giapponesi. Basti pensare che in totale avevano acquistato solo circa 3,1 trilioni di yen in tutto il 2023. D’altro canto, nel 2024 gli investitori stranieri, compresi quelli con sede a Hong Kong, hanno già venduto circa 30 miliardi di yuan netti, l’equivalente di 4,2 miliardi di dollari di azioni quotate a Shanghai e Shenzhen.
Gli investitori stranieri che avevano acquistato titoli cinesi all’inizio del 2023 - sperando un rimbalzo - hanno iniziato a vendere negli ultimi mesi. Calcolatrice alla mano dall’agosto dello scorso anno hanno venduto circa 220 miliardi di yuan di azioni cinesi, mentre secondo un rapporto di Morgan Stanley i fondi domiciliati in Europa, Stati Uniti e Hong Kong hanno già venduto 1,6 miliardi di dollari di azioni cinesi nel 2024.
In ogni caso, il denaro che fugge dai titoli cinesi deve trovare un mercato sufficientemente grande, soprattutto se i gestori vogliono mantenere il loro livello complessivo di esposizione al di fuori degli Stati Uniti. Ecco: il mercato azionario giapponese, con i suoi 6.000 miliardi di dollari, è una nuova casa ideale.
La Cina si prepara ad un “decennio perduto”?
A proposito di Cina e Giappone: l’economia cinese, intanto, ha iniziato a rallentare in maniera vistosa a causa di molteplici fattori. Le complicazioni principali derivano da consumi, produzione e investimenti deboli e da un potenziale collasso del settore immobiliare, oltre che dall’aggravarsi delle tensioni internazionali. E poi, la popolazione dell’ex Impero di Mezzo ha raggiunto il picco e sta rapidamente invecchiando. E mentre gran parte del resto del mondo sta combattendo l’inflazione, la Cina sta vivendo una deflazione.
Vari analisti hanno ipotizzato uno o più “decenni economici perduti” anche per la Cina, proprio come capitato al Giappone. Tra gli anni ’70 e ’80, infatti, si pensava che Tokyo fosse in procinto di superare gli Stati Uniti come prima potenza mondiale. Lo scoppio della bolla immobiliare e patrimoniale nei primi anni ’90 ha posto fine ad ogni sogno di gloria nipponico. Facendo scontare al Paese almeno due decenni di stagnazione.
Ha però poco senso fare questi confronti, visto che la Cina è oggi in una fase di sviluppo molto diversa da quella giapponese quando è scoppiata la bolla (detti altrimenti, Pechino ha ancora un notevole potenziale di recupero). Non è però da escludere che Pechino debba cambiare modus operandi, onde evitare di correre il rischio di perdere, come il vicino giapponese, svariati anni di crescita.