Aumentare l’età pensionabile può sembrare una soluzione ai problemi creati dall’invecchiamento demografico, ma ha innegabili aspetti negativi, anche per l’economia.
L’invecchiamento demografico sta mettendo a dura prova i sistemi previdenziali, costringendo sempre più Paesi a riconsiderare l’età pensionabile, la meno gradita tra le varie strategie adottate. Con l’aumento dell’aspettativa di vita il momento del pensionamento rischia di farsi sempre più lontano per i lavoratori di tutto il mondo. Lo stiamo vedendo in Italia, dove anche senza ulteriori cambiamenti introdotti dal governo - che comunque non si possono ancora escludere - l’adeguamento agli indici dell’Istat, previsto dal sistema progressivo della mini riforma a cui sta lavorando il governo Meloni, sposta sempre più in là il raggiungimento dei requisiti, ma non solo.
Per quanto l’Europa sia in una situazione particolarmente delicata, la diminuzione della natalità e il conseguente incremento dell’età media riguardano la stragrande maggioranza dei Paesi sviluppati. Per quanto in parte inevitabile, tuttavia, l’allungamento dell’attività lavorativa non è da solo sufficiente ad alleviare la pressione sui sistemi pensionistici, né sarebbe sostenibile qualora modulato in quell’ottica. Accanto alle politiche sociali, per favorire le nascite e l’immigrazione, è utile incentivare l’affidamento a pensioni complementari e fondi privati, come pure incoraggiare i pensionati a continuare a lavorare.
Aumentare l’età lavorativa, in un modo o nell’altro, viene spesso vista come la soluzione per eccellenza, ma bisogna ricordare che ci sono sfide considerevoli da affrontare per renderlo possibile. Le recenti riflessioni di un esperto economista lo evidenziano, lanciando l’allarme sugli aspetti negativi dell’aumento dell’età pensionabile.
Gli aspetti negativi dell’aumento dell’età pensionabile
L’aumento dell’età pensionabile, generalmente, non è ben visto dai lavoratori, che di aspetti negativi saprebbero trovarne a decine. Ma anche accantonando questo lato, riconoscendo la priorità alla decompressione dei sistemi pensionistici pubblici, ci si scontra con ostacoli tutt’altro che trascurabili. La recente analisi di Stefan Eriksson, economista e professore presso l’università di Uppsala, mette in luce proprio le difficoltà oggettive che si presentano in questo senso. Trovare lavoro è tanto più difficile quanto aumenta l’età anagrafica, con poche eccezioni, pertanto non è abbastanza consigliare ai pensionati di continuare a lavorare, né tantomeno alzare l’età per il pensionamento. Eriksson scrive:
A volte sento un dibattito che si concentra troppo sul convincere le persone che dovrebbero lavorare più a lungo, modificando le regole nei sistemi pensionistici e altre cose, ma a volte si dimentica l’altra parte: devono esserci datori di lavoro disposti ad assumere anche queste persone.
Oltretutto, la reticenza non viene soltanto dai datori di lavoro, ma spesso dai dipendenti stessi, che si sentono spesso stanchi e demotivati. Per quanto sia opportuno agire in questo senso, così da garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e assicurare pensioni dignitiose, per permettere davvero di lavorare più a lungo è quindi necessario un cambiamento strutturale. La competenza e l’esperienza sviluppate dai lavoratori anziani sono di fatto valori aggiunti che possono essere apprezzati e riconosciuti dai datori di lavoro, per non parlare del fatto che l’aumento dell’età anagrafica presuppone, in genere, anche un livello di maturità, serietà e affidabilità molto alto. Eppure, assumere lavoratori di questo tipo spaventa le aziende.
Ai datori di lavoro l’idea non piace
L’età avanzata fa temere assenze per malattia, può comportare costi più alti in relazione all’inquadramento professionale, per esempio, e in ogni caso non permette di portare avanti un modello di formazione privo di condizionamenti. Chiaramente, ci sono pro e contro in tutte le categorie di lavoratori, ecco perché risulta essenziale favorire l’incontro tra le comuni esigenze dei vari datori e dipendenti, evitando la discriminazione e consentendo la nascita di rapporti soddisfacenti per tutte le parti coinvolte.
Un impegno che gli Stati dovrebbero assumersi con particolare attenzione visto che caldeggiano l’aumento dell’età pensionabile, dimenticando che non dipende soltanto dall’età dei lavoratori. È vero che per coloro che hanno un rapporto di lavoro attivo il solo aumento dei requisiti di pensionamento non porta direttamente a ostacoli, visto che i licenziamenti devono essere giustificati secondo la legge. D’altra parte, si sa che non è sempre facile garantire il rispetto delle regole e pare comunque doveroso evitare ulteriori disagi ai lavoratori. In caso contrario si verrà a creare un cortocircuito in cui le pensioni saranno più basse e più difficili da raggiungere senza un sistema per sopperirvi. Sarebbe un danno enorme per ogni economia nazionale, considerando la grande rilevanza dei pensionati.
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