Rapporto Inps 2026, l’Italia dei paradossi. Più occupati ma stipendi deboli, più bonus ma meno lavoro per le madri

Simone Micocci

10 Luglio 2026 - 06:14

Rapporto INPS 2026: occupazione ai massimi, ma salari ancora fragili. Il nodo resta la produttività, mentre i bonus famiglia rischiano di frenare il lavoro femminile.

Rapporto Inps 2026, l’Italia dei paradossi. Più occupati ma stipendi deboli, più bonus ma meno lavoro per le madri

Nella cornice della Sala Regina Margherita della Camera dei Deputati, il presidente dell’Inps Gabriele Fava, affiancato dalla ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone, ha presentato il XXV Rapporto annuale dell’Istituto, il secondo da quando è alla guida dell’ente previdenziale.

Una fotografia ampia del Paese, che oltre a raccontare l’andamento delle singole prestazioni e dei conti pubblici prova a leggere le trasformazioni più profonde che attraversano l’Italia: il lavoro che cambia, la transizione demografica, il ruolo delle famiglie, il rapporto tra generazioni, l’evoluzione del welfare e la capacità delle istituzioni di accompagnare cittadini e imprese in una fase segnata da nuove fragilità.

Non a caso, nella sua relazione Fava ha avvertito che i numeri del Rapporto “non sono una contabilità fredda”, ma rappresentano “la materia viva dell’Italia”. “Dietro ogni posizione assicurativa”, ha ricordato il presidente dell’Inps, “c’è un lavoro, dietro ogni misura di sostegno una storia personale o familiare e dietro ogni dato un pezzo reale del Paese che cambia”.

Ed è proprio dal lavoro che parte una delle indicazioni più interessanti del Rapporto. L’occupazione ha raggiunto nuovi massimi storici, trainata soprattutto dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, e gli assicurati Inps continuano a crescere. Ma questa dinamica positiva convive con un problema che resta centrale: le retribuzioni nominali sono aumentate, ma hanno perso potere d’acquisto in termini reali, mentre la stagnazione salariale viene descritta come un fenomeno strutturale di lungo periodo, aggravato dall’inflazione degli ultimi anni.

Non bisogna quindi concentrarsi su quanto lavoro c’è, ma quale lavoro si produce e quanto valore riesce a generare. Perché se l’Italia registra più occupati, ma al tempo stesso continua a fare fatica sul fronte dei salari, il nodo della produttività torna a essere decisivo per capire tanto la condizione attuale dei lavoratori quanto la qualità della crescita del Paese.

Più occupati, ma stipendi ancora deboli

Il dato positivo, nel Rapporto Inps 2026, c’è ed è evidente: il mercato del lavoro italiano ha continuato a crescere. Nel 2025 i dipendenti pubblici e privati, al netto di domestici e operai agricoli, hanno superato quota 21 milioni, in aumento del 10,3% rispetto al 2019.

Anche le retribuzioni medie annue sono salite, passando da 24.139 euro nel 2019 a 27.649 euro nel 2025, con una crescita del 14,5% nell’intero periodo e del 3,6% rispetto al 2024.

Ma è proprio qui che emerge il paradosso, in quanto l’aumento degli stipendi, pur significativo sul piano nominale, non è bastato a compensare del tutto la perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione. Il Rapporto ricorda infatti che tra il 2019 e il 2025 la crescita dei prezzi si è attestata tra il 18,2% dell’indice FOI e il 20,5% dell’indice IPCA, quindi su valori superiori rispetto alla dinamica delle retribuzioni lorde.

Il quadro cambia parzialmente se si guarda al netto in busta paga, dove gli interventi fiscali e contributivi degli ultimi anni hanno avuto un ruolo decisivo nel sostenere i redditi, soprattutto quelli medio-bassi. Per i lavoratori full year full time, cioè occupati tutto l’anno e a tempo pieno, nel 2025 la retribuzione media lorda si avvicina a 42.000 euro, mentre il netto “nazionale” arriva a 29.539 euro, contro i 28.324 euro del 2024. L’incremento annuo del netto, pari al 4,3%, risulta quindi superiore a quello del lordo, fermo al 3,8%.

Questo però non significa che il problema salariale sia stato risolto. Anzi, il Rapporto mostra come una parte importante della tenuta del potere d’acquisto sia arrivata non tanto da una crescita strutturale degli stipendi, quanto appunto dalle politiche fiscali e contributive. È una differenza non secondaria: se il netto migliora grazie al taglio del cuneo o ad altri interventi, il lavoratore vede un beneficio immediato, ma se al tempo stesso il lordo resta debole il sistema produttivo continua a mostrare una difficoltà di fondo nel generare salari più alti in modo duraturo.

Più aiuti per i figli, ma meno lavoro per le madri. Il paradosso dei bonus

C’è poi un altro paradosso che attraversa il XXV Rapporto Inps: le misure economiche per sostenere le famiglie possono aiutare la natalità, ma se restano isolate rischiano di produrre un effetto collaterale sul lavoro femminile. Nel dettaglio, il Rapporto segnala che i trasferimenti monetari legati ai figli, se non accompagnati da servizi, nidi, congedi e strumenti di conciliazione, possono incentivare le nascite e al tempo stesso ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro.

Il punto di partenza è l’Assegno unico e universale, ormai diventato uno dei pilastri del welfare familiare. Nella relazione del presidente Fava si ricorda che nel 2025 la misura ha raggiunto oltre 6 milioni di nuclei familiari e 10 milioni di figli, con un trasferimento complessivo di circa 20 miliardi di euro all’anno. A questo si aggiungono il bonus nuovi nati da 1.000 euro, il bonus asilo nido, i congedi parentali e le altre misure legate alla famiglia e alla cura.

Ma proprio Fava avverte su quale sfida ci si pone davanti: passare dagli aiuti isolati a un sistema capace di accompagnare davvero le famiglie.

L’analisi dell’Inps sugli effetti dell’Assegno unico mostra bene questa doppia faccia. Da un lato, l’aumento della generosità del beneficio ha prodotto, in alcuni gruppi, un effetto positivo sulla fecondità: nel confronto tra il terzo e il secondo quintile Isee, ad esempio, la probabilità di avere un secondo figlio cresce di 0,5 punti percentuali nel medio periodo. Dall’altro lato, però, per alcune madri si registra una riduzione della probabilità di lavorare: l’effetto più evidente riguarda sempre il confronto tra terzo e secondo quintile Isee, con una diminuzione stimata di 1,15 punti percentuali, pari a circa il 2% rispetto a un tasso iniziale di occupazione materna del 55%.

Ancora più evidente è il caso del bonus bebè della Regione Sardegna, una misura particolarmente generosa, pari a 600 euro mensili per cinque anni, introdotta per contrastare la denatalità nei piccoli comuni. Secondo l’Inps, il bonus ha avuto un impatto significativo sulle nascite: le stime indicano un aumento di circa 0,3 nati annui per comune rispetto a una media del gruppo di controllo di circa 1,4 nati. Ma anche qui emerge il rovescio della medaglia: la probabilità di essere occupate nel settore privato non agricolo o nel settore pubblico si riduce di 11,4 punti percentuali nel periodo 2022-2024.

È questo uno dei messaggi più interessanti del Rapporto: oltre a dare più soldi alle famiglie, vanno costruite le condizioni affinché avere un figlio non significhi, soprattutto per le donne, rinunciare al lavoro. Come sottolinea Fava, d’altronde, la decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità occupazionale, dalla conciliazione tra vita e lavoro, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia e dalla distribuzione dei carichi di cura.

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