La legge Fornero cambia i requisiti per la pensione nel 2027. Il governo Meloni rinuncia alla riforma.
Difficilmente la prossima legge di Bilancio introdurrà una vera e propria riforma del sistema pensionistico italiano. Anzi, ragionando già sul 2027, lo scenario che si delinea sembra andare nella direzione opposta rispetto a quella promessa a inizio legislatura: non solo non ci sarà un superamento della legge Fornero, ma per molti lavoratori il pensionamento rischia persino di allontanarsi.
Secondo quanto emerge dalle prime indicazioni contenute nel Documento programmatico di finanza pubblica, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sembra intenzionato a mantenere un profilo prudente in materia di pensioni, evitando interventi costosi e rinviando ogni eventuale revisione strutturale del sistema a un momento più favorevole. Il motivo è semplice: i margini di bilancio sono sempre più stretti e la priorità dichiarata resta quella di contenere la spesa previdenziale.
Niente stravolgimenti, quindi. L’impianto della legge Fornero resterà intatto anche nel 2027 e le regole per andare in pensione continueranno a muoversi dentro il quadro già conosciuto. Con una differenza importante, però: dal 2027 scatterà il primo aumento legato all’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita, un segnale chiaro della direzione intrapresa: si andrà in pensione 1 mese più tardi rispetto a oggi.
L’ultima legge di Bilancio, infatti, non ha cancellato l’adeguamento, ma si è limitata a distribuirne gli effetti nel biennio 2027-2028. Questo significa che nel 2027 i requisiti cresceranno di 1 mese, per poi arrivare complessivamente a un aumento di 3 mesi nel 2028. Una modifica che inciderà sulle principali forme di pensionamento, dalla pensione di vecchiaia alla pensione anticipata, comprese le opzioni previste per i contributivi puri.
Alla luce di questo scenario, appare sempre più difficile immaginare una riforma espansiva, capace cioè di introdurre nuove uscite anticipate o di rendere davvero più flessibile il sistema. Misure come Quota 100 appartengono ormai al passato, Quota 103 non ha mai convinto pienamente i lavoratori e una Quota 41 per tutti senza penalizzazioni resta, almeno al momento, una possibilità molto lontana per ragioni di costo.
L’attenzione del governo sembra concentrarsi piuttosto su due direttrici: contenere la spesa e incentivare la permanenza al lavoro. In questo quadro si inserisce anche il progetto del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di rilanciare le pensioni integrative, spingendo soprattutto i più giovani a costruirsi una seconda gamba previdenziale accanto a quella pubblica.
Il risultato è che, salvo sorprese, chi guarda al 2027 dovrà fare i conti con un sistema ancora fondato sulla legge Fornero, ma con requisiti leggermente più severi. Per questo è utile capire fin da ora chi potrà andare in pensione nel 2027, a quale età e con quali condizioni, tenendo conto del nuovo aumento di un mese e delle opzioni che potrebbero restare disponibili: pensione di vecchiaia, anticipata ordinaria, Ape sociale, eventuali strumenti flessibili e canali riservati ai lavoratori precoci.
Pensioni, resta la Fornero. E adesso?
Neppure nel 2027 ci sarà quell’addio alla riforma Fornero su cui la Lega ha costruito buona parte della sua campagna elettorale alle ultime elezioni politiche. Anzi, il rischio è che a fine legislatura ci si ritrovi con requisiti persino più severi rispetto a quelli in vigore al momento dell’insediamento del governo Meloni.
D’altronde, come abbiamo più volte avuto modo di spiegare, non è ragionevole oggi ipotizzare che le regole per il pensionamento in Italia possano essere riviste a vantaggio di chi spera di smettere di lavorare in anticipo, dal momento che il costo necessario per rivedere la Fornero sarebbe oggi insostenibile. Il Documento programmatico di finanza pubblica conferma questa impostazione: le priorità sono il contenimento della spesa previdenziale, l’incentivo alla permanenza al lavoro e il rafforzamento della previdenza complementare.
Ora, il fatto che resti la Fornero non è di per sé una sorpresa. Se si guarda all’età effettiva di pensionamento, infatti, ci si rende conto che l’Italia non è così distante da altri Paesi europei. È vero che l’età pensionabile resta tra le più alte d’Europa, e nel 2027 salirà a 67 anni e 1 mese per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, ma allo stesso tempo esistono ancora alcune alternative alla pensione di vecchiaia che consentono, a chi soddisfa determinati requisiti, di smettere di lavorare con qualche anno di anticipo.
Il problema è che anche queste alternative sono sempre più limitate. Quota 100 appartiene ormai al passato, Quota 103 non è stata confermata e difficilmente verrà riproposta nelle stesse forme, mentre una Quota 41 per tutti continua a scontrarsi con il nodo delle coperture. Di conseguenza, più che a una riforma vera e propria, il 2027 sembra destinato a portare con sé un irrigidimento graduale del sistema.
Anzi, proprio per questo motivo dall’Europa arrivano pressioni affinché l’Italia - così come altri Paesi - continui a tenere sotto controllo la spesa pensionistica. Non è nelle intenzioni del governo Meloni tagliare le pensioni, ma il quadro di finanza pubblica rende molto difficile finanziare nuovi canali di uscita anticipata. Ecco perché, salvo interventi dell’ultimo minuto, il prossimo anno il tema non sarà come andare in pensione prima, ma come fare i conti con requisiti più alti e con una Fornero ancora pienamente in vigore.
Va in pensione nel 2027 solo chi è nato in questi anni
Nel 2027 le regole della legge Fornero resteranno sostanzialmente in vigore, ma con una novità importante: per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, la pensione di vecchiaia non si otterrà più a 67 anni esatti, bensì a 67 anni e 1 mese, sempre con almeno 20 anni di contributi.
Di conseguenza, potranno andare in pensione nel 2027 non tutti i nati nel 1960, ma solamente coloro che compiranno 67 anni e 1 mese entro la fine dell’anno. In pratica, il pensionamento riguarderà i nati fino a novembre 1960, mentre chi è nato a dicembre 1960 dovrà attendere il 2028, salvo che abbia accesso a un’altra forma di pensionamento anticipato. Lo stesso ragionamento vale per le deroghe Amato, che consentono ancora l’accesso alla vecchiaia con soli 15 anni di contributi, ma sempre rispettando il nuovo requisito anagrafico di 67 anni e 1 mese.
Chi soddisfa i requisiti per la pensione anticipata potrà invece lasciare il lavoro nel 2027 indipendentemente dall’età, purché abbia maturato il requisito contributivo richiesto.
Anche in questo caso, però, scatterà l’aumento di 1 mese: serviranno quindi 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne, oltre alla finestra mobile prevista prima della decorrenza dell’assegno.
Resta poi il canale dei lavoratori precoci, ossia coloro che hanno iniziato a lavorare molto giovani e possono far valere almeno 12 mesi di contributi effettivi prima dei 19 anni. Per loro, in presenza delle condizioni richieste dalla legge, continuerà a esserci la possibilità di accedere a Quota 41, anche se non si tratta della Quota 41 “per tutti” più volte promessa in passato.
Per la pensione anticipata contributiva, invece, il requisito anagrafico salirà a 64 anni e 1 mese. Serviranno inoltre 25 anni di contributi e un assegno minimo pari a tre volte l’assegno sociale, con soglie più basse per le donne con figli. In questo caso, nel 2027 potranno quindi guardare a questa possibilità i nati nel 1963 o prima, sempre a condizione di soddisfare anche il requisito contributivo e quello economico.
Anche chi rientra nell’Ape Sociale - disoccupati, invalidi, caregiver e addetti a lavori gravosi - dovrà fare i conti con l’aumento di 1 mese. L’accesso dovrebbe quindi spostarsi da 63 anni e 5 mesi a 63 anni e 6 mesi, con almeno 30 o 36 anni di contributi a seconda del profilo di appartenenza. In questo caso, potranno smettere di lavorare nel 2027 soprattutto i nati entro la metà del 1963, sempre che risultino in possesso di tutti gli altri requisiti richiesti.
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