Pensioni, il governo Meloni svela la prossima riforma. E non è una buona notizia

Simone Micocci

27 Aprile 2026 - 10:05

Pensioni, il governo Meloni spiega qual è il suo obiettivo. E non ci sono buone notizie per chi sperava nella riforma.

Pensioni, il governo Meloni svela la prossima riforma. E non è una buona notizia

Lo abbiamo già detto più volte: se a inizio legislatura si pensava che il governo Meloni potesse essere quello capace di rendere più flessibile il sistema pensionistico italiano, arrivando persino a superare quanto previsto dalla legge Fornero, ci si sbagliava.

A fine mandato, infatti, rischiamo di andare in pensione più tardi rispetto a prima dell’insediamento del governo Meloni. A confermarlo è il Documento programmatico di finanza pubblica approvato la scorsa settimana, che oltre a fornire le prime indicazioni sui prossimi aumenti delle pensioni legati all’inflazione, delinea anche parte del piano di riforma dell’esecutivo.

Ma, come anticipato, non ci sono buone notizie per chi sperava in una riduzione dell’età pensionabile: almeno secondo il Dpfp, l’obiettivo resta quello di contenere la spesa previdenziale. Non c’è quindi spazio per interventi che introducano nuove forme di flessibilità in uscita, come in passato Quota 100 o l’ipotesi di una Quota 41 per tutti. Anche il governo Meloni, di cui fanno parte forze politiche che in campagna elettorale parlavano di superare la riforma Fornero e di portare le pensioni minime a 1.000 euro, sembra essersi ormai allineato all’idea che la traiettoria del sistema pensionistico è già tracciata.

Riforma pensioni, il piano Meloni non è più segreto

In realtà, quindi, la riforma delle pensioni del governo Meloni sembra essere già scritta, almeno nella sua impostazione generale.

Non prende la forma di una grande misura bandiera, né di un intervento capace di smontare l’impianto della legge Fornero. Al contrario, il Documento di finanza pubblica chiarisce che in ambito pensionistico la linea dell’esecutivo si muove lungo tre direttrici: contenere la spesa, incentivare la permanenza al lavoro e rafforzare la previdenza complementare. È una formula che dice molto più di quanto sembri, perché esclude di fatto un ritorno a strumenti espansivi e costosi come Quota 100 o Quota 103 (non confermata quest’anno insieme a Opzione Donna), così come rende molto difficile immaginare una Quota 41 per tutti senza penalizzazioni.

Il punto è che il Documento fotografa un quadro di finanza pubblica tutt’altro che favorevole. La crescita viene rivista al ribasso, l’inflazione al rialzo e i margini di bilancio vengono definiti “particolarmente assottigliati”, anche per effetto del peggioramento degli indicatori di finanza pubblica e della necessità di intervenire contro il rincaro delle materie prime energetiche. In questo contesto, lo stesso governo ammette che sarà necessario ridefinire le priorità di spesa. E quando le risorse sono limitate, le pensioni diventano una delle prime voci da tenere sotto controllo, non certo il terreno su cui aprire nuovi canali di uscita anticipata.

A pesare è anche il nuovo quadro europeo, fondato sul controllo della spesa netta. Il Documento spiega infatti che già nel 2027 potrebbe emergere un disallineamento rispetto agli obiettivi fissati, dovuto anche all’impatto della maggiore inflazione su alcune componenti di spesa, tra cui proprio le pensioni. Tradotto: l’aumento degli assegni legato alla rivalutazione assorbirà risorse, e questo rende ancora più complicato finanziare una riforma che abbassi l’età di uscita dal lavoro.

La direzione, dunque, sembra opposta a quella annunciata in campagna elettorale. Più che superare la Fornero, il governo punta a rendere il sistema sostenibile spingendo chi può a restare più a lungo al lavoro e chi è più giovane a costruirsi una pensione integrativa. Una scelta che può essere spiegata con i vincoli di bilancio, ma che politicamente segna una distanza evidente rispetto alle promesse iniziali.

Nel 2027 in pensione più tardi

Al netto di tutto, il 2027 rischia di segnare un passaggio fondamentale per chi guarda alla pensione: si andrà più tardi. Il motivo è legato all’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita, che in assenza di interventi verrà applicato anche nei prossimi anni.

Già l’ultima legge di Bilancio si è limitata a distribuire l’aumento nel biennio 2027-2028, senza però eliminarlo. Questo significa che nel 2027 scatterà un primo incremento di 1 mese per l’accesso alla pensione, destinato a diventare complessivamente di 3 mesi nel 2028. Un meccanismo che riguarda tutte le principali modalità di uscita: dalla pensione di vecchiaia a quella anticipata, fino alle opzioni previste per i contributivi puri.

Alla luce del quadro delineato dal Documento di finanza pubblica, con risorse limitate e una chiara priorità al contenimento della spesa previdenziale, appare quindi molto difficile che il governo riesca a bloccare questo adeguamento. Il risultato è che, nei fatti, il sistema continuerà a irrigidirsi, spostando progressivamente in avanti l’età di uscita dal lavoro.

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