Più contratti da dipendente (in particolare a tempo indeterminato) e meno attività in proprio.
Negli ultimi anni le prospettive lavorative dei laureati italiani stanno decisamente cambiando, andando incontro a più stabilità e anche a maggiore coerenza tra mansioni svolte e quanto studiato all’università, ma con meno margine per iniziative autonome. Mentre lo scorso ottobre l’occupazione è tornata a crescere, spinta soprattutto dai contratti a tempo indeterminato (+0,5% rispetto a settembre) e dalle assunzioni di over 50, è interessante capire cosa sta succedendo tra i neolaureati entrati nel mercato del lavoro.
Fino a pochi anni fa riuscivano maggiormente ad avviare un’attività in proprio a un anno dal conseguimento del titolo, mentre oggi risulta in netta crescita il lavoro subordinato, come emerge dal più recente Rapporto AlmaLaurea sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati in Italia.
Partiamo dai laureati di primo livello, ossia da chi ha completato il ciclo iniziale della formazione universitaria, della durata di tre anni. Secondo l’analisi, a un anno dal titolo solo il 10,1% ha intrapreso un’attività lavorativa in proprio nel 2023. Si tratta di un dato in calo rispetto a quanto rilevato solo pochi anni prima: nel 2019 l’attività autonoma era stata scelta da quasi il 13% dei laureati a un anno dalla triennale, per poi diminuire soprattutto dopo il 2020. Al contrario, l’occupazione come dipendente stabile è decisamente cresciuta. Nel 2023 il 34,9% di chi ha conseguito una triennale nei 12 mesi precedenti (e non si è poi iscritto a un altro corso di laurea) ha lavorato con un contratto a tempo indeterminato, in crescita di ben 12,4 punti percentuali rispetto al 2018, quando il dato non superava il 22,5%.
Anche tra chi ha conseguito una laurea di secondo livello, ossia magistrale o specialistica, si è assistito negli ultimi anni a un rilevante incremento del lavoro da dipendente, mentre la quota di attività autonoma si è ridotta: nel 2020 raggiungeva il 10,8% e nel 2023 è tornata all’8,4% (stesso livello del 2018). Pure tra i laureati di secondo livello, sempre a un anno dal titolo, il principale sbocco post lauream è il contratto a tempo indeterminato: per il 26,5% di loro nel 2023, mentre prima del 2020 il dato non andava oltre il 20%.
Oltre alla crescita del lavoro dipendente e l’arretramento di quello autonomo, tra i neolaureati entrati nel mercato del lavoro negli ultimi cinque anni si segnala anche una maggiore coerenza tra quanto studiato e le proprie mansioni. Su questo aspetto AlmaLaurea parla di “efficacia del titolo”, misurata nella richiesta (formale o sostanziale) della laurea per l’esercizio della professione e l’utilizzo, nel proprio lavoro, delle competenze acquisite all’università. Nel 2018 il 17,4% dei lavoratori con una laurea triennale conseguita da un anno giudicava “poco o per niente efficace” il proprio titolo di studio ai fini delle mansioni svolte; nel 2023 il dato è sceso al 12,8%, mentre è salita la quota di chi lo ritiene “efficace o molto efficace” (dal 56,8% al 61,7%). Soddisfazione in aumento anche tra i laureati di secondo livello (dal 66,2% del 2018 al 69,5%).
Quelle che non crescono, invece, sono le retribuzioni. Nel 2023 la paga media netta mensile a un anno dal titolo è stata di 1.384 euro per i laureati di primo livello e di 1.432 euro per i laureati di secondo livello. Entrambe sono aumentate in termini nominali, ma a causa dell’inflazione si sono ridotte rispetto al 2022, in termini reali, dell’1,4% per i laureati di primo livello e dello 0,5% per quelli di secondo livello.