Parliamo di Paesi emergenti. E soprattutto dell’India. Come sapete, nel 2025 l’India è stata, per così dire, la “pecora nera” dei Paesi emergenti. Anzi, il 2025 rimarrà impresso nella memoria degli investitori come l’anno della “grande correzione” indiana. Dopo un decennio di crescita quasi ininterrotta, il mercato azionario indiano ha subito un drawdown medio del 10% l’anno scorso, schiacciato tra valutazioni eccessive, una rupia debole e l’ombra minacciosa dei dazi statunitensi.
Ma proprio mentre molti investitori retail sono fuggiti quasi spaventati dai mercati azionari indiani, le fondamenta per un triennio di sviluppo si stanno consolidando proprio adesso, agli inizi del 2026.
Il 2026, infatti,potrebbe essere l’anno in cui l’India diventa una realtà commerciale globale.
E ci sono alcuni eventi che faranno da “trigger”, da scintilla per un nuovo rally dell’indice SENSEX, a mio parere.
Innanzitutto, l’accordo con l’UE. La firma della Free Trade Area con l’Unione Europea (gennaio 2026) ha rimosso barriere doganali che persistevano da vent’anni. Questo non significa solo «più export» per gli industriali indiani, ma anche una trasformazione positiva dei margini operativi per le aziende indiane. I colossi del settore chimico, farmaceutico e tessile ora possono competere alla pari nel mercato unico europeo, portando a una revisione al rialzo degli utili stimata da BLOOMBERG tra il 5% e l’8% nel biennio 2026-2027.
| Da sapere L’accordo India-UE (FTA-Free Trade Area)) è vastissimo e punta a creare una zona di libero scambio per 2 miliardi di persone. I dettagli principali sono:
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E poi c’è la tregua americana. Il passaggio dai dazi punitivi del 50% al 18% concordato con Washington a febbraio 2026 ha eliminato il cosiddetto “rischio di isolamento” dell’economia indiana.
| Da sapere L’accordo con l’UE è arrivato quasi in contemporanea con la tregua commerciale con gli USA. Proprio il 2 febbraio 2026, l’amministrazione Trump ha accettato di abbassare i dazi sui prodotti indiani dal 50% al 18%, in cambio dell’impegno indiano a smettere di comprare petrolio russo e acquistare invece energia e tecnologia americana. |
Gli investitori istituzionali globali, che avevano ritirato 18 miliardi di dollari nel 2025 dai fondi azionari ed obbligazionari indiani (stime FactSet), stanno ora rientrando massicciamente, temendo di perdere il prossimo rally per l’anno in corso.
Ma c’è dell’altro. La situazione macroeconomica è cambiata.
Mentre l’Occidente naviga in acque incerte tra recessione e stagnazione, l’India presenta un quadro macroeconomico invidiabile. Parliamo innanzitutto della crescita del PIL. Con una previsione di crescita del FMI del +7,1% medio per l’anno fiscale 2026-27, l’India si conferma il motore trainante dei Paesi emergenti e uno dei più importanti dell’economia mondiale.
E il fattore trainante non è più solo la spesa pubblica. Anche i consumi privati sono tornati a volare, rappresentando ora il 61,5% del PIL (il livello più alto dal 2012). Significa che gli indiani hanno ripreso a spendere.
Persino l’inflazione non desta più preoccupazione, con una stima per il biennio 2026-2027 per il 3,5%, fattore che offrirà ottime prospettive per la politica monetaria. La mossa della Reserve Bank of India (RBI) è stata una grande “furbata” non c’è che dire: dopo aver mantenuto tassi restrittivi per combattere l’inflazione importata nel 2025, la RBI ha finalmente iniziato un ciclo di tagli. Oggi i tassi ufficiali si situano al 5,25% ma c’è possibilità che scendano al 4,50% nei prossimi 24 mesi, se l’inflazione continuerà a scendere. Storicamente, il mercato azionario indiano reagisce con un rally a doppia cifra nei 12 mesi successivi al primo taglio dei tassi, poiché diminuisce il costo del debito per le imprese e aumenta la liquidità nel sistema.
Passiamo ora all’analisi tecnica del mercato azionario e alle valutazioni. Indubbiamente, il 2025 è stato l’anno della “pulizia”.
Chi aveva comprato ETF sull’India all’inizio del 2025 in media ha perso il 10%. Non è poco. Ma il calo ha svolto una funzione vitale: ha eliminato la “schiuma” speculativa.
Guardiamo per esempio al rapporto P/E (Prezzo/Utili) dell’indice SENSEX. All’inizio del 2025, l’India scambiava a premio del 40% rispetto alla sua media storica decennale (40x contro 27,5x). Oggi, grazie alla correzione dei prezzi e alla crescita degli utili aziendali, il rapporto è tornato in linea con la media a 5 anni, cioè attorno a 22x.
Insomma, investire in India oggi significa comprare crescita a un prezzo equo, non più a un prezzo “da bolla”.
Ma esiste ancora il rischio di cambio per la rupia nel 2026? Non penso.
Ci sono alcuni motivi seri per cui non bisogna avere paura nel 2026 di una rupia debole.
Molti investitori infatti si chiedono se valga la pena coprirsi dal rischio cambio (hhedging). Per il 2026, a mio modesto parere, la risposta “tecnica” tende verso il NO. Prima di tutto, un dato importante. L’India ha accumulato riserve valutarie record (oltre 700 miliardi di dollari secondo la BRI, Banca dei Regolamenti Internazionali) in questi ultimi anni.
Gli accordi UE-India e USA-India di inizio 2026 daranno notevole impulso all’export indiano, non c’è che dire, con un miglioramento dei flussi valutari in entrata per la bilancia dei pagamenti (per la quota parte di pagamenti in entrata in divise estere che non vengono riconvertiti in rupie). Ma l’aumento dell’export inevitabilmente comporterà anche un aumento della domanda di rupie.
Insomma, con il rientro vieppiù maggiore dei capitali esteri attratti dagli accordi commerciali di inizio 2026, la domanda di rupie sarà per forza in aumento e questo rafforzerà la rupia, sia contro euro che contro dollaro.
Allora attenti. Nei contratti di hedging dal rischio di cambio, il pagamento di un premio del 4-5% per coprire una valuta che si sta stabilizzando significherebbe zavorrare inutilmente le performance del proprio ETF specializzato sull’India. Non ne vale la pena.
Anzi, poiché la copertura del rischio di cambio diventa deleteria in caso di rafforzamento della rupia, la rupia forte per chi ha investito con hedging valutario comporta una perdita ancora maggiore che annulla la performance positiva dell’investimento iniziale.
Inoltre, per ulteriormente rassicurare gli investitori che il rischio di cambio nel 2026 è quasi assente per la rupia, bisogna sottolineare che, se aumenta l’export, la banca centrale indiana disporrà di riserve valutarie sempre più ingenti in divise estere tali da “aumentare la capacità di fuoco” sul mercato dei cambi per intervenire a difesa della valuta nazionale, cioè in caso di eventuali attacchi speculativi al ribasso sulla divisa indiana.
In conclusione, possiamo scegliere finalmente degli ETF sull’India, senza copertura dal rischio di cambio e in un ambito di diversificazione degli investimenti, ETF che siano una buona opportunità per il vostro portafoglio di rischio azionario globale.
Bisogna privilegiare ETF a replica fisica con TER (Total Expense ratio) inferiore allo 0,20% (come il Franklin FTSE India - ISIN IE00BHZRQZ17) oppure con ETF a replica (come il Xtrackers MSCI India (XCX5) - ISIN LU0514695187.)
Ma mi raccomando: non bisogna guardare al 2026 come a un trade veloce, ma come all’inizio di un ciclo di crescita che, grazie agli accordi commerciali appena siglati, durerà almeno un quinquennio per i mercati indiani.
L’India ha superato il suo stress test nel 2025. Chi ha avuto la pazienza di restare a bordo, o ha il coraggio di entrare ora, si trova di fronte a uno dei rari momenti in cui analisi fondamentale degli indici, macroeconomia e geopolitica puntano tutte nella stessa direzione.
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