Da una spesa improntata ai beni di prima necessità del passato, a quella attuale basata maggiormente sui servizi.
Se un tempo gli italiani acquistavano soprattutto prodotti per così dire tangibili, come i classici beni di consumo (elettrodomestici, mezzi di trasporto), oggi l’attenzione si è spostata sulla fornitura di servizi. Con la spinta della digitalizzazione oggi viviamo nell’epoca degli abbonamenti, dei prodotti immateriali e della cosiddetta servitizzazione, ma non serve tornare agli anni ’60 e al miracolo economico per capire quanto sia cambiato il contesto.
È sufficiente fare un confronto con epoche molto più vicine: basta guardare a circa vent’anni fa per accorgersi di come la quota di spesa delle famiglie destinata ai servizi è aumentata, a scapito di quella indirizzata ad altri beni.
I consumi cambiano con la società
Come sottolineato dalla Banca d’Italia in un suo recente studio, negli ultimi anni tutte le economie avanzate del mondo sono progressivamente passate da un modello di consumo basato sui beni a un altro che vede un ruolo crescente dei servizi. Il caso italiano, però, come spesso accade, ha delle caratteristiche peculiari. Negli ultimi vent’anni, forse più di altri paesi, l’Italia è stata colpita dagli shock economici: la crisi del debito sovrano, la pandemia, la crisi energetica.
Ognuna di queste fasi ha avuto un impatto anche sulla struttura dei consumi delle famiglie, sia per effetto delle conseguenze di lungo periodo delle crisi macroeconomiche, sia per i fattori demografici, in primis l’invecchiamento della popolazione e la riduzione del numero di componenti per nucleo familiare. Oggi la popolazione italiana ha un’età mediana di oltre 49 anni, mentre oltre un terzo delle famiglie ha un solo componente (vent’anni fa questa tipologia rappresentava un quarto del totale dei nuclei). Se la società cambia, anche i consumi si modificano di conseguenza.
L’analisi di Palazzo Koch ha preso in considerazione cinque categorie di spesa: la prima è generi alimentari ed energia, la seconda abbigliamento, beni e servizi per la casa, acquisto di veicoli, la terza tempo libero, viaggi, ristoranti, la quarta affitti, assicurazioni, sanità e istruzione, la quinta tecnologia e servizi di comunicazione. Sono «contenitori» molto eterogenei, ma indicativi di come è composta la spesa media delle famiglie. Solo per fare un esempio, scoprire che l’incidenza della spesa per viaggi e tempo libero è cresciuta è un segnale di una società che, rispetto al passato, ha più possibilità di pensare agli svaghi, mentre un peso troppo forte di cibo e beni energetici è sintomatico di una popolazione che può pensare solo all’essenziale.
Nel Secondo dopo guerra l’economia italiana badava alla sopravvivenza, poi tra gli anni ’50 e ’60 sono arrivati i consumi di massa, in una società che cresceva sia come benessere, sia come popolazione, complice il boom di nascite di quel periodo. L’avanzata dei servizi è arrivata già negli anni ’80 e ’90, ma si è intensificata solo di recente.
La spesa
Lo studio della Banca d’Italia traccia l’evoluzione tra il 1998 e il 2024. Cibo ed energia sono oggi, come a fine anni ’90, la voce più rilevante, ma il loro peso è sceso in modo continuo (dal 36% sul totale della spesa nel 1998 a circa il 28% nel 2024). In parallelo crescono invece le spese “obbligate” e di servizio (affitti, assicurazioni, sanità), che sono passate da circa il 25% a quasi il 29%, mentre il budget per la tecnologia, che in passato partiva da valori bassissimi (1,5% sul totale della spesa) oggi risulta triplicato. L’analisi mostra tre fasi distinte. Fino al 2008 gli italiani spendevano il 56% del proprio budget annuale per l’essenziale, di cui un 30% per beni di prima necessità e un 20% per i servizi indispensabili.
Quel 56% è rimasto stabile anche nel periodo 2009-2016, ma con una progressiva avanzata dei servizi, fino ad arrivare agli anni dopo il 2017, quando la gerarchia si è invertita: ora i servizi essenziali valgono il 30% della spesa annuale, i beni il 25%. Il ribaltamento è eloquente e trova conferma anche nei dati Istat.
Come indicato dal grafico, fatta 100 la spesa mensile delle famiglie italiane, gli alimentari valgono solo il 19,3% dell’esborso medio, meno di quanto si spende, cumulativamente, per ristorazione e alloggio (5,9%), cura della persona (4,9%), sport e svaghi (3,8%), assicurazioni (2,7%) e tecnologia (2,6%). Oggi più della metà del budget familiare è assorbita da voci che non sono più beni di prima necessità in senso stretto, ma spesso servizi e consumi legati al benessere, alla cura di sé e alla digitalizzazione.
Il budget degli italiani
Dettaglio della spesa media mensile delle famiglie italiane
Rispetto a vent’anni fa – e ancora di più al confronto con gli anni ’90 – la gerarchia si è ribaltata. Un tempo cibo ed energia pesavano oltre un terzo della spesa e i servizi essenziali ne rappresentavano una quota minoritaria; oggi la casa (con acqua e gas) da sola ne assorbe oltre un terzo, mentre la tecnologia e le comunicazioni, un tempo residuali, sono diventate una voce strutturale.
Il risultato è una spesa molto più “servitizzata”, appunto: meno prodotti tangibili da acquistare una tantum, più abbonamenti, affitti, assicurazioni, ristorazione e connettività. È il segno di una società con possibilità e priorità diverse, in cui la sopravvivenza materiale ha lasciato spazio a consumi che garantiscono più esperienze che possesso. Certo, il passaggio non è stato lineare, né uniforme per tutte le famiglie: le crisi e l’inflazione hanno pesato di più sui nuclei a basso reddito e su quelli più esposti a alimentari ed energia, nascondendo la crescita delle disuguaglianze.
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