Mario Draghi: Uno, Nessuno e Centomila

Guido Salerno Aletta

23/02/2024

Sarebbe stata una durissima autocritica, quasi un’auto accusa, il discorso che Draghi ha pronunciato in occasione della consegna del Premio Paul Volcker alla carriera.

Mario Draghi: Uno, Nessuno e Centomila

Sarebbe stata una durissima autocritica, quasi un’auto accusa, il discorso che Draghi ha appena pronunciato in occasione della consegna del Premio Paul Volcker alla carriera.

Lo sarebbe stata se solo Draghi avesse citato le sue stesse opinioni, quelle espresse nei momenti cruciali della sua lunga carriera, prima come Direttore Generale del Tesoro, poi come Governatore della Banca d’Italia, quindi come Governatore della Banca Centrale Europea.

Perché, stavolta, Draghi finalmente ha dovuto riconoscere i guasti profondi che la globalizzazione ha comportato: “Le conseguenze sociali si sono manifestate in una perdita secolare di potere contrattuale nelle economie avanzate, poiché i posti di lavoro sono stati spostati dalla delocalizzazione o le richieste salariali sono state contenute dalla minaccia della delocalizzazione. Nelle economie del G7, le esportazioni e le importazioni totali di beni sono aumentate di circa 9 punti percentuali dall’inizio degli anni ’80 alla grande crisi finanziaria, mentre la quota di reddito del lavoro è scesa di circa 6 punti percentuali in quel periodo. Si è trattato del calo più marcato da quando i dati relativi a queste economie sono iniziati nel 1950”.

Ed ancora, sempre Draghi: “Ne sono seguite le conseguenze politiche. Di fronte a mercati del lavoro fiacchi, investimenti pubblici in calo, diminuzione della quota di manodopera e delocalizzazione dei posti di lavoro, ampi segmenti dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali si sono giustamente sentiti ‘lasciati indietro’ dalla globalizzazione”.
La Cina avrebbe avuto il ruolo di fabbrica del mondo, di leader imbattibile nella Old Economy, mentre l’Europa aggregava a sé tutti i Paesi ex-Comunisti confinando la Russia al ruolo dei potenza regionale, mentre il Nuovo Secolo avrebbe perpetuato la primazia statunitense attraverso la New Economy.

La Cina, lo si sapeva bene, avrebbe fatto fallire tutti i concorrenti per il suo basso costo del lavoro, accumulando avanzi commerciali senza precedenti: “L’apertura dei mercati globali ha portato decine di Paesi nell’economia mondiale e ha fatto uscire dalla povertà milioni di persone - 800 milioni solo in Cina negli ultimi 40 anni. Ha generato il più ampio e rapido miglioramento della qualità della vita mai visto nella storia”.
Ma nessun rapporto commerciale equilibrato, a somma zero con l’Occidente, sarebbe stato ammissibile per la Cina, sulla base di un preciso paradigma politico che il Presidente Hu-Jintao aveva ben chiarito: Pechino doveva recuperare la spoliazione determinata dalla condizione di sudditanza cui era stata costretta per un secolo dalle Potenze coloniali.

A poco vale la odierna giustificazione di Draghi: “Per fare solo un esempio, nei primi 15 anni di adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la Cina non ha notificato all’OMC alcun sussidio del governo sub-centrale, nonostante la maggior parte dei sussidi sia erogata dai governi provinciali e locali. Questa inadempienza era nota da anni: già nel 2003 si era notato che gli sforzi della Cina per l’attuazione dell’OMC avevano ‘perso un notevole slancio’, ma l’indifferenza ha prevalso e non è stato fatto nulla di concreto per affrontarla”. Altro che trascuratezza della OMC di fronte agli aiuti pubblici erogati alle aziende cinesi: il fatto stesso che la Cina non fosse stata obbligata a garantire la convertibilità internazionale della sua moneta la rendeva di principio immune da qualsiasi riequilibrio valutario.

La sudditanza ai Mercati da parte dell’Italia, era stato lo stesso Draghi ad invocarla, da Direttore Generale del Tesoro. Così si era espresso sul Britannia, il 2 giugno del 1992, parlando delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni cui ci si accingeva: “La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita. Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione”. E, quale sarebbe stata la ricompensa dei Mercati verso l’Italia che ha venduto e svenduto le Partecipazioni Statali? Lo spread! Il differenziale sui tassi di interesse che, nonostante anni ed anni di saldo primario attivo ininterrotto fino al 2008, ha tirato via il sangue dal nostro Paese.

E poi, c’è il tema delle politiche fiscali recessive in Europa, che hanno distrutto la domanda interna falcidiando i salari: “Dopo la crisi dell’eurozona del 2011, anche l’Europa ha perseguito una politica di accumulo deliberato di avanzi delle partite correnti, anche se in questo caso attraverso le errate politiche fiscali procicliche sancite dalle nostre regole che hanno depresso la domanda interna e il costo del lavoro. In una situazione in cui i meccanismi di solidarietà dell’UE erano limitati, questa posizione poteva persino essere comprensibile per i paesi che dipendevano dai finanziamenti esterni. Ma anche quelli con posizioni esterne forti, come la Germania, hanno seguito questa tendenza”. Draghi ora parla di queste “errate politiche fiscali” come se lui stesso non fosse stato un assoluto protagonista: da Governatore della Banca d’Italia, inviò al Presidente del Consiglio Berlusconi una lettera a doppia firma, insieme al Governatore della Bce Trichet, chiedendo di innanzitutto di “riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende… la revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro. Abbattere i salari assicurando la flessibilità del mercato del lavoro in entrata ed in uscita, erano esattamente i punti cruciali della perentoria richiesta.

Come se non bastasse, la richiesta di Draghi e Trichet in materia di consolidamento fiscale era stata addirittura draconiana. Il Governo Berlusconi doveva assumere “Misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche. Ulteriori misure di correzione del bilancio alfine di anticipare di un anno la prevista riduzione di deficit, aumentando i tagli di spesa, intervenendo per ridurre la spesa pensionistica e riducendo gli stipendi del pubblico impiego. Clausola di riduzione automatica del deficit”. Insomma, se la Cancelliera Angela Merkel volava imporre il Fiscal Compact, Draghi raddoppiava il carico.

Ora Draghi fa il tifo per il debito pubblico buono: “… Il secondo cambiamento chiave nel panorama macroeconomico è che la politica fiscale sarà chiamata a svolgere un ruolo maggiore, il che significa - mi aspetto - deficit pubblici persistentemente più elevati. Il ruolo della politica fiscale è classicamente suddiviso in allocazione, distribuzione e stabilizzazione, e su tutti e tre i fronti è probabile che le richieste di spesa pubblica aumentino”“La politica fiscale sarà chiamata a incrementare gli investimenti pubblici per soddisfare le nuove esigenze di investimento. I governi dovranno affrontare le disuguaglianze di ricchezza e di reddito. Inoltre, in un mondo di shock dell’offerta, la politica fiscale dovrà probabilmente svolgere anche un ruolo di stabilizzazione maggiore, un ruolo che in precedenza avevamo assegnato principalmente alla politica monetaria”.

Ed ancora, sempre Draghi: “L’emissione di debito comune per finanziare gli investimenti amplierebbe lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione, alleggerendo alcune pressioni sui bilanci nazionali. Allo stesso tempo, dato che la spesa dell’UE è più programmatica - spesso si estende su un orizzonte di più anni - la realizzazione di investimenti a questo livello garantirebbe un impegno più forte affinché la politica fiscale sia in ultima analisi non inflazionistica, cosa che le banche centrali potrebbero riflettere nelle loro prospettive di inflazione a medio termine”.

Ecco che fine ha fatto l’idiosincrasia di Draghi per i debiti pubblici e la dominanza della politica monetaria, proclamata nei suoi Farewell Remarks pronunciati in occasione della conclusione del suo mandato di Governatore della Bce: “L’eurozona è costruita sul principio della ‘dominanza monetaria’, il che richiede una politica monetaria che sia pensata con l’unico obiettivo della stabilità dei prezzi e che non deve mai essere subordinata alla politica fiscale. La ‘dominanza monetaria’ non preclude di comunicare con i governi quando è chiaro che politiche mutualmente allineate condurrebbero ad un più celere ritorno alla stabilità dei prezzi. Ciò significa che l’allineamento tra le politiche, laddove necessario, deve servire l’obiettivo della stabilità monetaria e non dovrebbe lavorare al fine di ostacolarlo”.

L’iperglobalizzazione attraverso la duplice transizione ambientale e tecnologica, e lo scontro tra Civiltà innescata contro la Russia e la Cina, devono tener conto della crescente disaffezione dei cittadini europei: “Le transizioni che le nostre società stanno intraprendendo, siano esse dettate dalla nostra scelta di proteggere il clima o dalle minacce di autocrati nostalgici, o dalla nostra indifferenza alle conseguenze sociali della globalizzazione, sono profonde. E le differenze tra i possibili risultati non sono mai state così marcate. Ma i cittadini conoscono bene il valore della nostra democrazia e ciò che ci ha dato negli ultimi ottant’anni. Vogliono preservarla. Vogliono essere inclusi e valorizzati al suo interno. Spetta ai leader e ai politici ascoltare, capire e agire insieme per progettare il nostro futuro comune”.

Le elezioni europee di giugno saranno un test decisivo: la Democrazia è l’esercizio che consente al popolo di destituire pacificamente chi sta al Potere.
E, stavolta, c’è grande paura.