Andare in pensione a 64 anni e 1 mese, con 3 anni di sconto rispetto alla pensione di vecchiaia: il governo è al lavoro per una grande novità nel 2027.
Il governo Meloni, o meglio, alcuni rappresentanti della Lega all’interno del governo Meloni, stanno lavorando alla possibilità di ampliare la platea di coloro che possono andare in pensione a 64 anni di età.
Oggetto di valutazione è la pensione anticipata nella versione oggi riservata ai contributivi puri, ossia a chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 e non ha alcuna contribuzione nel periodo precedente. Questi lavoratori possono smettere di lavorare con 3 anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia - il cui diritto si raggiunge a 67 anni di età - a patto però di dimostrare di aver maturato un importo tale da poter arrivare alla fine del mese senza dover ricorrere a sostegni statali.
La soglia convenzionale fissata per effettuare questa valutazione è pari a 3 volte il valore dell’assegno sociale, mentre per le donne con figli sono previste alcune agevolazioni: in particolare, possono andare in pensione con un assegno pari rispettivamente a 2,8 volte il valore dell’assegno sociale nel caso di un figlio, e a 2,6 volte per chi ne ha almeno due.
Come detto, l’intenzione della Lega è di approvare una riforma delle pensioni capace di ampliare sensibilmente la possibilità di uscire dal lavoro a 64 anni, includendo anche coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996. Si tratta però di una misura che richiede diverse valutazioni, sia sul piano economico che su quello tecnico.
Pensione a 64 anni, le valutazioni economiche
Ovviamente, una simile operazione non può non tenere conto delle risorse economiche necessarie, così come dell’impatto che l’ampliamento della platea per la pensione a 64 anni potrebbe avere su un sistema previdenziale già destinato, secondo le previsioni, a registrare un notevole incremento della spesa. Nel 2040, infatti, questa dovrebbe arrivare al 17,1% del Pil, un valore molto superiore rispetto al 15,6% attuale.
In una prospettiva di superamento della soglia dei 400 miliardi di euro, è quindi opportuno procedere con prudenza. Un piano, tuttavia, il governo lo avrebbe, ossia considerare, ai fini di bilancio, quei 70 miliardi di euro che già oggi tornano allo Stato sotto forma di Irpef pagata sulle pensioni.
Sarebbe, di fatto, un modo per aggirare i paletti europei, dal momento che l’Italia potrebbe giustificare la maggiore spesa facendo leva su risorse già disponibili. Una soluzione che, tuttavia, cambierebbe poco le prospettive future, visto che un incremento del numero dei pensionati, almeno nell’immediato, rischierebbe comunque di esserci.
Le valutazioni economiche poggiano però anche su altri due fattori. Il primo riguarda il fatto che, andando in pensione a 64 anni, chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 dovrebbe comunque rinunciare alla quota retributiva dell’assegno, pagando così di tasca propria il costo dell’anticipo. L’importo della pensione, infatti, sarebbe più basso rispetto a quello altrimenti spettante.
Il secondo è il ricambio generazionale. Per quanto le esperienze del passato abbiano insegnato che non è affatto automatico che a ogni lavoratore in uscita corrisponda un nuovo ingresso nel mercato del lavoro, chi sostiene l’ampliamento della platea per la pensione anticipata contributiva è convinto che una parte dei costi potrebbe comunque rientrare proprio attraverso questo meccanismo.
Che si tratti di una visione troppo ottimistica? Le valutazioni sono ancora in corso e vedono in prima linea il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Pensione a 64 anni, le valutazioni tecniche
Come anticipato, quel che cambierebbe è la possibilità, per coloro che hanno compiuto 64 anni ma hanno iniziato a lavorare prima del 1996 - avendo quindi una parte di contributi che rientra nel sistema retributivo - di andare comunque in pensione, a condizione di aver raggiunto almeno 20 anni di contributi e un assegno pari a 3 volte il valore dell’assegno sociale. Oggi quest’ultimo è pari a 546,24 euro, con una soglia minima quindi di circa 1.638 euro mensili (la soglia è più bassa per le donne con figli: 2,8 volte l’assegno sociale per chi ha un figlio, 2,6 volte per chi ne ha almeno due).
Il problema è che, specialmente in caso di calcolo contributivo - che verrebbe applicato interamente anche nei loro confronti - raggiungere questi importi non è semplice. Per questo motivo, al fine di coinvolgere un numero più ampio di persone, si sta valutando di ripercorrere la strada tracciata lo scorso anno, includendo nel calcolo della soglia economica anche eventuali rendite provenienti dalla previdenza complementare. In quel caso, però, sarebbero necessari almeno 25 anni di contributi.
Anche questa, va detto, è una strada che non ha portato a chissà quali cambiamenti, tanto che una simile opzione non è stata confermata per il 2026. Del resto, in quella platea di lavoratori non sono molti coloro che hanno aderito a un fondo di previdenza complementare.
C’è però una soluzione alternativa sulla quale si sta ragionando da tempo: per chi ha lasciato il Tfr all’Inps, si potrebbe considerarlo come una sorta di rendita, così da incrementare il montante contributivo e, di conseguenza, l’importo della pensione.
Siamo sempre nel campo delle ipotesi, e anche piuttosto articolate in questo caso. Un elemento che dimostra come oggi, sulla riforma delle pensioni, non vi siano ancora certezze. L’unico dato certo è che già dal prossimo anno è atteso il primo scatto dell’età pensionabile per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, tanto che parlare di pensione a 64 anni è, di fatto, già superato visto che servirà comunque un mese in più.
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