Pensioni sempre più basse per le nuove generazioni: secondo il già presidente Inps, Tito Boeri, il nodo è il mercato del lavoro, tra salari deboli e carriere discontinue.
Tito Boeri, ex presidente dell’Inps e tra gli economisti più autorevoli in Italia, parla di pensioni e lavoro in un’intervista che mette al centro un punto essenziale: i due temi non possono essere affrontati separatamente. Il futuro previdenziale del Paese dipende infatti non solo dalle regole di accesso alla pensione, ma soprattutto dalle condizioni del mercato del lavoro.
Boeri è oggi direttore di Eco, mensile di economia nato per rispondere a una domanda sempre più forte di informazione economica chiara, affidabile e di qualità. Una rivista che vuole fornire ai lettori strumenti utili per orientarsi nelle scelte di tutti i giorni, ma anche per formarsi un’opinione consapevole sulle grandi questioni economiche e sociali del nostro tempo.
L’approccio è quello di far parlare soprattutto i dati, con un linguaggio semplice ma mai semplicistico: senza banalizzare la complessità dei problemi, senza piegare le statistiche a tesi preconcette e con l’ambizione di rendere l’economia più comprensibile, più vicina alla vita delle persone.
Sullo stesso stile si inserisce questa intervista rilasciata a noi di Money.it, in cui Boeri affronta il tema delle pensioni partendo dai dati e dal mercato del lavoro, spiegando perché il futuro previdenziale dell’Italia dipenderà sempre di più dalla qualità delle carriere, dalla partecipazione al lavoro e dalla capacità del Paese di garantire occupazione stabile e salari adeguati.
In qualità di ex presidente dell’Inps, a dieci anni di distanza, come vede lo scenario delle pensioni del futuro?
A dieci anni di distanza, lo scenario delle pensioni del futuro resta legato soprattutto alla tenuta del sistema a ripartizione, che vive di un equilibrio molto delicato: da una parte ci sono le pensioni da pagare, dall’altra i contributi versati da chi lavora.
Il vero nodo, quindi, è il mercato del lavoro. In un Paese segnato dal calo demografico, con sempre meno giovani che entrano nel mondo del lavoro, diventa fondamentale mobilitare tutte le energie disponibili: facilitare il passaggio dalla scuola al lavoro, aumentare il tasso di occupazione e soprattutto favorire una maggiore partecipazione femminile.
Questo è un punto decisivo, perché oggi le donne hanno spesso un capitale umano elevato, ma continuano a essere penalizzate da carichi di cura molto gravosi: figli, familiari non autosufficienti e responsabilità domestiche che ricadono ancora in larga parte su di loro. La cosiddetta child penalty, cioè la penalizzazione professionale e retributiva legata alla maternità, resta molto rilevante e incide inevitabilmente anche sulle pensioni future.
Quando era presidente, lei ha lavorato a una proposta di riforma che avrebbe garantito al tempo stesso flessibilità e sostenibilità. Pensiamo, ad esempio, a una flessibilità in uscita basata sul montante accumulato nel corso della vita lavorativa, rapportato all’età di uscita e alla speranza di vita residua, ma anche al reddito minimo garantito per gli over 55. Sono misure ancora attuabili?
Quella proposta nasceva con un obiettivo preciso: evitare che il sistema previdenziale fosse corretto, anno dopo anno, con piccoli aggiustamenti parziali, spesso dettati dall’emergenza, che poi finiscono per creare nuovi squilibri. L’idea non era “fare cassa”, ma introdurre maggiore equità.
Il punto centrale era consentire una certa flessibilità in uscita, ma dentro un quadro sostenibile. Chi avesse scelto di andare in pensione prima avrebbe potuto farlo, accettando però un assegno leggermente più basso. Era un modo per riconoscere libertà di scelta alle persone, senza scaricare i costi sulle generazioni successive.
Questo avrebbe riguardato soprattutto chi si trovava nel sistema misto e non aveva lunghissime anzianità contributive. Paradossalmente, in alcuni casi, con il contributivo puro si può accedere prima alla pensione rispetto a chi ricade nel sistema misto. La riforma che proponevamo avrebbe corretto queste asimmetrie, permettendo anche ai lavoratori misti una maggiore flessibilità, ma con aggiustamenti coerenti con i principi del contributivo.
Va chiarito un punto tecnico importante: non proponevamo un ricalcolo interamente contributivo della pensione. Sulla quota retributiva sarebbero stati applicati degli aggiustamenti, ispirati ai coefficienti di trasformazione, ma l’importo sarebbe comunque rimasto più favorevole rispetto a un ricalcolo contributivo pieno.
Vista oggi, quella riforma in parte è stata superata dal tempo. Tuttavia, la filosofia di fondo resta valida: evitare disuguaglianze tra generazioni e tra lavoratori con carriere diverse. Se fosse stata fatta allora, probabilmente avrebbe evitato il ricorso successivo a misure come le varie “Quote”, che hanno prodotto nuove asimmetrie e creato costi rilevanti per il sistema.
Il problema è che ancora oggi molte proposte continuano a concentrarsi solo sulle uscite anticipate, senza prevedere gli aggiustamenti necessari per garantirne la sostenibilità. La flessibilità è possibile, ma deve essere costruita in modo equo: altrimenti non si risolve il problema, lo si sposta semplicemente in avanti.
Qual è il problema principale delle pensioni in Italia: il fatto che si andrà sempre più tardi o che gli importi saranno sempre più bassi?
Il problema principale, a mio avviso, riguarda l’importo delle pensioni future. Il vero nodo è che molte persone rischiano di arrivare alla pensione con assegni troppo bassi, e questo dipende prima di tutto dalle difficoltà del mercato del lavoro.
Con il sistema contributivo non si possono promettere pensioni molto più alte dei contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Se le carriere sono discontinue, se i salari restano bassi, se ci sono lunghi periodi di precarietà o di lavoro povero, inevitabilmente anche la pensione sarà più bassa.
Per questo bisogna intervenire prima, non solo quando le persone arrivano all’età pensionabile. Il tema delle pensioni è strettamente legato alla qualità del lavoro, alla crescita dei salari, alla stabilità delle carriere e anche al funzionamento della contrattazione collettiva, che oggi in molti casi non riesce più a garantire una tutela retributiva adeguata.
A questo si aggiungono altri fattori, come il fiscal drag, che negli anni ha eroso il potere d’acquisto dei redditi da lavoro. Tutti questi elementi penalizzano i salari oggi e, di conseguenza, rischiano di produrre pensioni più deboli domani.
Quindi sì, l’età di uscita è certamente un tema rilevante, ma il problema più grave è l’adeguatezza degli importi. Se non si interviene sul mercato del lavoro, sarà molto difficile garantire pensioni dignitose alle prossime generazioni.
Come valuta, a una legge di Bilancio dalla fine della legislatura, l’operato del governo Meloni sulle pensioni e sul mercato del lavoro?
Sulle pensioni mi sembra che ci sia stata una certa schizofrenia. Da un lato, per fortuna, la riforma Fornero non è stata cancellata, come era stato promesso in campagna elettorale, perché questo avrebbe creato problemi molto seri di sostenibilità. Dall’altro, però, si è intervenuti in modo non sempre coerente: in alcuni casi irrigidendo le regole di accesso, in altri rinviando l’entrata in vigore di alcuni adeguamenti. Nel complesso, non è emersa una linea di condotta chiara.
Il problema è che sulle pensioni non si dovrebbe procedere per piccoli aggiustamenti continui, perché così si rischia di disorientare le persone. I regimi pensionistici dovrebbero essere modificati il meno possibile: chi lavora deve poter sapere con ragionevole certezza quando andrà in pensione e con quali condizioni, in modo da programmare la propria vita lavorativa.
Interventi parziali, deroghe, proroghe e correzioni continue finiscono invece per creare nuove asimmetrie tra lavoratori che si trovano in situazioni simili, ma vengono trattati in modo diverso solo perché maturano i requisiti in anni differenti.
Il mio giudizio sulle pensioni, quindi, è negativo. Va detto però che poteva andare anche peggio, se fossero state davvero mantenute alcune promesse fatte in campagna elettorale, a partire dal superamento integrale della riforma Fornero.
Sul mercato del lavoro, invece, il giudizio è più articolato. Il taglio del cuneo fiscale e contributivo ha dato sostegno ai redditi da lavoro, e questo è certamente un elemento positivo. Tuttavia, non lo considero un vero intervento strutturale. È stato un taglio selettivo delle tasse, utile nell’immediato, ma non accompagnato da una strategia più ampia.
In particolare, non si è intervenuti in modo efficace per sterilizzare il fiscal drag, come invece è stato fatto in altri Paesi. Il drenaggio fiscale c’è stato eccome: con l’aumento nominale dei salari, molti lavoratori hanno finito per pagare più imposte anche senza un reale aumento del potere d’acquisto. È uno dei nodi principali, perché rischia di ridurre l’effetto positivo degli aumenti salariali e degli stessi interventi fiscali.
In questo quadro, l’immigrazione può essere una leva su cui investire per garantire sostenibilità al sistema previdenziale?
Sì, l’immigrazione può essere una leva importante, soprattutto nel breve periodo. In un Paese che invecchia e in cui entrano sempre meno giovani nel mercato del lavoro, l’apporto dei lavoratori stranieri può contribuire alla tenuta del sistema produttivo e, di conseguenza, anche alla sostenibilità del sistema pensionistico.
Mi sembra che di questo si sia reso conto anche l’attuale governo, che ha approvato decreti flussi tra i più consistenti della storia repubblicana. Al di là delle posizioni ideologiche, il dato di fondo è chiaro: l’economia italiana ha bisogno di lavoratori immigrati.
Naturalmente, però, l’immigrazione è una risorsa che va gestita e governata. Non basta aumentare gli ingressi o “aprire le frontiere”: bisogna poi occuparsi dell’inserimento reale delle persone nel mercato del lavoro, della regolarizzazione, della formazione, del riconoscimento delle competenze e dell’integrazione sociale.
Serve quindi una politica migratoria seria, coerente e non contraddittoria. Perché se da un lato si aumentano gli ingressi per rispondere ai bisogni del sistema produttivo, ma dall’altro si alimenta un clima di ostilità o di diffidenza verso gli immigrati, si crea un problema. L’integrazione funziona solo se c’è anche un contesto sociale favorevole.
Cosa ne pensa della possibilità di estendere l’integrazione al trattamento minimo anche per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996?
Il tema del trattamento minimo va affrontato partendo da un principio: strumenti di questo tipo dovrebbero rientrare nell’assistenza sociale più che nella previdenza in senso stretto.
La previdenza si basa sui contributi versati nel corso della vita lavorativa; l’assistenza, invece, serve a garantire una tutela minima a chi si trova in condizioni di fragilità economica. Da questo punto di vista, il problema delle pensioni basse non riguarda solo chi ha iniziato a lavorare prima o dopo il 1996, ma più in generale tutte le persone che, a una certa età, non dispongono di un reddito sufficiente.
Per questo credo che la risposta sia quella di costruire un sistema di assistenza sociale più organico, finanziato dalla fiscalità generale e garantito dallo Stato. Un sistema capace di tutelare le persone in tutte le fasi della vita, compreso chi arriva alla vecchiaia con una pensione troppo bassa.
Anche il Reddito di cittadinanza andava letto dentro questa prospettiva. Era certamente uno strumento da riformare, ma l’intervento fatto è stato troppo drastico e ha rischiato di lasciare scoperte persone che non sono occupabili, o che incontrano grandi difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro.
Cosa si sente di consigliare a un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro? Le prospettive parlano di pensione a 70 anni, o con 45 anni di contributi: bisogna arrendersi all’evidenza oppure si può ancora lavorare sulla propria posizione contributiva?
A un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro direi innanzitutto di non considerare la pensione come un tema lontano. Nel sistema contributivo, i contributi versati nel corso della vita lavorativa saranno la base della pensione futura. Per questo è importante iniziare presto ad avere consapevolezza della propria posizione contributiva.
Bisogna fare valutazioni sul proprio futuro, anche quando si è giovani: capire quanti contributi si stanno versando, quale potrebbe essere l’importo della pensione attesa e quali strumenti possono aiutare a integrare il reddito previdenziale nel tempo.
Non bisogna farsi ingannare dall’idea che un netto immediatamente più alto sia sempre conveniente. Il lavoro nero, o comunque il lavoro non regolare, può sembrare più vantaggioso nel breve periodo, ma significa rinunciare a contributi, e questo, specialmente nel lungo periodo, pesa moltissimo.
Lo stesso vale per collaborazioni, contratti atipici e partite Iva: bisogna prestare attenzione a quanto si versa effettivamente e alla continuità della contribuzione. Ogni buco contributivo oggi rischia di tradursi in una pensione più bassa domani.
Quindi no, non bisogna arrendersi all’evidenza. È vero che le prospettive parlano di un’età pensionabile più alta e di carriere molto lunghe, ma si può ancora lavorare sulla propria posizione: scegliendo lavori regolari, controllando l’estratto conto contributivo, costruendo carriere più continue possibile e, quando le condizioni economiche lo consentono, valutando anche forme di previdenza complementare.