Pensioni, ecco a quanti anni ci va chi lavora part-time. Lo dice l’Inps

Simone Micocci

21 Marzo 2026 - 09:46

Pensioni, se guadagni meno di 1.000 euro al mese rischi di non andarci a 67 anni. Un vero problema per chi lavora con orario part-time.

Pensioni, ecco a quanti anni ci va chi lavora part-time. Lo dice l’Inps

Lavorare part-time potrebbe incidere - e non poco - sulla data in cui si va in pensione.

Non è tanto l’orario di lavoro a incidere sul pensionamento, quanto lo stipendio percepito negli anni in cui si lavora part-time: la regola, infatti, stabilisce che nel caso in cui la retribuzione risulti inferiore a una certa soglia, rivalutata annualmente, i contributi non vengono accreditati integralmente.

Come dire, se lavori 10 anni part-time non è detto che ti vengano riconosciuti esattamente 10 anni di contributi.

E in un contesto in cui per andare in pensione serve aver raggiunto una soglia minima di contributi, pari a 20 anni nel caso dell’opzione di vecchiaia, questo potrebbe rappresentare un vero e proprio problema per coloro che per gran parte della carriera hanno lavorato con orario parziale.

Ma qual è la soglia minima di stipendio necessaria per far sì che venga accreditato esattamente un anno di contributi con un anno di lavoro? L’importo per il 2026 è stato ufficializzato dall’Inps con la circolare n. 6 del 30 gennaio 2026. Si tratta del cosiddetto minimale di retribuzione giornaliera, un dato molto importante, perché da questo valore dipende appunto il riconoscimento di una settimana contributiva piena. In caso contrario, ossia laddove fosse al di sotto della soglia minima prevista, per vedersi accreditata una settimana di lavoro ai fini contributivi, dovrà lavorare per un periodo più lungo.

Nel dettaglio, la regola stabilisce che il minimale Inps per il lavoro dipendente è pari al 40% del valore annuo del trattamento minimo di pensione che, ricordiamo, quest’anno è pari a 611,85 euro. Di conseguenza, lo stipendio minimo settimanale deve essere di circa 244 euro.

Al di sotto di questo importo scatta il “taglio” dei contributi, con il rischio che, una volta compiuti i 67 anni di età per l’accesso alla pensione di vecchiaia (destinati a salire dal 2027), non si soddisfi il requisito contributivo minimo di 20 anni, pari a 1.040 settimane di contributi.

Pensioni, ecco il nuovo minimale contributivo per il 2026

Dal 1° gennaio 2026 l’Inps ha aggiornato il minimale di retribuzione giornaliera in base alla rivalutazione annuale legata all’inflazione. Il nuovo valore di riferimento per la generalità dei lavoratori dipendenti è pari a 58,13 euro al giorno, corrispondente al 9,5% del trattamento minimo mensile del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, che per il 2026 è stato fissato a 611,85 euro.

Questo importo rappresenta la soglia minima su cui calcolare i contributi: come anticipato, infatti, la retribuzione imponibile non può essere inferiore a tale valore, anche quando lo stipendio previsto dal contratto o quello effettivamente percepito risulta più basso. In queste situazioni, il datore di lavoro deve adeguare la base imponibile al minimale previsto dalla legge, così da garantire il corretto accredito dei contributi.

Il punto centrale, però, è l’effetto che queste soglie possono avere sulla pensione futura. Guadagnare meno del minimale retributivo fissato dall’Inps non comporta soltanto uno stipendio più basso nell’immediato, ma può incidere direttamente sulla quantità di contributi accreditati e, quindi, sull’accesso alla pensione.

Per il 2026, infatti, il limite per l’accredito pieno delle settimane contributive è collegato al trattamento minimo. Con un minimo mensile pari a 611,85 euro, la soglia settimanale per il riconoscimento della contribuzione piena è fissata a 244,74 euro, pari al 40% del minimo. Sono, quindi, poco meno di 1.000 euro di stipendio (lordo) mensile.

Ciò significa che, per vedersi riconosciuta una settimana contributiva intera, il lavoratore deve percepire almeno questa retribuzione settimanale. Se lo stipendio è inferiore, l’Inps accredita una contribuzione proporzionata e non l’intera settimana.

Niente pensione a 67 anni con 20 anni di contributi se guadagni meno di 1.000 euro

Quanto appena detto, fa nascere il problema per chi guadagna meno di 1.000 euro al mese. Con una retribuzione annua di circa 12.000 euro, infatti, non si raggiunge la soglia minima richiesta per il riconoscimento completo dei contributi. Di conseguenza, a fronte di 12 mesi di lavoro, non vengono accreditate tutte le 52 settimane, ma un numero inferiore.

Nel lungo periodo questo meccanismo produce effetti rilevanti. Se ogni anno di lavoro vale meno di un anno pieno di contributi, per raggiungere i 20 anni necessari alla pensione di vecchiaia serviranno più anni di lavoro. In altre parole, chi percepisce stipendi bassi e discontinui rischia di arrivare a 67 anni senza aver maturato il requisito contributivo minimo, dovendo così continuare a lavorare oppure attendere altri strumenti di tutela.

In tal caso, quindi, il pensionamento rischia di arrivare solamente a 71 anni, ma solo nel caso di coloro che hanno iniziato a lavorare dopo l’1 gennaio 1996. Si tratta dell’opportunità offerta dall’opzione contributiva della pensione di vecchiaia, per la quale sono sufficienti 5 anni di contributi per smettere di lavorare.

Alcuni esempi pratici

Per capire meglio l’impatto di questo meccanismo, basta fare qualche esempio pratico.

Prendiamo un lavoratore assunto part-time con una retribuzione di 800 euro al mese, pari a 9.600 euro annui, le settimane riconosciute scendono a circa 39 all’anno. In questo caso, per raggiungere i 20 anni di contributi necessari alla pensione, non basteranno 20 anni di lavoro, ma serviranno oltre 26. Solo in quel caso si potrà smettere di lavorare a 67 anni, altrimenti bisognerà attendere l’opzione contributiva di vecchiaia (laddove se ne soddisfino le condizioni).

Se lo stipendio scende a 600 euro al mese (7.200 euro l’anno), un caso molto comune per chi ha lavorato spesso in part-time, le settimane accreditate diventano circa 29 all’anno. In una situazione del genere, per arrivare ai 20 anni di contributi richiesti, potrebbero essere necessari più di 35 anni di lavoro.

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