Pensione con 10 anni di contributi, a quanti anni si smette di lavorare e come

Simone Micocci

9 Giugno 2026 - 09:41

Andare in pensione con 10 anni di contributi è possibile solo in pochi casi: ecco quali sono le misure previste, l’età richiesta e cosa cambia per chi ha un’invalidità.

Pensione con 10 anni di contributi, a quanti anni si smette di lavorare e come

Si può andare in pensione con soli 10 anni di contributi, ma le opzioni per farlo sono limitate: da una parte, infatti, c’è l’opzione contributiva della pensione di vecchiaia che, almeno per il momento, è riservata a coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996; dall’altra, invece, si tratta di forme di tutela riconosciute a chi, per ragioni psico-fisiche, non è più nella condizione di poter lavorare.

D’altronde, in genere, per andare in pensione è richiesta un’anzianità contributiva di almeno 20 anni. Non raggiungere questa soglia, quindi, impedisce di smettere di lavorare, con il rischio che gli anni di contributi versati vadano persino persi.

Ecco perché è bene fare chiarezza su quali sono le poche misure previste che consentono di andare in pensione con soli 10 anni di contributi, nonché su qual è, in questi casi, l’età di uscita.

Pensione con 10 anni di contributi a 71 anni

Come anticipato, per i contributivi puri, ossia per coloro che hanno iniziato a lavorare successivamente al 1° gennaio 1996 e non hanno contributi versati per il periodo precedente, il diritto alla pensione può essere raggiunto anche con soli 10 anni di contributi.

Anzi, persino con meno: per l’opzione contributiva della pensione di vecchiaia, infatti, sono sufficienti 5 anni di contribuzione, purché effettiva. Sono pertanto esclusi i contributi figurativi.

In quel caso, però, bisogna aspettare i 71 anni di età per andarci, limite che nel 2027 passerà a 71 anni e 1 mese e nel 2028 a 71 anni e 3 mesi.

Nel caso di chi ha 10 anni di contributi, purché tutti versati dopo il 1996, c’è quindi la possibilità di attendere il compimento dei 71 anni per andare in pensione, a patto che almeno 5 anni di contributi siano effettivi, mentre per gli altri 5 è ammessa anche la contribuzione figurativa.

Basta invece anche un solo contributo settimanale accreditato entro il 31 dicembre 1995 per essere tagliati fuori da questa possibilità. In questo caso, infatti, neppure il computo nella Gestione separata è possibile, se consideriamo che per accedervi bisogna avere almeno 15 anni di contributi.

Tuttavia, buone notizie potrebbero arrivare dal legislatore: tra le indiscrezioni emerse in vista della prossima riforma, infatti, c’è anche quella secondo cui il governo Meloni starebbe ragionando sulla possibilità di estendere a tutti i lavoratori le opzioni di pensionamento oggi previste per i contributivi puri. Vale per la pensione anticipata a 64 anni, ma anche per quella di vecchiaia a 71 anni con 5 anni di contributi.

Per ulteriori aggiornamenti, però, bisognerà attendere i lavori per la prossima legge di Bilancio. Per il momento, quindi, chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 e non è riuscito a versare più di 10 anni di contributi non ha opzioni per andare in pensione, se non quelle che la legge riconosce a chi ha problemi di salute tali da ridurre la capacità lavorativa.

Pensione con 10 anni di contributi per lavoratori con invalidità

Un’altra opzione che consente ai lavoratori, in questo caso indipendentemente dalla data in cui hanno iniziato a versare contributi, di andare in pensione con un’anzianità contributiva di 10 anni è l’Assegno ordinario di invalidità, come pure la pensione di inabilità di tipo previdenziale.

Si tratta di due misure simili tra loro, con la differenza che l’Assegno ordinario di invalidità spetta a coloro che hanno una capacità lavorativa ridotta di almeno due terzi per effetto di un’infermità fisica o mentale, mentre la pensione di inabilità richiede, come si può intuire dal nome, un’incapacità piena e permanente al lavoro.

In entrambi i casi è necessario che almeno 5 anni di contributi risultino versati senza considerare eventuali periodi di congedo parentale, lavoro all’estero, servizio militare, malattia superiore a 1 anno e periodi di iscrizione a forme di previdenza obbligatoria diverse da quelle Ivs.

La buona notizia è che, a seguito di una recente sentenza della Corte Costituzionale, per chi accede a queste forme di pensionamento spetta, anche se si tratta di contributivi puri, l’integrazione al trattamento minimo, che garantisce un assegno mensile di circa 610 euro.

Un aspetto non di poco conto: va detto, infatti, che andare in pensione con soli 10 anni di contributi è generalmente un fattore che determina un assegno molto basso, che raramente riesce a raggiungere la soglia minima. Il fatto che si abbia diritto al trattamento minimo, cosa che invece non è prevista per chi va in pensione a 71 anni con l’opzione contributiva della pensione di vecchiaia, assicura perlomeno un importo minimo mensile.