Goldman Sachs individua quattro driver principali che continuano a esercitare pressione al ribasso sullo yen.
Il mercato valutario sta assistendo a un nuovo capitolo della lunga fase di debolezza dello yen.
Secondo l’analisi più recente di Goldman Sachs, il cambio USD/JPY non ha ancora raggiunto il suo punto di svolta e continuerà a salire nei prossimi mesi e trimestri.
La banca d’affari americana ha rivisto al rialzo le proprie previsioni: da 160 a 162 entro tre mesi, da 158 a 163 entro sei mesi e da 155 a 165 entro dodici mesi.
Si tratta di uno dei target più aggressivi tra le grandi istituzioni di Wall Street e riflette una visione strutturalmente bearish sul yen giapponese.
Al momento della pubblicazione dell’analisi, il cambio USD/JPY si muoveva in area 161,5-162,3, dopo aver toccato il massimo intraday di 162,85 il 1° luglio 2026. Questo livello rappresenta il punto più alto raggiunto dalla coppia da circa quarant’anni, cioè dalla seconda metà degli anni Ottanta. Per contestualizzare la portata del movimento, basta ricordare che nel 2022 il Giappone era intervenuto quando il cambio aveva sfiorato quota 152, mentre nel 2024 le operazioni di sostegno erano arrivate intorno ai 160. Oggi ci troviamo stabilmente sopra quei livelli di intervento, e il mercato sembra aver assorbito l’idea che gli interventi del Ministry of Finance possano solo rallentare temporaneamente la salita, non invertirla.
I 4 driver che spingono al ribasso lo yen
Goldman Sachs individua quattro driver principali che continuano a esercitare pressione al ribasso sullo yen. Il primo è il persistente differenziale di rendimento tra Stati Uniti e Giappone. I rendimenti dei Treasury a 10 anni si attestano intorno al 4,48-4,49%, mentre i rendimenti dei JGB decennali giapponesi restano nettamente inferiori. Questo gap, combinato con la politica della Federal Reserve che mantiene tassi “higher for longer”, crea un flusso costante di capitali verso gli asset denominati in dollari.
Il secondo fattore è il basso rischio di recessione negli Stati Uniti, sostenuto in particolare dal boom degli investimenti in intelligenza artificiale. Le grandi aziende tecnologiche americane stanno spendendo decine di miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture AI, generando domanda di dollari e sostenendo la crescita americana più di quanto molti analisti avessero previsto all’inizio dell’anno.Il terzo elemento citato dalla banca è il contesto fiscale giapponese.
I piani di stimolo annunciati dal governo di Sanae Takaichi rischiano di aumentare i premi a termine sui bond giapponesi rispetto a quelli americani, un fenomeno che storicamente si è accompagnato a ulteriori apprezzamenti del dollaro contro lo yen. Il quarto driver è la gradualità con cui la Bank of Japan sta normalizzando la propria politica monetaria.
Nonostante i rialzi dei tassi effettuati nel corso del 2025 e del 2026, che hanno portato il tasso di policy intorno all’1,0-1,25%, il ritmo rimane lento rispetto alle aspettative di mercato di qualche mese fa. Goldman Sachs sottolinea che senza un’accelerazione significativa delle strette da parte della BoJ o senza uno shock negativo sulla crescita americana, non esistono motivi strutturali per un’inversione di tendenza del USD/JPY.
Come gestire lo yen in portafoglio?
Un elemento chiave della strategia suggerita da Goldman Sachs è l’utilizzo dello yen come valuta di finanziamento per operazioni di carry trade verso mercati emergenti. In un contesto in cui il differenziale di tasso tra yen e valute ad alto rendimento resta ampio, gli investitori continuano a prendere a prestito in yen per investire in asset che offrono rendimenti più elevati.
Questa dinamica, secondo la banca, è destinata a persistere finché non si verificherà uno dei due eventi “game changer”: una recessione americana inattesa o un’accelerazione decisa della Bank of Japan verso una politica più restrittiva.
Dal punto di vista storico, il livello attuale di 162 circa non è ancora il massimo assoluto della coppia USD/JPY. Il record storico risale agli anni Settanta, quando il cambio superò quota 358. Tuttavia, nel contesto moderno post-2012, i livelli intorno a 160-163 rappresentano già zone di forte debolezza per l’economia giapponese.
Un ulteriore movimento verso 165, come previsto da Goldman Sachs, implicherebbe costi di importazione ancora più elevati per il Giappone, pressioni inflazionistiche aggiuntive e un impatto negativo sui consumi delle famiglie. Al tempo stesso, le grandi aziende esportatrici giapponesi continuerebbero a beneficiare di un cambio favorevole, creando una divergenza tra i settori dell’economia nipponica.
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