Assicurazioni e fondi pensione sono gli investitori ideali per finanziare imprese innovative, ma in Italia lo fanno in modo limitato. Panetta (Bankitalia) spiega perché.
I fondi pensione e le assicurazioni potrebbero giocare un ruolo determinante nel rafforzare in Italia il private equity e il venture capital, ma “il loro contributo rimane limitato”. Lo ha detto Fabio Panetta, governatore di Bankitalia, nel suo intervento “Il sistema economico e finanziario tra incertezza e innovazione” di oggi, mercoledì 15 luglio 2026, in occasione dell’Assemblea dell’ABI (Associazione bancaria italiana):
“Negli ultimi anni l’intervento pubblico ha dato un contributo rilevante al rafforzamento del private equity e del venture capital, mobilitando risorse private attraverso fondi di fondi e meccanismi di coinvestimento”, ha ricordato il governatore, mettendo in evidenza che lo Stato italiano ha fatto la sua parte.
Il numero uno di Via Nazionale non ha risparmiato però un monito: “Perché lo sviluppo del settore sia duraturo, occorre tuttavia una base più ampia e stabile di investitori privati”.
Investimenti in private equity e venture capital, Panetta: limitato il contributo di fondi pensione e assicurazioni
Determinanti, ha sottolineato Fabio Panetta, potrebbero essere proprio gli investimenti delle assicurazioni e dei fondi pensione in quanto, “caratterizzati da passività a medio e a lungo termine, sono tra gli intermediari meglio in grado di sostenere progetti incerti e a lunga maturazione e di beneficiare dei rendimenti attesi su orizzonti lontani”.
Il problema, ha evidenziato tuttavia il numero uno di Bankitalia, intervenendo all’assemblea dell’ABI, è che “il loro contributo rimane limitato: il private equity rappresenta appena lo 0,5 per cento degli investimenti complessivi delle compagnie assicurative e lo 0,7 per cento di quelli dei fondi pensione; il venture capital ha un peso trascurabile in entrambi i comparti”.
Bankitalia, Panetta: fondi specializzati in apporto capitale rischio assai meno sviluppati che in altri Paesi
Il governatore di Bankitalia ha spiegato le ragioni di questo fenomeno, che va considerato nell’ambito più ampio delle condizioni in cui versano i fondi in Italia, dove quelli “specializzati nell’apporto di capitale di rischio sono assai meno sviluppati che negli altri principali paesi”.
A confermarlo il fatto che “una quota rilevante delle operazioni riguarda interventi di riorganizzazione aziendale, spesso a basso contenuto innovativo, oppure investimenti in imprese nelle prime fasi di attività”, quando “restano invece limitate le risorse destinate a sostenere la crescita dimensionale e la capacità competitiva delle imprese”.
Praticamente, “ gli investimenti di private equity si concentrano in operazioni tradizionali nelle quali di norma l’investitore ottiene una partecipazione di controllo e avvia interventi di riorganizzazione aziendale (buyout). Sono invece meno sviluppati gli interventi volti a sostenere la crescita dell’impresa”.
Investimenti in venture capital, Panetta: resta più debole il segmento late-stage post avvio start up
Per quanto riguarda invece il “venture capital, resta più debole il segmento late-stage, relativo alle fasi di finanziamento successive all’avvio delle start-up, decisive per consentire alle aziende più promettenti di crescere
e competere su scala internazionale”. Il risultato?
“Ne può derivare un collo di bottiglia nel passaggio più delicato del processo innovativo: quello in cui un’idea promettente deve trasformarsi in un’impresa capace di operare su scala industriale. È in questa fase che molte iniziative italiane finiscono per cercare all’estero capitali, competenze e sbocchi produttivi e finanziari”.
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A pagare il conto è l’innovazione dell’Italia
A farne le spese è così innovazione dell’Italia, considerata tarlo del sistema Paese in quanto non al passo con i tempi che corrono.
Ma a cosa si deve la lentezza degli investimenti di cui l’Italia ha bisogno per accelerare l’innovazione, e per puntare in modo più importante sul private equity e sul venture capital?
Panetta fa notare che i paletti rispecchiano “piuttosto le caratteristiche di un mercato ancora sottodimensionato ”, in un contesto in cui “ investire in private equity e venture capital richiede conoscenze specialistiche, capacità di selezione dei gestori e orizzonti temporali lunghi: condizioni difficili da soddisfare per gli operatori di minore dimensione. Al tempo stesso, gli investitori più grandi, che dispongono di strutture adeguate, faticano a trovare nel mercato domestico un’offerta sufficientemente ampia, diversificata e continua”.
Tutto ciò si traduce in “un equilibrio di basso sviluppo”, in quanto “la scarsità di finanziatori stabili limita la crescita dei fondi di private equity e venture capital; la dimensione ridotta dei fondi ne restringe la capacità di accompagnare le imprese nelle fasi
di espansione; l’uscita verso mercati esteri delle iniziative imprenditoriali più promettenti riduce ulteriormente le opportunità per gli operatori domestici”.
Cosa fare? Panetta promuove lo strumento del fondo dei fondi. Importante anche il risparmio delle famiglie
Cosa fare, dunque?
Intanto, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta parte dal presupposto che il cosiddetto equilibrio di basso sviluppo non è qualcosa che “si corregge da sé”, avvertendo anzi che, “quanto più a lungo persiste, tanto più radica le aspettative degli investitori e spinge le imprese migliori verso altri mercati”.
Ciò significa che è fondamentale l’azione degli operatori esterni, praticamente dell’intera filiera costituita da “gestori dei
fondi, investitori istituzionali, operatori pubblici e imprese”.
Tale filiera secondo Panetta deve essere proiettata verso il conseguimento di un obiettivo ben preciso:
“Occorre accrescere la dimensione del mercato e rafforzarne la capacità di selezionare i progetti, accompagnarne la crescita e mobilitare capitali lungo tutte le fasi del processo innovativo, dalla nascita dell’impresa fino allo sviluppo industriale. In questa prospettiva, lo strumento del fondo di fondi – anche grazie al ruolo catalizzatore del settore pubblico – può contribuire a colmare il divario dimensionale del mercato: aggrega risorse, amplia la diversificazione, attenua i vincoli che frenano gli investitori meno strutturati e sostiene la crescita di gestori specializzati”.
Bankitalia spiega di fatto che lo sviluppo di questo strumento, ovvero del fondo dei fondi, “basato su criteri selettivi e rigorosi e su un chiaro orientamento al mercato, contribuirebbe a rendere più ampia e continua l’offerta domestica di capitale di rischio”.
Ma anche i piccoli risparmiatori italiani possono fare la loro parte:
“Anche il risparmio diretto delle famiglie può contribuire ad accrescere la disponibilità di capitale di rischio”, fermo restando che, “per mobilitarne una quota maggiore servono strumenti semplici, trasparenti e a costi contenuti, insieme a competenze finanziarie più solide, necessarie per favorire scelte consapevoli”.
A tal proposito il numero uno di Palazzo Koch ha ricordato che “in Italia esistono incentivi fiscali agli investimenti in capitale di rischio ”, aggiungendo che “razionalizzarli e renderli più semplici e più flessibili ne rafforzerebbe l’efficacia”, come emerge tra l’altro dalla stessa prospettiva su cui punta “la raccomandazione della Commissione europea sui Savings and I nvestment Accounts”.
Panetta come Dimon (JPMorgan): serve un mercato dei capitali realmente integrato
Ma agire a livello nazionale non basta. Ed è così che Fabio panetta fa notare quella grande lacuna europea di cui ha parlato ieri anche il CEO di JPMorgan, banca numero uno negli Stati Uniti, Jamie Dimon. Così il governatore di Bankitalia:
“Senza un mercato europeo dei capitali realmente integrato, la capacità di mobilitare risorse, diversificare i rischi e sostenere la crescita delle imprese innovative resterà limitata. Superare la frammentazione è quindi una condizione essenziale per rafforzare la possibilità dell’Europa di competere in una fase in cui l’innovazione tecnologica si sviluppa su scala globale”.
Vale la pena di ricordare che, secondo la definizione della Banca d’Italia, il private equity consiste nel finanziamento delle imprese attraverso l’apporto di capitale di rischio per favorirne lo sviluppo. Più in generale, il private equity è un’attività finanziaria in cui investitori istituzionali (come per l’appunto fondi pensione e assicurazioni) comprano quote di società non quotate in borsa.
Il venture capital rappresenta invece il segmento dedicato soprattutto alle imprese giovani e ad alto potenziale di crescita, generalmente attraverso partecipazioni di minoranza. Si può parlare di venture capital come di una sezione specifica del private equity, ovvero di società finanziarie che gestiscono fondi di denaro raccolti da grandi investitori (inclusi, a volte, anche i fondi pensione), con l’obiettivo di finanziare le startup più promettenti sul mercato.
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