Pensioni, ti sei perso le ultime novità? È arrivato il momento di fare un riassunto di quanto successo in queste ore.
Il tema delle pensioni continua a essere al centro dell’attenzione di milioni di lavoratori, alle prese con una domanda sempre più attuale: quando e come sarà possibile smettere di lavorare. Tra scadenze da rispettare e nuove opportunità di uscita anticipata, il quadro cambia rapidamente e non è sempre facile orientarsi.
Proprio negli ultimi giorni, complice anche il periodo festivo, sono arrivate diverse novità rilevanti che rischiano di passare inosservate, ma che possono avere effetti diretti sulla data di pensionamento e sull’importo dell’assegno.
Dalle scadenze per i lavori gravosi e usuranti, ai chiarimenti dell’Inps su errori nei calcoli delle pensioni pubbliche, fino agli incentivi per chi sceglie di restare al lavoro, ecco cosa devi sapere per non perdere informazioni fondamentali e orientarti al meglio nelle scelte sul tuo futuro previdenziale.
Le scadenze per i lavoratori gravosi o usuranti
Se pensi di rientrare tra i lavoratori impegnati in attività particolarmente faticose e pesanti, c’è una data che non puoi permetterti di ignorare: il 1° maggio 2026. È questo, infatti, il termine fissato dall’Inps per presentare la domanda di riconoscimento del beneficio, passaggio obbligato per accedere alla pensione anticipata nel 2027 con le regole agevolate previste dal decreto legislativo n. 67 del 2011.
Il punto è che questa scadenza riguarda una platea di lavoratori che, proprio per la natura delle mansioni svolte, può accedere a diverse forme di uscita anticipata rispetto ai requisiti ordinari. Chi rientra tra i gravosi o usuranti, infatti, può beneficiare di strumenti come l’Ape Sociale, la Quota 41 oppure il pensionamento con il sistema delle quote per lavori usuranti, come la cosiddetta Quota 97,6.
È proprio quest’ultima modalità a essere direttamente collegata alla domanda da presentare entro il 1° maggio: senza il riconoscimento formale dello svolgimento di attività usurante, infatti, non si può accedere a questo canale di pensionamento anticipato. Attenzione però a non fare confusione: non si tratta della domanda di pensione, ma di una richiesta preliminare con cui si certifica il diritto al beneficio. Solo dopo l’accoglimento sarà possibile avviare la procedura per il pensionamento.
E i tempi contano più di quanto si pensi. Chi presenta la domanda oltre la scadenza va incontro a un differimento della decorrenza della pensione che cresce con il ritardo: si parte da uno slittamento di un mese per ritardi contenuti e si arriva fino a tre mesi nei casi più gravi.
Aliquote pensioni pubbliche, arriva la correzione dell’Inps
Altro passo indietro dell’Inps sul fronte pensioni. Con il messaggio n. 787 del 5 marzo, l’Istituto chiarisce definitivamente un errore applicativo che ha riguardato i dipendenti pubblici iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, colpiti dalla stretta introdotta dalla legge n. 213 del 2023.
Il punto centrale è semplice ma decisivo: le nuove aliquote di rendimento si applicano solo alle pensioni anticipate, comprese quelle dei lavoratori precoci. Non devono invece essere utilizzate per le pensioni di vecchiaia, anche nei casi di cumulo contributivo.
Un chiarimento che arriva però con forte ritardo. Per oltre due anni, infatti, l’Inps ha applicato le nuove aliquote anche a pensioni di vecchiaia liquidate dal 1° gennaio 2024, nonostante il Parlamento - durante l’iter della manovra - avesse esplicitamente escluso questa tipologia dal taglio.
Ora arriva la correzione: tutte le pensioni di vecchiaia calcolate con le aliquote sbagliate saranno riesaminate d’ufficio. Questo significa che i pensionati interessati avranno diritto alla riliquidazione dell’assegno con i criteri più favorevoli previsti dalla normativa precedente.
Non solo. L’Inps riconoscerà anche le differenze sugli arretrati, a cui si aggiungono interessi legali e rivalutazione monetaria, calcolati a ritroso. Eventuali somme richieste indietro ai pensionati dovranno essere annullate, perché considerate frutto di un errore originario nel calcolo.
Incentivo a restare al lavoro: cosa cambia nel 2026
Novità importanti sul cosiddetto bonus per chi sceglie di restare al lavoro pur avendo già maturato i requisiti per la pensione. Con la legge di Bilancio 2026, infatti, viene estesa la possibilità di rinunciare ai contributi a proprio carico trasformandoli direttamente in stipendio.
Il riferimento è all’articolo 1, comma 194, della legge n. 199 del 2025, che amplia la platea dei beneficiari includendo anche i lavoratori dipendenti che maturano i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2026. Si tratta di un’estensione rispetto a quanto già previsto dalla normativa precedente, che si fermava a chi aveva raggiunto i requisiti entro il 2025.
Il meccanismo è semplice: chi potrebbe andare in pensione ma decide di continuare a lavorare può scegliere di non versare la propria quota di contributi previdenziali. Quella stessa quota, invece di essere destinata all’Inps, viene erogata direttamente in busta paga. Un aumento netto dello stipendio che, per effetto delle norme fiscali, non è soggetto a tassazione.
Attenzione però: la scelta ha un effetto preciso sulla futura pensione. Rinunciando ai contributi a proprio carico, infatti, si riduce la crescita dell’assegno pensionistico, anche se la posizione contributiva continua ad alimentarsi grazie alla quota versata dal datore di lavoro.
La misura si rivolge ai lavoratori dipendenti iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria e alle forme sostitutive ed esclusive, a condizione che abbiano maturato i requisiti per la pensione anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne) oppure per le forme flessibili già previste negli anni precedenti.
Dal punto di vista operativo, non è tutto automatico. Il lavoratore deve presentare una richiesta all’Inps, che verifica il possesso dei requisiti e comunica l’esito sia all’interessato sia al datore di lavoro. Solo a quel punto l’azienda può sospendere il versamento della quota contributiva a carico del dipendente e iniziare a corrisponderla in busta paga.
L’incentivo non è permanente: può essere revocato in qualsiasi momento dal lavoratore, tornando così al regime contributivo ordinario.
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