Pensioni, a quanti anni si va davvero in Italia secondo i dati Inps

Simone Micocci

11 Luglio 2026 - 09:30

Pensioni, a che età si lascia davvero il lavoro in Italia? I dati Inps 2025 su età media, uscite anticipate e differenze tra uomini e donne.

Pensioni, a quanti anni si va davvero in Italia secondo i dati Inps

In queste ore l’Inps ha pubblicato il XXV Rapporto annuale, nel quale, tra i numerosi dati analizzati, trovano spazio anche quelli relativi ai pensionamenti. Il documento consente così di conoscere l’età pensionabile effettiva, vale a dire l’età media alla quale i lavoratori italiani lasciano realmente il lavoro e accedono alla pensione.

Un dato che non coincide necessariamente con i 67 anni previsti per la pensione di vecchiaia. Nel sistema previdenziale italiano esistono infatti diversi canali di uscita anticipata, dalla pensione anticipata ordinaria alle misure riservate a determinate categorie di lavoratori, che contribuiscono ad abbassare l’età media di pensionamento.

È quindi riduttivo sostenere che in Italia si vada in pensione più tardi rispetto al resto d’Europa basandosi esclusivamente sul requisito anagrafico della pensione di vecchiaia. Per effettuare un confronto attendibile con gli altri Paesi bisogna guardare all’età effettiva di uscita dal lavoro, tenendo conto di tutte le possibilità di pensionamento utilizzate nel corso dell’anno.

Ed è proprio da questo punto di vista che i dati Inps relativi al 2025 restituiscono un quadro diverso da quello suggerito dal solo limite dei 67 anni.

Quando si va davvero in pensione in Italia

Nel 2025 i lavoratori dipendenti pubblici e privati sono andati in pensione, in media, a 64,7 anni. È questo il dato che meglio fotografa l’età effettiva di pensionamento in Italia, tenendo conto sia delle pensioni di vecchiaia che delle diverse possibilità di uscita anticipata previste dal sistema.

L’età media risulta in aumento rispetto al 2024, quando si era attestata a 64,5 anni. Nel giro di dodici mesi, quindi, l’uscita effettiva dal lavoro si è spostata in avanti di circa due mesi e mezzo. Una crescita contenuta, ma che conferma una tendenza di lungo periodo: nel 2012 l’età media alla decorrenza della pensione era infatti pari a 61,7 anni, tre anni in meno rispetto a oggi.

A fare la differenza è soprattutto il peso delle diverse modalità di pensionamento. Nel 2025 chi ha avuto accesso a una pensione anticipata ha lasciato il lavoro mediamente a 61,7 anni, contro i 61,6 anni del 2024. Per le pensioni di vecchiaia, invece, l’età media è rimasta stabile a 67,2 anni.

Il dato complessivo di 64,7 anni si colloca quindi ben al di sotto dei 67 anni comunemente indicati come età pensionabile. Questo perché molti lavoratori riescono ad accedere alla pensione attraverso canali che non richiedono di raggiungere il requisito anagrafico previsto per la vecchiaia, pur in un quadro nel quale l’età effettiva di uscita continua gradualmente ad aumentare.

Donne in pensione più tardi, ma con sei anni di contributi in meno

Le differenze tra uomini e donne nell’età di pensionamento si sono progressivamente ridotte. Nel 2025, per la pensione di vecchiaia, gli uomini hanno lasciato il lavoro mediamente a 67,1 anni, mentre le donne a 67,3 anni. Anche per le pensioni anticipate il divario anagrafico risulta ormai molto contenuto, con un’età media vicina ai 61,7 anni per entrambi.

Dietro questa sostanziale parità anagrafica, tuttavia, si nasconde una distanza molto più ampia sul piano contributivo. Nel 2025 gli uomini hanno raggiunto la pensione di vecchiaia con una media di 1.643 settimane di contributi, equivalenti a circa 31 anni e mezzo, mentre per le donne la media si è fermata a 1.335 settimane, ossia circa 25 anni e 8 mesi.

Le lavoratrici arrivano quindi alla pensione di vecchiaia con quasi sei anni di contributi in meno rispetto agli uomini, una differenza che riflette carriere più brevi o discontinue e che finisce inevitabilmente per incidere anche sull’importo dell’assegno, soprattutto con il progressivo ampliamento del sistema contributivo.