La riforma delle pensioni della Germania potrebbe darci indicazioni su qual è la strada da seguire per aumentare le pensioni future.
La Germania potrebbe aver indicato la strada da seguire per mettere in sicurezza le pensioni di domani, senza limitarsi ad aumentare l’età pensionabile o a ridurre le possibilità di uscita anticipata.
Nell’accordo raggiunto dal cancelliere Friedrich Merz tra i cristiano-democratici della Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd figura infatti l’apertura a un meccanismo obbligatorio di capitalizzazione da integrare nel primo pilastro pubblico.
Si tratterebbe di una vera e propria svolta, in quanto accanto al tradizionale sistema a ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori servono a finanziare le pensioni attualmente in pagamento, verrebbe introdotta una componente finanziata attraverso un contributo aggiuntivo pari al 2% della retribuzione lorda: l’1% a carico del lavoratore e l’1% a carico del datore di lavoro.
Una soluzione di cui da anni si discute anche in Italia. Perché non destinare una piccola parte delle risorse previdenziali a investimenti controllati, così da rafforzare la pensione futura? Non l’intera contribuzione, che per i lavoratori dipendenti italiani è generalmente pari al 33% della retribuzione lorda, bensì una quota limitata che, grazie all’accumulazione e ai rendimenti nel tempo, potrebbe contribuire in modo significativo all’importo dell’assegno.
Cosa prevede la riforma delle pensioni tedesca
La riforma delle pensioni tedesca è ancora in una fase preliminare, ma il governo guidato da Friedrich Merz si è impegnato a trasformare entro la fine del 2026 le raccomandazioni della commissione pensionistica in un vero intervento normativo.
Le proposte prevedono innanzitutto regole più severe per l’uscita dal lavoro. Dopo il 2031 l’età pensionabile verrebbe collegata gradualmente alla speranza di vita, mentre sarebbe abolita la possibilità di andare in pensione senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi. L’età minima per il pensionamento anticipato con riduzione dell’assegno salirebbe inoltre da 63 a 64 anni.
La novità più importante riguarda però l’introduzione di una pensione pubblica a capitalizzazione. Nel dettaglio, al sistema a ripartizione verrebbe affiancato un contributo aggiuntivo pari al 2% della retribuzione lorda, diviso in parti uguali tra lavoratore e datore di lavoro.
Le somme confluirebbero in conti individuali e verrebbero investite sui mercati attraverso una gestione centralizzata e controllata pubblicamente. L’obiettivo è costruire nel tempo una quota aggiuntiva di pensione, legata al capitale accumulato e ai rendimenti ottenuti.
La Germania, quindi, punta a compensare l’inasprimento dei requisiti con uno strumento pensato per rafforzare gli assegni futuri e ridurre la dipendenza del sistema dall’andamento demografico. Mentre l’Italia resta a guardare.
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Come funzionerebbe in Italia
Applicare un sistema simile in Italia significherebbe affiancare alla pensione pubblica una quota obbligatoria investita sui mercati finanziari.
A tal proposito, ricordiamo che oggi per un lavoratore dipendente l’aliquota contributiva complessiva è generalmente pari al 33% della retribuzione: il 9,19% viene trattenuto dallo stipendio, mentre la parte restante è a carico del datore di lavoro.
Prendiamo come esempio un dipendente con una retribuzione lorda annua di 35.000 euro. Ogni anno vengono versati circa 11.550 euro di contributi previdenziali: 3.216,50 euro a carico del lavoratore e 8.333,50 euro a carico dell’azienda.
Queste somme, però, vengono utilizzate principalmente per finanziare le pensioni attualmente in pagamento.
Introducendo un contributo aggiuntivo del 2%, suddiviso come nel modello tedesco, verrebbero accantonati altri 700 euro l’anno: 350 euro versati dal lavoratore e 350 euro dal datore di lavoro. Lo stipendio netto risulterebbe quindi leggermente più basso e il costo sostenuto dall’impresa aumenterebbe, salvo la previsione di agevolazioni fiscali.
I 700 euro annui verrebbero investiti su un conto individuale e continuerebbero ad accumularsi per l’intera carriera. In 40 anni, senza considerare alcun rendimento, il lavoratore metterebbe da parte 28.000 euro: con un rendimento medio del 3% annuo, il capitale potrebbe invece superare i 52.000 euro, da utilizzare per integrare la pensione pubblica.
Diverso sarebbe il caso in cui il 2% destinato alla capitalizzazione venisse sottratto dall’attuale aliquota del 33%. In questo modo non aumenterebbero né la trattenuta per il lavoratore né il costo per l’azienda, ma diminuirebbero le risorse immediatamente disponibili per pagare le pensioni attuali.
Ed è proprio il finanziamento di questa fase di transizione a rappresentare uno degli ostacoli principali di una riforma di questo tipo.